L’Ucraina mantiene le promesse, il FMI no: prestiti in ritardo nonostante l’austerità imposta
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di Eugenio Cipolla
«Abbiamo effettivamente completato tutto il lavoro tecnico riguardo le richieste che ci erano arrivate dal Fondo Monetario Internazionale. Ora stiamo lavorando su ulteriori impegni. Certo, per quanto ci riguarda come governo abbiamo fa di tutto, così come il Parlamento. E andremo oltre». Il premier ucraino Volodymyr Groysman lo ha detto chiaramente ieri pomeriggio. Kiev ha mantenuto tutte le promesse fatte durante i colloqui con i funzionari dell’organismo internazionale presieduto da Cristine Lagarde e si aspetta di ricevere in cambio quanto promesso durante l’ultima missione del fondo a Kiev. «La prossima riunione del Consiglio di Amministrazione del FMI determinerà l’importo esatto per l’Ucraina», ha spiegato Groysman. La cifra, secondo fonti della NBU, la Banca nazionale ucraina, si aggira attorno al miliardo di dollari e dovrebbe andare a rimpolpare le esigue riserve valutarie di Kiev e dare un po’ di fiducia agli investitori stranieri.
Una cifra nettamente inferiore rispetto al miliardo e settecentomilioni di dollari che le autorità dell’ex repubblica sovietica si aspettavano di ricevere come terza tranche di aiuti del programma da 17,5 miliardi firmato nel marzo 2015. Di quei soldi per ora l’Ucraina ne ha visto poco più di un terzo. La prima tranche di aiuti, circa 5 miliardi di dollari, era stata versata nelle casse di Kiev nel marzo 2015, mentre la seconda, di appena 1,7 miliardi, appena qualche mese dopo, nell’agosto 2015. Da undici mesi a questa parte il buio totale. I ritardi nell’attuazione delle riforme nell’ultima parte del governo Yatsenyuk e lo stallo politico che aveva lasciato il paese senza un governo, avevano di fatto sospeso le erogazioni del Fondo Monetario Internazionale. Poi il nuovo corso del governo Groisman, la revisione del programma di aiuti e l’attuazione in anticipo di misure di austerità (come l’aumento vertiginoso dei prezzi per tariffe e servizi, che doveva essere graduale e invece non lo è stato) hanno riaperto il dialogo tra Kiev e Washington.
Il ministero delle Finanze ucraino, negli scorsi giorni, contava di chiudere la partita e vedere i rubinetti nuovamente aperti già dalla fine di luglio. Ma nonostante abbiano visto esaudirsi tutte le proprie richieste, vere misure lacrime e sangue, a Washington non manterranno la parola data in maniera informale ai funzionari del governo ucraino. Nel calendario di luglio delle riunioni del Consiglio di Amministrazione del Fondo Monetario Internazionale diffuso oggi, verranno esaminate le situazioni economiche di dieci paesi, tra i quali la Cina, l’Irlanda, gli Emirati Arabi, la Corea, l’Afghanistan e altri cinque paesi africani. Dunque, nessuna discussione sull’Ucraina è in programma.
Fonti del FMI vicine al capo della direzione delle relazioni esterne, Jerry Rice, hanno fatto notare che in realtà l’Ucraina non avrebbe adottato tutte le leggi previste dal secondo memorandum, in particolare modo quelle contro la corruzione. Cosa che ha infastidito e non poco Kiev in quanto giudicata non veritiera. Anche perché ad agosto il Fondo chiuderà per tre settimane e tutto slitterà inevitabilmente a settembre, con le relative ripercussioni economico-finanziarie del caso. Ed è proprio con questo che si spiega la sempre crescente intesa tra l’Unione Europea e l’Ucraina, con l’attivismo diplomatico di Kiev che sta ottenendo ottimi risultati. A Bruxelles Groysman ha incassato il benestare di Juncker, che ha parlato di soddisfazione da parte della commissione Ue per la «velocità con la quale vengono portate avanti le riforme da parte del governo ucraino», di Federica Mogherini, che ha ribadito l’intenzione dell’Ue di «continuare a sostenere politicamente e tecnicamente» il paese, e di Johannes Hahn, commissario europeo per le politiche di allargamento, il quale, dopo aver ricordato come l’Ue abbia mobilitato per l’Ucraina risorse per 7 miliardi, ha annunciato un nuovo stanziamento di 100 milioni di euro per consentire a Kiev di portare a compimento la riforma della pubblica amministrazione.


