L'omicidio di Silva Koniuszek in Ecuador e l'ipocrisia dei diritti umani a senso unico
L'attivista denunciava i legami tra narcotraffico e la famiglia Noboa. L'Occidente si mobilita solo su impulso geopolitico. Per Cuba e Venezuela tempeste, per l'Ecuador silenzio
L'assassinio dell'attivista polacca Monika Silva Koniuszek e la richiesta di revoca del mandato del presidente neoliberista Daniel Noboa tengono l'Ecuador in una morsa di tensioni politiche e sociali. Due vicende che, pur diverse, si intrecciano nel racconto di un Paese segnato dalla violenza e da un'opposizione crescente al governo neoliberista, vassallo degli USA e antidemocratico di Noboa.
Silva è stata trovata morta l'8 giugno nella sua casa di Montañita, nella provincia di Santa Elena. Il ministro dell'Interno, John Reimberg, parlò subito di suicidio, evocando problemi di depressione e un biglietto dal tono di addio. Ma il referto medico-legale ha smentito tutto: la causa del decesso è asfissia meccanica da costrizione del collo. Omicidio. La Procura indaga ora per presunto femminicidio, ma la distanza tra le prime dichiarazioni ufficiali e i dati forensi ha acceso un'allarme internazionale che non accenna a spegnersi.
La ricercatrice polacca non era una persona qualunque. Denunciava da tempo il traffico di terre e i legami tra narcotraffico e l'azienda Noboa Trading, della famiglia del presidente. Secondo i suoi colleghi, aveva consegnato documenti delicati all'ambasciata statunitense a Quito. E chi la conosceva è convinto che quel dossier le sia costato la vita.
La relatrice speciale dell'Onu per i difensori dei diritti umani, Andrea Bolaños Vargas, ha chiesto a Quito un'indagine rapida, indipendente e trasparente. Parole simili sono arrivate anche dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che ha sollecitato di esplorare tutte le piste investigative. La comunità internazionale vede in questo caso il simbolo di una crisi profonda che colpisce chi alza la voce in un territorio in mano al crimine organizzato.
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— Andrea Bolaños Vargas (@AndreaBV_SR_HRD) June 22, 2026
Desde el 8 de junio, he hecho seguimiento a la información sobre el fallecimiento de la defensora de derechos humanos Monika Martyna Koniuszek, hallada sin vida en Montañita, provincia de Santa Elena, Ecuador.
Dado que las autoridades forenses indican que las… pic.twitter.com/FPuSNMrUl9
Ma il clamore suscitato dal caso Silva, per quanto legittimo, solleva una domanda scomoda. Perché l'attenzione dei media e delle istituzioni occidentali si attiva solo su determinte vicende di certi paesi e non per casi eclatanti come questo? C'entra forse la geiopolitica? Perché su Cuba e Venezuela si scatenano tempeste mediatiche su vicende spesso strumentali, a volte persino inesistenti, mentre in Ecuador il governo di un presidente allineato con gli interessi di Washington può permettersi di archiviare un omicidio come suicidio e smerciare droga, senza che nessuno alzi la voce in modo altrettanto vigoroso? La domanda è retorica. La risposta, per chi guarda con occhi disincantati, è una sola: la geografia dei diritti umani, per l'Occidente, passa sempre attraverso il filtro della convenienza geopolitica.
La scia di sangue non è nuova. Nel novembre 2025 a La Libertad fu ucciso il comunicatore Robinson del Pezo, dopo aver denunciato presunti illeciti negli appalti pubblici. "Una volta ucciso Robinson, eravamo nel mirino io e Mónica. Non c'era più nessuno che alzasse la voce", ha affermato il giornalista Joffre Paredes, amico di Silva e oggi minacciato. Paredes ripete con forza: lei non si è mai suicidata. E spera che la sua morte diventi un simbolo, non l'ultima parola.
Mentre il caso giudiziario fa il suo corso, la politica ecuadoriana è in fermento. Sabato 4 luglio una marcia con torce ha attraversato il centro di Quito. In migliaia hanno chiesto al Consiglio Nazionale Elettorale di dare il via alla raccolta di firme per il processo di revoca del mandato del presidente Noboa e della vicepresidente María José Pinto. La richiesta, presentata il 9 giugno dall'avvocato Washington Andrade, dal leader indigeno Leonidas Iza e da Jorge Cáceres, si fonda sull'accusa di mancato rispetto del programma di governo.
I manifestanti sono partiti dall'avenida de los Shyris e hanno concluso il percorso davanti alla sede del Cne, in avenida Seis de Diciembre. Torce e candele hanno illuminato la protesta. Andrade ha scritto sui social che quella notte iniziava una veglia per la democrazia. La risposta delle autorità elettorali, per ora, tarda ad arrivare.
Il governo ha respinto la richiesta, definendola priva di fondamento giuridico. Ma la palla resta nel campo del Consiglio Nazionale Elettorale. In un Paese che piange un'omicidio ancora da chiarire, il futuro politico di Noboa si gioca anche su questo filo. Un futuro che, a giudicare dal silenzio di chi dovrebbe difendere i diritti umani senza distinzioni, sembra interessare ben poco a chi, a parole, li invoca ovunque ma poi sceglie con cura dove guardare edove chiedere a gran voce di intervenire con azioni concrete.


