Mille giorni di genocidio a Gaza: il colonialismo di insediamento e la logica dell'eliminazione
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Il superamento della soglia dei mille giorni dall'inizio del genocidio a Gaza non segna soltanto un momento di riflessione, ma impone una domanda più scomoda di quelle che di solito accompagnano questi anniversari: cosa stiamo esattamente contando? Se li leggiamo come mille giorni di "guerra", o persino come mille giorni di violenza eccezionale, li isoliamo da ciò che li rende comprensibili. Perché quello che si è consumato a Gaza dall'ottobre del 2023 non è un'anomalia né un eccesso rispetto a un ordine altrimenti legittimo: è l'accelerazione di una logica che precede di molto quella data.
Quella logica ha un nome preciso negli studi che analizzano le società fondate sulla sostituzione di una popolazione indigena con una popolazione di coloni. Il colonialismo di insediamento, come è stato osservato, non è un evento ma una struttura: non si esaurisce nell'atto della conquista, ma persiste come principio organizzatore, e il suo movimento profondo è ciò che Patrick Wolfe ha chiamato la logica dell'eliminazione. L'indigeno non viene semplicemente dominato o sfruttato: viene reso superfluo, perché ciò che il progetto richiede è la sua terra senza di lui.
Letta in questa cornice, la storia che di solito viene relegata a "contesto" cessa di essere uno sfondo e diventa la spiegazione. Il genocidio non comincia nel 2023, e nemmeno nel 1948. Comincia con l'impianto di un progetto coloniale sostenuto dall'impero britannico, sancito dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e amministrato dal Mandato, che fornì l'impalcatura giuridica e militare entro cui una minoranza di coloni poté trasformarsi in potere sovrano. La Nakba del 1948, lo sradicamento di centinaia di migliaia di palestinesi, non fu allora l'origine di un "conflitto" tra due parti simmetriche, ma l'atto fondativo di eliminazione su cui lo Stato fu costruito.
E qui si chiude il cerchio che rende Gaza il luogo in cui quella logica torna a manifestarsi nella sua forma più nuda. La maggioranza degli abitanti della Striscia sono rifugiati del 1948 e loro discendenti: sono, letteralmente, i sopravvissuti della prima ondata di eliminazione, e i loro figli. Concentrati in un territorio assediato per oltre quindici anni, gestiti come un problema demografico da contenere, sono oggi il bersaglio di una violenza che completa ciò che la Nakba aveva iniziato. I mille giorni non interrompono quella storia: la portano a compimento. Per questo la Nakba non va pensata come un evento del 1948, ma come un processo continuo, di cui Gaza è oggi il capitolo più visibile.
Tutto questo non rende irrilevante il diritto internazionale, ma ne ridimensiona la centralità. È vero, e va detto con precisione, che le operazioni israeliane violano i principi di distinzione e proporzionalità sanciti dalle Convenzioni di Ginevra; che l'assedio, con le restrizioni deliberate su cibo, acqua, medicinali e carburante, costituisce una punizione collettiva vietata dal diritto umanitario; che la Corte Internazionale di Giustizia, sulla base del ricorso presentato dal Sudafrica, ha ordinato misure provvisorie per prevenire atti riconducibili alla Convenzione sul Genocidio. Ma il vocabolario stesso del diritto, l'occupazione, la belligeranza, la legittima difesa, rischia di normalizzare la relazione coloniale, presentando come scontro tra eserciti ciò che è invece un rapporto di dominazione tra un progetto di insediamento e la popolazione che esso mira a rimuovere. Il diritto descrive le violazioni; da solo non nomina la struttura che le produce.
È in questa luce che va letta anche la retorica israeliana della "legittima difesa" e degli "scudi umani". Non si tratta di una tesi da soppesare accanto a un'altra, in un equilibrio giornalistico tra due versioni. È l'apparato giustificativo che ogni colonialismo di insediamento ha sempre prodotto: il nativo trasformato in minaccia, la sua stessa presenza descritta come pericolo, la sua rimozione presentata come sicurezza. Riconoscerlo come tale non è propaganda contraria, è precisione analitica.
I mille giorni, allora, non sono soltanto il fallimento della diplomazia internazionale nel fermare una guerra. Sono il momento in cui una struttura di eliminazione, attiva da quasi un secolo, è affiorata in superficie con una nitidezza che rende impossibile continuare a chiamarla con altri nomi. Nominarla per quello che è, colonialismo di insediamento giunto alla sua conclusione genocida, non è un gesto retorico: è la condizione perché una soluzione sia anche solo pensabile. Finché continueremo a contare giorni di "conflitto", staremo raccontando la storia sbagliata.


