Memoria sacra e potere politico: religione, storia e il mito della sovranità esclusiva in Palestina
di Tawfiq Al Ghussein e Rania Hammad*
L’affermazione secondo cui l’ebraismo e una sovranità ebraica esclusiva sulla Palestina sarebbero inseparabili si fonda su una profonda incomprensione sia della religione sia della storia. Essa comprime teologia, memoria collettiva e rivendicazione politica moderna in un’unica narrazione lineare, oscurando così il reale carattere storico della terra. Questa conflazione non è semplicemente un errore analitico, ma una manovra politica, che trasforma il simbolismo spirituale in una pretesa di proprietà esclusiva e tratta il linguaggio religioso come se fosse uno strumento giuridico moderno.
Le tradizioni religiose si orientano abitualmente verso luoghi specifici. Nell’ebraismo, Gerusalemme occupa una centralità spirituale e simbolica indiscutibile, espressa attraverso rituali, liturgia e pratiche commemorative. I riferimenti a Sion, al Tempio e a Gerusalemme funzionano come ancore di memoria, identità e orientamento etico all’interno di una tradizione religiosa diasporica. Tuttavia, l’orientamento religioso non equivale alla proprietà politica. La memoria sacra non opera come un atto di proprietà, né il desiderio liturgico costituisce una teoria della sovranità. Interpretare formule rituali come “l’anno prossimo a Gerusalemme” come rivendicazioni di un potere statale esclusivo significa fraintendere il funzionamento del linguaggio religioso, astrarlo dalla sua funzione storica e riadattarlo a fini nazionalistici moderni.
Storicamente, la Palestina non è mai stata organizzata come un’enclave confessionale. Per lunghi periodi della sua storia, essa ha funzionato come una società multireligiosa, modellata da successivi quadri imperiali, romano, bizantino, omayyade, abbaside e ottomano, e caratterizzata da comunità sovrapposte piuttosto che da una rigida separazione etno-religiosa. Ebrei, cristiani, samaritani, pagani e, in seguito, musulmani vivevano negli stessi centri urbani e negli stessi paesaggi rurali, condividendo spesso lingue, costumi e identità locali pur differendo per appartenenza religiosa. Il governo era di natura imperiale piuttosto che nazionale, e l’appartenenza era definita tanto da legami locali, familiari ed economici quanto da criteri confessionali. La caratteristica distintiva della terra non era l’uniformità religiosa, ma la continuità nella pluralità.
È fondamentale sottolineare che i mutamenti nelle maggioranze religiose non implicavano la scomparsa o la sostituzione delle popolazioni. Nel corso dei secoli, molti abitanti adottarono nuove religioni man mano che mutavano le condizioni politiche, culturali ed economiche. La conversione, al cristianesimo nella tarda antichità o all’islam nel primo periodo islamico, non spezzò il legame con la terra né cancellò la presenza storica delle comunità. Non si trattò di migrazioni di massa, ma di processi graduali di trasformazione religiosa all’interno di comunità in larga misura stabili. I palestinesi musulmani e cristiani contemporanei vanno pertanto compresi come discendenti di queste popolazioni precedenti, legati agli stessi villaggi, alle stesse città e agli stessi paesaggi agricoli esistenti da secoli. Il cambiamento religioso modificò le credenze e le pratiche rituali, non l’attaccamento al luogo.
Alla luce di questo contesto, le rivendicazioni di una proprietà ebraica esclusiva appaiono storicamente infondate. Non esiste alcun periodo in cui la Palestina sia stata una terra esclusivamente ebraica dal punto di vista demografico o sociale, né uno in cui le altre comunità siano state assenti o marginali in senso significativo. Anche durante i periodi di sovranità ebraica antica, la popolazione era religiosamente e culturalmente diversificata. L’idea che la terra appartenga esclusivamente a un unico gruppo religioso non è un’eredità antica trasmessa intatta attraverso i millenni, ma una costruzione moderna proiettata retroattivamente sul passato.
Il sionismo è emerso in un contesto storico molto specifico, quello del nazionalismo europeo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, del pensiero razziale e dell’espansione coloniale. Esso ha tradotto la memoria religiosa e storica ebraica nel linguaggio della formazione dello Stato-nazione moderno. Il suo obiettivo non era il ripristino del carattere storicamente plurale della Palestina, ma la trasformazione di una terra già abitata in uno Stato definito dalla predominanza demografica e politica ebraica. Questa trasformazione ha richiesto non solo immigrazione, ma anche spossessamento, ristrutturazione giuridica e la riclassificazione della popolazione indigena come ostacolo piuttosto che come coabitante. La violenza e la privazione che hanno accompagnato questo progetto non sono state deviazioni accidentali da una visione altrimenti benevola, ma elementi strutturali di una logica coloniale di insediamento che esigeva esclusività in uno spazio che storicamente non era mai stato esclusivo.
Sostenere che l’ebraismo in quanto tale imponga questo esito significa strumentalizzare la religione al servizio del potere moderno. Ciò riduce una tradizione religiosa plurale e internamente contestata a una voce politica unica attraverso il tempo, e ne comprime il contenuto etico e spirituale fino a renderlo indistinguibile dal controllo territoriale. L’ebraismo, come il cristianesimo e l’islam, si è sviluppato all’interno di un paesaggio storico condiviso. La sua continuità non è mai dipesa da una sovranità esclusiva, da una supremazia demografica o dall’espulsione di altri. Per gran parte della sua storia, la vita religiosa ebraica è fiorita proprio in assenza di potere statale, sostenuta dal diritto, dallo studio e dalla pratica comunitaria piuttosto che da confini e apparati militari.
La storia della Palestina conduce a una conclusione diversa. La terra è stata a lungo sacra per molti, abitata da molti e modellata dalla continuità più che dalla rottura. Ciò che ha spezzato questo equilibrio non è stata la differenza religiosa, che per secoli era stata accomodata, ma un progetto politico moderno che ha convertito la memoria religiosa in una giustificazione della sovranità esclusiva. Così facendo, ha trasformato una storia condivisa in una rivendicazione a somma zero e ha legittimato lo spossessamento e la carneficina come passaggi necessari verso la redenzione. Il problema, dunque, non è che la religione conti in Palestina, ma che essa sia stata arruolata per santificare un progetto politico fondamentalmente in contrasto con il passato plurale della terra.
*Autori
Tawfiq Al Ghussein è scrittore e ricercatore occupato sulla storia palestinese, l’economia politica e le architetture giuridiche dell’occupazione e dello spossessamento. Il suo lavoro analizza le intersezioni tra colonialismo, sovranità, memoria e diritto internazionale, ed è apparso su diverse testate internazionali.
Rania Hammad è scrittrice e analista. Il suo lavoro affronta i temi del potere politico, della narrazione storica e della memoria culturale in Palestina e nel più ampio contesto mediorientale, con particolare attenzione al rapporto tra ideologia, violenza e formazione dello Stato moderno.
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