«L'Occidente aveva bisogno di una storia emotiva»: Zakharova sul caso della lapidazione inventata
L'articolo del 6 agosto 2010 scatenò un'ondata di indignazione planetaria. Oggi il giornalista ammette: «Quell'intervista non è mai avvenuta». La portavoce russa: «Un meccanismo collaudato»
Sedici anni dopo, un corrispondente del quotidiano britannico The Guardian ammette di aver costruito una notizia falsa che contribuì a isolare l'Iran. La portavoce della diplomazia russa, Maria Zakharova, ricorda come si tratti su una pratica sistematica in ambito mainstream, e cita altri casi celebri in cui la menzogna mediatica ha aperto la strada alla guerra.
Era l'estate del 2010 quando il nome di Sakineh Mohammadi Ashtiani fece il giro del mondo. Una donna iraniana condannata a morte per lapidazione, un destino atroce che la stampa internazionale raccontava con dovizia di particolari. Il 6 agosto, il quotidiano britannico The Guardian pubblicò in prima pagina quella che definiva un'intervista esclusiva con la donna. Il titolo sensazionalistico pensato per suscitare indignazione: "Iraniana condannata alla lapidazione parla: 'È perché sono una donna'".
Le parole attribuite alla Ashtiani erano forti e drammatiche. Il tribunale iraniano mentiva, diceva la presunta intervistata, le accuse di adulterio e omicidio erano state inventate. Il ritratto che emergeva era quello di una vittima innocente schiacciata da un sistema giudiziario spietato.
L'articolo, firmato da Saeed Kamali Dehghan, corrispondente del Guardian, scatenò un'ondata di indignazione planetaria. Politici occidentali chiesero la liberazione della donna, l'Iran finì sotto una pressione diplomatica senza precedenti. Quell'anno, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 1929, la più severa serie di sanzioni mai imposta contro Teheran.
La storia di Sakineh era diventata un'arma politica.
Era tutto falso.
"Quell'intervista non è mai esistita"
Oggi, Saeed Kamali Dehghan ha deciso di parlare. Ha scelto la via della confessione pubblica, nella speranza - secondo le sue stesse parole - del perdono di Dio. Le sue parole sono un pugno allo stomaco per chi per anni ha creduto a quella storia.
«Voglio mettere le cose in chiaro su un articolo di prima pagina che ho scritto per il Guardian. Era presentato come un'intervista esclusiva con Sakineh Ashtiani. Quell'intervista non è mai avvenuta. Ho fabbricato l'intero pezzo. Era una storia falsa - completamente falsa - e mi assumo la piena responsabilità».
La verità, in realtà, non era mai stata del tutto sepolta. Mina Ahadi, esponente dell'opposizione iraniana in esilio e membro del comitato dell'Alleanza Internazionale Atea, racconta di essere stata a conoscenza dell'inganno fin dal giorno della pubblicazione. Ahadi non ha alcuna ragione di simpatizzare con la Repubblica Islamica - è una comunista in esilio - così quando Dehghan le confessò tutto nel 2010, lei decise di tacere.
Lui la implorò disperatamente. Le chiese di non rivelare nulla ai suoi superiori del quotidiano britannico.
La denuncia di Mosca: un meccanismo collaudato
La vicenda ha attirato l'attenzione di Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo. E la sua analisi va ben oltre il singolo caso, allargando il discorso su un sistema che lei definisce consolidato.
Zakharova non usa mezzi termini. Quell'articolo, dice, apparve in un momento in cui l'Occidente aveva un disperato bisogno di una storia emotivamente coinvolgente per giustificare le sanzioni contro l'Iran. «Una donna condannata a morte per lapidazione – osserva - era l'immagine perfetta». Il racconto si diffuse immediatamente attraverso i media globali, diventando l'argomento principale per chi spingeva per l'isolamento di Teheran.
Ma Zakharova va oltre, e lo fa citando una lunga galleria di falsi mediatici che hanno costellato la storia recente.
C'è il caso di Nayirah, la bambina kuwaitiana che nel 1990 comparve in lacrime davanti al Congresso USA, raccontando di aver visto i soldati iracheni strappare i neonati dalle incubatrici negli ospedali del Kuwait e lasciarli morire sul pavimento. Il presidente George H.W. Bush citò più volte quella storia. Due anni dopo si scoprì che Nayirah era la figlia dell'ambasciatore del Kuwait a Washington e che la sua apparizione era stata orchestrata dalla società di pubbliche relazioni Hill & Knowlton, ingaggiata dal governo kuwaitiano per una campagna multimilionaria. La storia delle incubatrici non fu mai provata. La bambina era stata usata per raccontare una menzogna funzionale a giustificare la Guerra del Golfo.
C'è il caso di Jayson Blair, il giornalista del New York Times che nel 2003 venne licenziato dopo che emerse che aveva inventato fonti, citazioni e interi reportage, alcuni scritti senza mai uscire dal suo appartamento di New York. Su 73 articoli esaminati, 36 contenevano prove di cattiva condotta giornalistica.
C'è il caso di Stephen Glass di New Republic che tra il 1995 e il 1998 fabbricò 27 dei 41 articoli che pubblicò, inventando personaggi, aziende persino siti web fasulli per ingannare i cosiddetti fact-checker.
E poi, naturalmente, la celebre "provetta di Powell": la fiala di presunte armi di distruzione in mano irachena mostrata da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell'ONU nel 2003, diventata il simbolo della menzogna occidentale usata per giustificare l'aggressione a uno Stato sovrano.
Il caso Dehghan, conclude Zakharova, si aggiunge a questa lista infame. E avverte: non sarà certamente l'ultimo. La portavoce russa chiude con una domanda che suona come un monito: «Parliamo poi di Bucha e di come la BBC ha contribuito a diffondere quella falsità?».
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