Missioni di pace ai minimi storici da 25 anni: cosa c'è dietro il passo indietro di Washington
di Federico Giusti
Che piaccia o no, la delegittimazione dell'Onu è anche il risultato delle politiche statunitensi e di un crescente disimpegno economico, che guarda agli organismi sovranazionali come a inutili carrozzoni.
La crisi dei finanziamenti sembra studiata a tavolino per impedire che nelle aree di conflitto si muovano osservatori internazionali e operazioni di pace multilaterali. È questa la preoccupazione del Sipri, che evidenzia come il personale impiegato nelle missioni di pace abbia raggiunto il numero più basso degli ultimi 25 anni. Facciamo nostra la denuncia dell'istituto, pur senza dimenticare che, sotto l'egida dell'Onu, alcune guerre sanguinose sono state persino alimentate.
Al 31 dicembre 2025, il personale internazionale dispiegato in operazioni di pace era pari a 78.633 unità: il 49% in meno rispetto al 2016 e il livello più basso almeno dal 2000. Sebbene i numeri siano in calo da un decennio, il 2025 ha registrato la contrazione anno su anno più marcata del periodo, pari al 17%. Il nuovo rapporto del Sipri parla chiaro: il mantenimento della pace è in pericolo, schiacciato tra il crollo degli effettivi e lo stallo geopolitico.
La ritirata statunitense da 66 organizzazioni internazionali (di cui almeno la metà legate all'Onu) è stata formalizzata da un memorandum a inizio 2026. Si tratta di una riduzione selettiva e mirata per arrivare, in sostanza, al disimpegno in settori chiave come clima, cultura, salute e diritti umani.
Questo definanziamento economico svuota l'efficacia dell'azione sul campo e si ripercuote direttamente sulle operazioni multilaterali di pace. Pur senza cedere alla nostalgia per il peacekeeping dell'Onu, una riflessione è d'obbligo se il Paese economicamente più forte decide di tagliare le risorse consuete. Il disinvestimento delegittima l'operato dell'organizzazione, soprattutto quando il veto statunitense impedisce la condanna di sempre più frequenti violazioni, o quando si bloccano missioni internazionali in aree geografiche dove rischierebbero di "rompere le uova nel paniere" agli USA e ai loro alleati più stretti, come Israele.


