Lo spirito del 2 giugno è compatibile con l'attuale architettura dell'UE e con l'appartenenza alla Nato?
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Pubblichiamo il discorso del nostro collaboratore Diego Angelo Bertozzi tenuto a conclusione della cerimonia ufficiale del 2 Giugno del Comune di Castegnato (Bs).
Ringrazio tutto voi per la presenza e l'amministrazione comunale per avermi concesso la possibilità di esprimere pubblicamente il mio pensiero. E lo faccio – simpaticamente ho avvistato il sindaco – senza reticenze perché lo devo prima di tutto a mia figlia. Io ho conosciuto, attraverso i miei genitori, il tempo della speranza, dei figli di operai all'università. Lei rischia di vedere nei miei occhi la paura e la preoccupazione.
Sono passati settant'anni dalla nascita della nostra Repubblica democratica. Per questo credo sia giunto il momento di riflettere più che commemorare, di porsi senza esitazione delle domande sullo stato di salute della nostra democrazia, delle sue istituzioni e della sua anima, vale a dire la Costituzione. Perché temo che quest'ultima sia come il “dead man walking”, il condannato a morte che percorrere l'ultimo miglio che lo porta all'inesorabile esecuzione di una sentenza pronunciata anni prima. Non dobbiamo nascondercelo, anche per i nostri figli. Soprattutto non deve nasconderselo una generazione come la mia che ha potuto godere dei tanti diritti conquistati in dure lotte dai propri genitori e che ora teme per il futuro.
Tutti conosciamo le radici della nostra repubblica: sono quelle rappresentate dalla lotta antifascista, prima condotta da coraggiose avanguardie e poi divenuta sempre più popolare e che ha saputo unire tre grandi culture politiche di questo Paese: quella cattolica, quella socialista e quella comunista.
Ma quel 2 giugno del 1946 ha rappresentato una cesura storica – e non solo perché per la prima volta hanno potuto votare le donne – anche nei confronti dell'Italia liberale, le cui classi dirigenti avevano aperto le porte al fascismo, spaventate da una poderosa richiesta di democrazia e giustizia che proveniva dal basso: non dimentichiamo che in quell'Italia ancora nel 1898 si prendevano a cannonate, nella vicina Milano, uomini, donne e bambini che chiedevano il pane. Eminenti storici hanno poi parlato di un primo tentativo di colpo di Stato: bisognava – si diceva allora – tornare allo Statuto Albertino, limitare i poteri del parlamento e ampliare quelli del governo del Re, proprio quando in questo sedevano i primi rappresentati di classi da sempre ai margini: che strana coincidenza!
Quel 2 giugno di settant'anni fa si chiudeva la lunga e buia parentesi della repressione, delle infami guerre coloniali che avevano visto il nostro Paese – primo nella storia – utilizzare gli aerei per spargere gas velenosi sulle popolazioni africane; la terribile parentesi dei campi di concentramento, del più criminale progetto di eliminazione razziale e schiavizzazione di interi popoli che la storia avesse mai conosciuto. E anche qui, non dobbiamo dimenticare: questo progetto criminale non era spuntato per caso, caduto dal cielo improvvisamente, come fosse stato un corpo estraneo alla nostra tranquilla civiltà, un'improvviso morbo. No!, aveva alle spalle esempi concreti, giustificazioni ideologiche e pessimi maestri. Aveva alle spalle il colonialismo e la sopraffazione di interi popoli. E l'Italia non fu estranea.
Quel 2 giugno del 1946 (e con esso la Costituzione) rappresentava un chiaro no a tutto questo, come lo avevano rappresentato il 25 aprile e il 1° maggio precedenti. Tre date simboliche, fondative dell'Italia democratica. Erano quelli dell'immediato dopoguerra anni di fatiche e lutti, ma anche di speranza: per la prima volta le classi popolari di questo Paese, uomini e donne in carne ed ossa, si ponevano come possibile classe dirigente, si sentivano padrone del proprio futuro, si vedevano riconosciuto il diritto a realizzare sogni e speranze per secoli compressi in un destino che sembrava immutabile. Va detto e ricordato: ad accompagnarli c'erano i partiti di massa, i tre grandi partiti italiani che, pur tra contraddizioni, limiti e conflitti, hanno garantito la crescita democratica di questo Paese, hanno consentito la fuoriuscita dalla subalternità politica di uomini e donne; li hanno resi protagonisti di un avanzamento sociale e civile senza pari nella nostra storia.
Sono stati questi partiti, utilizzando una definizione un tempo in voga, delle vere e proprie “palestre di democrazia”. L'asse portante, indispensabile per lo sviluppo della democrazia che è partecipazione, mobilitazione e lotta; faticosa ricerca e costruzione del consenso, dialogo tra interessi divergenti e ricerca di compromessi per il bene comune, non certo il dirigismo, l'uomo che comanda, il decisionismo affrettato dei piccoli Napoleone III. Ed ora cosa resta di tutto questo? Cosa ci resta di quella cesura storica rappresentata dal voto del 2 giugno del 1946? Di quello “spirito” fatto di diritti, giustizia sociale e pace? è questo il momento nel quale dobbiamo recuperare capacità critica e interrogarci senza remore. Non è il tempo degli slogan, logori, vecchi nel loro giovanilismo e pure pericolosi. Ci siamo accorti che siamo in guerra da ormai quasi trent'anni? Che l'Europa, il civile Occidente, bombarda senza soluzione di continuità Paesi sovrani e popoli? Ci siamo accorti che il fenomeno dell'immigrazione di massa e delle tragedie ad esso collegate sono anche il frutto avvelenato di una sconsiderata politica di guerra che ha distrutto Stati e umiliato intere popolazioni. Troppo facile nascondere la distruzione chiamandola democrazia! E che dire del terrorismo, vile e criminale, che colpisce le città europee? Non è forse anche questo il frutto avvelenato di una politica che ha lisciato il pelo – con soldi e armi - proprio a forze terroriste di matrice islamiche per raggiungere i proprio obiettivi (Siria e Libia)? Dove è andato a finire quel condiviso e collettivo sogno di pace e convivenza che ha accompagnato la nascita della nostra Repubblica? Che ha dato sostanza all'art.11 della nostra Costituzione, al ripudio della guerra? Che fine hanno fatto quelle condivise speranze di giustizia sociale, di liberazione collettiva e di conquista del proprio futuro? Quella volontà di costruire un sistema economico più egualitario che – recita l'art. 3 della nostra Costituzione – avrebbe dovuto garantire ad ogni cittadino la propria realizzazione rimuovendo ogni ostacolo economico?
Credo che ce lo si debba dire: la cancellazione di fatto dello Statuto dei lavoratori – cioè di quello che allora veniva definito come l'ingresso della Costituzione nei luoghi di lavoro – segna il ritorno al tempo della precarietà, alla disoccupazione all'11,7%, al ricatto come pratica di relazione, ad una condizione servile che impedisce di pensare al proprio futuro come luogo di realizzazione per sé e per i propri figli.
Cos'è la nostra Repubblica, la nostra Costituzione se il cittadino è tale solo sulla carta ma rischia di essere suddito quando lavora? Siamo veramente convinti che la democrazia sia solo la libera scelta elettorale? Ebbene i nostri padri costituenti non la pensavano così. La democrazia repubblicana è sostanza e questa sostanza deve essere data dalla realizzazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione: giustizia sociale, pieno impiego, economia privata libera ma vincolata dal pubblico interesse e che permetta a tutti i lavoratori di progettare il proprio futuro e godere a pieno del diritto all'istruzione, alla cura… alla serenità. E la pace, perché la guerra porta morte, retorica e meno diritti. Osservava il socialista e costituente Lelio Basso: “finché questi articoli non saranno veri, non sarà vero il resto; finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizziamo interamente questa Costituzione o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia”.
Concludo con l'ultimo e più spinoso interrogativo: quanto lo spirito del 2 Giugno e la nostra Costituzione sono compatibili con l'attuale architettura dell'Unione Europea? Quanto siamo ancora in grado di decidere sulle politiche economiche e sociali che riguardano il nostro presente e il nostro futuro? Chi vi parla ha sempre guardato con simpatia e speranza al progetto europeo, ma ora ho visto quanto è accaduto al popolo greco cui l'Unione Europea ha detto (e lo ha detto a tutti noi!): potete eleggere il governo che volete, ma c'è un'unica ricetta da seguire e non possiamo lasciarla agli umori e ai capricci dei popoli del Continente.
Il rischio è forte ed è quello di vedere l'Europa diventare agli occhi di molti una “prigione di popoli”, la sperimentazione sulla nostra carne di un progetto di “democrazia a bassa intensità” che eminenti studiosi e politici chiedevano già negli anni '70: si discuteva troppo, si manifestava troppo, i parlamenti avevano troppi poteri. Cosa c'entra tutto questo con la nostra Costituzione, con i suoi valori? Cosa c'entra quel “pareggio di bilancio” che l'Europa ci ha imposto e che sacrifica in nome della stabilità dei prezzi la realizzazione dei principi fondamentali, il pieno godimento dei diritti sociali, o l'intervento pubblico in economia per combattere la disoccupazione? Cosa c'entra la restrizione della spesa pubblica con la tutela del diritto primario alla salute? Me lo chiedo solo io? No, sono le domande che si è posto, tra gli altri, Tito Lucrezio Rizzo, un giurista consigliere presso la Presidenza della Repubblica. Deve esserci chiaro perché chiaramente si esprime il Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea: gli obiettivi della piena occupazione e del progresso sociale seguono e non precedono quello della “stabilità dei prezzi”. Beh, i nostri padri costituenti hanno pensato e scritto il contrario! Non ho un conclusione, ma solo domande. Se non rispondiamo presto, risponderanno quelle stesse forze che hanno aperto la dolorosa parentesi che il 2 giugno del 1946 ha faticosamente chiuso.
Tutti conosciamo le radici della nostra repubblica: sono quelle rappresentate dalla lotta antifascista, prima condotta da coraggiose avanguardie e poi divenuta sempre più popolare e che ha saputo unire tre grandi culture politiche di questo Paese: quella cattolica, quella socialista e quella comunista.
Ma quel 2 giugno del 1946 ha rappresentato una cesura storica – e non solo perché per la prima volta hanno potuto votare le donne – anche nei confronti dell'Italia liberale, le cui classi dirigenti avevano aperto le porte al fascismo, spaventate da una poderosa richiesta di democrazia e giustizia che proveniva dal basso: non dimentichiamo che in quell'Italia ancora nel 1898 si prendevano a cannonate, nella vicina Milano, uomini, donne e bambini che chiedevano il pane. Eminenti storici hanno poi parlato di un primo tentativo di colpo di Stato: bisognava – si diceva allora – tornare allo Statuto Albertino, limitare i poteri del parlamento e ampliare quelli del governo del Re, proprio quando in questo sedevano i primi rappresentati di classi da sempre ai margini: che strana coincidenza!
Quel 2 giugno di settant'anni fa si chiudeva la lunga e buia parentesi della repressione, delle infami guerre coloniali che avevano visto il nostro Paese – primo nella storia – utilizzare gli aerei per spargere gas velenosi sulle popolazioni africane; la terribile parentesi dei campi di concentramento, del più criminale progetto di eliminazione razziale e schiavizzazione di interi popoli che la storia avesse mai conosciuto. E anche qui, non dobbiamo dimenticare: questo progetto criminale non era spuntato per caso, caduto dal cielo improvvisamente, come fosse stato un corpo estraneo alla nostra tranquilla civiltà, un'improvviso morbo. No!, aveva alle spalle esempi concreti, giustificazioni ideologiche e pessimi maestri. Aveva alle spalle il colonialismo e la sopraffazione di interi popoli. E l'Italia non fu estranea.
Quel 2 giugno del 1946 (e con esso la Costituzione) rappresentava un chiaro no a tutto questo, come lo avevano rappresentato il 25 aprile e il 1° maggio precedenti. Tre date simboliche, fondative dell'Italia democratica. Erano quelli dell'immediato dopoguerra anni di fatiche e lutti, ma anche di speranza: per la prima volta le classi popolari di questo Paese, uomini e donne in carne ed ossa, si ponevano come possibile classe dirigente, si sentivano padrone del proprio futuro, si vedevano riconosciuto il diritto a realizzare sogni e speranze per secoli compressi in un destino che sembrava immutabile. Va detto e ricordato: ad accompagnarli c'erano i partiti di massa, i tre grandi partiti italiani che, pur tra contraddizioni, limiti e conflitti, hanno garantito la crescita democratica di questo Paese, hanno consentito la fuoriuscita dalla subalternità politica di uomini e donne; li hanno resi protagonisti di un avanzamento sociale e civile senza pari nella nostra storia.
Sono stati questi partiti, utilizzando una definizione un tempo in voga, delle vere e proprie “palestre di democrazia”. L'asse portante, indispensabile per lo sviluppo della democrazia che è partecipazione, mobilitazione e lotta; faticosa ricerca e costruzione del consenso, dialogo tra interessi divergenti e ricerca di compromessi per il bene comune, non certo il dirigismo, l'uomo che comanda, il decisionismo affrettato dei piccoli Napoleone III. Ed ora cosa resta di tutto questo? Cosa ci resta di quella cesura storica rappresentata dal voto del 2 giugno del 1946? Di quello “spirito” fatto di diritti, giustizia sociale e pace? è questo il momento nel quale dobbiamo recuperare capacità critica e interrogarci senza remore. Non è il tempo degli slogan, logori, vecchi nel loro giovanilismo e pure pericolosi. Ci siamo accorti che siamo in guerra da ormai quasi trent'anni? Che l'Europa, il civile Occidente, bombarda senza soluzione di continuità Paesi sovrani e popoli? Ci siamo accorti che il fenomeno dell'immigrazione di massa e delle tragedie ad esso collegate sono anche il frutto avvelenato di una sconsiderata politica di guerra che ha distrutto Stati e umiliato intere popolazioni. Troppo facile nascondere la distruzione chiamandola democrazia! E che dire del terrorismo, vile e criminale, che colpisce le città europee? Non è forse anche questo il frutto avvelenato di una politica che ha lisciato il pelo – con soldi e armi - proprio a forze terroriste di matrice islamiche per raggiungere i proprio obiettivi (Siria e Libia)? Dove è andato a finire quel condiviso e collettivo sogno di pace e convivenza che ha accompagnato la nascita della nostra Repubblica? Che ha dato sostanza all'art.11 della nostra Costituzione, al ripudio della guerra? Che fine hanno fatto quelle condivise speranze di giustizia sociale, di liberazione collettiva e di conquista del proprio futuro? Quella volontà di costruire un sistema economico più egualitario che – recita l'art. 3 della nostra Costituzione – avrebbe dovuto garantire ad ogni cittadino la propria realizzazione rimuovendo ogni ostacolo economico?
Credo che ce lo si debba dire: la cancellazione di fatto dello Statuto dei lavoratori – cioè di quello che allora veniva definito come l'ingresso della Costituzione nei luoghi di lavoro – segna il ritorno al tempo della precarietà, alla disoccupazione all'11,7%, al ricatto come pratica di relazione, ad una condizione servile che impedisce di pensare al proprio futuro come luogo di realizzazione per sé e per i propri figli.
Cos'è la nostra Repubblica, la nostra Costituzione se il cittadino è tale solo sulla carta ma rischia di essere suddito quando lavora? Siamo veramente convinti che la democrazia sia solo la libera scelta elettorale? Ebbene i nostri padri costituenti non la pensavano così. La democrazia repubblicana è sostanza e questa sostanza deve essere data dalla realizzazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione: giustizia sociale, pieno impiego, economia privata libera ma vincolata dal pubblico interesse e che permetta a tutti i lavoratori di progettare il proprio futuro e godere a pieno del diritto all'istruzione, alla cura… alla serenità. E la pace, perché la guerra porta morte, retorica e meno diritti. Osservava il socialista e costituente Lelio Basso: “finché questi articoli non saranno veri, non sarà vero il resto; finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizziamo interamente questa Costituzione o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia”.
Concludo con l'ultimo e più spinoso interrogativo: quanto lo spirito del 2 Giugno e la nostra Costituzione sono compatibili con l'attuale architettura dell'Unione Europea? Quanto siamo ancora in grado di decidere sulle politiche economiche e sociali che riguardano il nostro presente e il nostro futuro? Chi vi parla ha sempre guardato con simpatia e speranza al progetto europeo, ma ora ho visto quanto è accaduto al popolo greco cui l'Unione Europea ha detto (e lo ha detto a tutti noi!): potete eleggere il governo che volete, ma c'è un'unica ricetta da seguire e non possiamo lasciarla agli umori e ai capricci dei popoli del Continente.
Il rischio è forte ed è quello di vedere l'Europa diventare agli occhi di molti una “prigione di popoli”, la sperimentazione sulla nostra carne di un progetto di “democrazia a bassa intensità” che eminenti studiosi e politici chiedevano già negli anni '70: si discuteva troppo, si manifestava troppo, i parlamenti avevano troppi poteri. Cosa c'entra tutto questo con la nostra Costituzione, con i suoi valori? Cosa c'entra quel “pareggio di bilancio” che l'Europa ci ha imposto e che sacrifica in nome della stabilità dei prezzi la realizzazione dei principi fondamentali, il pieno godimento dei diritti sociali, o l'intervento pubblico in economia per combattere la disoccupazione? Cosa c'entra la restrizione della spesa pubblica con la tutela del diritto primario alla salute? Me lo chiedo solo io? No, sono le domande che si è posto, tra gli altri, Tito Lucrezio Rizzo, un giurista consigliere presso la Presidenza della Repubblica. Deve esserci chiaro perché chiaramente si esprime il Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea: gli obiettivi della piena occupazione e del progresso sociale seguono e non precedono quello della “stabilità dei prezzi”. Beh, i nostri padri costituenti hanno pensato e scritto il contrario! Non ho un conclusione, ma solo domande. Se non rispondiamo presto, risponderanno quelle stesse forze che hanno aperto la dolorosa parentesi che il 2 giugno del 1946 ha faticosamente chiuso.
Grazie a tutti!
Diego Angelo Bertozzi


