Loretta Napoleoni: "Non è la fine del mondo, ma la nascita di un mondo nuovo"

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di Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico

Donald Trump ha annunciato la sospensione immediata di tutti i negoziati commerciali con il Canada, irritato da uno spot pubblicitario finanziato dal governo dell’Ontario che, con la voce di Ronald Reagan, difendeva il libero commercio e denunciava i dazi come “un’idea del passato”. Una provocazione simbolica, che tocca il cuore della nuova dottrina economica americana.

Trump ha risposto con la consueta veemenza, accusando Ottawa di “comportamento oltraggioso” e ribadendo che i dazi sono “fondamentali per la sicurezza nazionale e per l’economia degli Stati Uniti”. La decisione ha scosso uno dei rapporti commerciali più solidi del pianeta — oltre 900 miliardi di dollari di scambi annui — ma va interpretata in un contesto più ampio: la ridefinizione del potere economico globale e il tramonto dell’ordine neoliberale nato alla fine della Guerra Fredda.

Molti leggono in queste mosse l’arroganza di un leader isolazionista. In realtà, ciò che si manifesta è un processo evolutivo: la transizione da un mondo unipolare, dominato dagli Stati Uniti, a un sistema multipolare, in cui le potenze economiche competono e si ridefiniscono.

Quando Reagan, nel 1987, difendeva il libero mercato, gli Stati Uniti rappresentavano il centro indiscusso dell’economia globale. La globalizzazione che ne seguì — basata sulla delocalizzazione produttiva, sull’espansione del credito e sulla liberalizzazione dei capitali — consolidò per un ventennio il dominio occidentale. Ma mentre l’Occidente viveva di consumo e finanza, la Cina costruiva, passo dopo passo, un nuovo modello di potere.

Dall’ingresso nel WTO nel 2001, Pechino ha orchestrato una strategia di lungo periodo: utilizzare le regole del libero mercato per diventare la principale potenza manifatturiera, tecnologica e infrastrutturale del mondo. Non ha sfidato l’ordine esistente: lo ha assorbito e trasformato dall’interno.

Oggi, la “nuova via della seta”, le piattaforme digitali cinesi, e il loro crescente dominio nel campo delle batterie e dell’intelligenza artificiale, testimoniano la maturazione di un paradigma diverso: un capitalismo di Stato tecnologico, fondato sulla pianificazione e sull’autonomia strategica.

L’America di Trump, apparentemente ribelle, sta seguendo la stessa traiettoria: il ritorno alla sovranità economica. I dazi, le guerre commerciali, la ridefinizione delle catene di fornitura non sono segni di chiusura, ma strumenti di riorientamento. L’Occidente, come la Cina vent’anni fa, sta cercando di adattarsi a un sistema in cui il potere economico e quello politico non sono più separati.

L’interruzione dei negoziati con il Canada, quindi, non è un gesto isolato ma un tassello di questo mosaico. Rappresenta il tentativo americano di rinegoziare le regole del commercio globale, spostando l’asse dal libero scambio alla sicurezza economica.

Il parallelo con Reagan è significativo. Negli anni Ottanta, Reagan difendeva il libero mercato come antidoto al protezionismo e all’inflazione. Oggi, Trump invoca i dazi come strumento di difesa della nazione. Sono due facce dello stesso processo: la continua ridefinizione del capitalismo in funzione della sopravvivenza del potere politico.

La storia ci mostra che l’ordine mondiale non cambia per rivoluzioni improvvise, ma per evoluzioni progressive. La Cina, con la sua ascesa silenziosa, ha aperto la strada; l’America, con il suo scossone trumpiano, sta completando la trasformazione.

Ciò che emerge è un mondo più complesso, ma anche più equilibrato. La leadership globale non appartiene più a un’unica superpotenza: è condivisa, dinamica, negoziata. L’Asia guida la produzione e l’innovazione, l’America riorienta il proprio potere attraverso la tecnologia e l’energia, l’Europa cerca una nuova identità tra i due poli.

Il nuovo ordine mondiale non è dunque una frattura, ma una metamorfosi. Il libero mercato, che per decenni ha rappresentato la promessa di libertà e prosperità, si sta trasformando in un sistema di scambi regolato da logiche di sicurezza e interdipendenza. È un ritorno alla politica, ma su scala planetaria.

Come spesso accade nei momenti di passaggio, il linguaggio del potere — che sia quello dei dazi, delle sanzioni o della competizione tecnologica — può sembrare conflittuale. Ma dietro di esso si muove la logica dell’adattamento.

L’ordine globale che si sta formando, in conclusione, non nasce con Trump, né finirà con lui. È l’ultima tappa di un lungo processo iniziato con l’apertura della Cina e la fine della Guerra Fredda: un’evoluzione naturale del capitalismo mondiale verso un equilibrio multipolare, in cui l’Occidente e l’Oriente si rispecchiano e si reinventano a vicenda.

Non è la fine del mondo, ma la nascita di un mondo nuovo.

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