L'orrore del blocco Usa contro Cuba: "Colpisce la vita quotidiana di un intero popolo"
Danni record per 8 miliardi in un anno, 178 miliardi accumulati in decenni. Il ministro Rodríguez: "Dietro ogni cifra c'è un volto umano, dietro ogni misura una tragedia familiare"
Non è un semplice resoconto. È l’autopsia di un enorme crimine contro l’umanità consumato nel silenzio assordante dei grandi media occidentali.
Bruno Rodríguez Parrilla, ministro degli Esteri cubano, non ha usato giri di parole nella presentazione del rapporto sull’impatto del blocco statunitense. Ha sbattuto in faccia al mondo la realtà nuda e cruda di un assedio che non conosce tregua e va intensificandosi. Dimenticate le fredde statistiche, anche se parlano di 8 miliardi e 83 milioni di dollari di danni in un solo anno, portando il totale storico a 178,7 miliardi. Qui non si parla di PIL.
Si parla di carne viva, di resistenza tenace e di sopravvivenza.
«Il blocco non punisce un governo: colpisce la vita quotidiana di un intero popolo. È un atto di punizione collettiva», tuona Rodríguez.
Cosa significa sulla pelle dei cubani? Significa neonati che muoiono perché le incubatrici si spengono durante i blackout. Significa chirurghi costretti a operare alla luce dei telefoni cellulari perché i generatori dell'ospedale sono a secco di combustibile. Significa bambini che fanno i compiti nell'oscurità, anziani privati persino della radio, settimane intere senza che un rubinetto faccia scorrere acqua. L'incremento della mortalità infantile da 4 a 9,9 ogni mille nati vivi non è una voce in un bilancio. È il sangue di bambini che l'impero ha deciso di sacrificare sull'altare della propria egemonia in pieno declino. Sull’altare di una Dottrina Monroe 2.0 lanciata nella disperazione di una classe dirigente statunitense cosciewnte di non poter invertire il proprio declino morale, economico e militare.
Gli Stati Uniti hanno stretto il cappio al collo dell'isola. L'Ordine Esecutivo di Trump ha blindato i combustibili, minacciando chiunque osi trasportare anche solo una goccia di petrolio o un pannello solare verso L'Avana. E la retorica di Washington non lascia spazio a dubbi sulle vere intenzioni. Donald Trump, lo scorso 8 gennaio, non ha usato mezzi termini: «Non credo che si possa esercitare molta più pressione, a meno di entrare e distruggere il posto».
Il Segretario di Stato, mentendo spudoratamente sull'inesistenza del blocco dei combustibili, ha aggiunto: «Non ci sono valvole di sfogo. Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per cercare di sottrarsi all'assedio, noi semplicemente lo blocchiamo».
È lo stesso spirito spietato che rade al suolo Gaza. «A Cuba è silenzioso, senza bombe, ma uccide anch'esso», denuncia il ministro cubano. Non sono "danni collaterali". È il disegno criminale, freddamente calcolato, che affonda le sue radici nell'infame memorandum del 1960 del sottosegretario di Stato Lester Mallory: «Provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo». Oggi, a L'Avana, i fantasmi dei campi di concentramento spagnoli di fine '800 sembrano reincarnarsi nei politici di Washington e nei loro eredi di Miami.
E le famose "democrazie" occidentali cosa fanno? Mentono. Il Dipartimento di Stato sventola 100 milioni di dollari di presunti "aiuti umanitari" rifiutati da Cuba. La realtà? Una farsa. «È stato effettuato l'invio di un pacco di generi alimentari destinato a 700 famiglie», smaschera Rodríguez. Novantamila dollari per 700 pacchi. «Probabilmente hanno calcolato i prezzi secondo altri tassi», ironizza amaro il ministro.
Un'elemosina propagandistica e misera per coprire lo strangolamento di un'intera nazione.
Ma l'impero ha fatto i conti senza l'oste. Senza la dignità di un popolo che ha imparato a installare parchi fotovoltaici in appena 45 giorni, che tiene in piedi la scuola, l'istruzione speciale e le politiche sociali nonostante tutti gli ostacoli.
E se Washington sogna invasioni e "bagni di sangue", Cuba si prepara. «Il nostro popolo e il nostro Stato prendono molto seriamente queste minacce e si preparano a difendere con determinazione, fino in fondo, la nostra indipendenza». Non ci sarà nessuna crisi umanitaria da sfruttare per un cambio di regime, perché la solidarietà e la consapevolezza del popolo cubano sono un muro contro cui si infrangono le menzogne di Washington.
Il 28 ottobre l'Assemblea Generale dell'ONU tornerà a votare per la fine del blocco. Il mondo, ancora una volta, condannerà a stragrande maggioranza l'embargo. Ma la vera sentenza è già scritta nella coscienza dei popoli.
Cuba non è una minaccia. Il blocco sì.
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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:
L'inferno del genocidio a Gaza di Wasim Said
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.



