“Morire per essere regolarizzati”. Oltre 100 artisti e pensatori firmano una lettera aperta a sostegno degli scioperi della fame a Bruxelles

“Morire per essere regolarizzati”. Oltre 100 artisti e pensatori firmano una lettera aperta a sostegno degli scioperi della fame a Bruxelles

Tra i firmatari, anche il co-fondatore di DiEM25 e leader del MeRA25, Yanis Varoufakis, e alcuni componenti dell’Advisory Panel, il comitato consultivo di DiEM25 – tra cui Noam Chomsky, Brian Eno e Ken Loach.

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Uno dei nostri giornalisti, Michele Metta, ha ricevuto da Frank Barat, noto difensore dei diritti umani, la richiesta di pubblicare anche in italiano questo appello, il quale sta già facendo il giro del Mondo in inglese, francese e olandese. Aderiamo volentieri alla chiamata.

Farida ha 51 anni. È nata in Belgio. Tutta la sua famiglia ha la nazionalità belga. Farida ha un lavoro fisso. Pulisce uffici ed edifici pubblici, per 6-8 Euro l’ora. La sua ultima domanda di regolarizzazione del suo stato amministrativo, è stata respinta e ha ricevuto un’ordinanza statale di lasciare il Paese.

Kiran è scappato da una guerra civile in Nepal 16 anni fa, e ha chiesto asilo in Belgio. Mentre la sua richiesta di asilo era ancora in sospeso, ha ottenuto un lavoro pagato 10 Euro l’ora. Quando la sua richiesta di asilo è stata respinta, il suo stipendio è sceso a 2 Euro e mezzo l’ora. Sua figlia, nata in Belgio, ha ora cinque anni, e parla fluentemente fiammingo, avendolo imparato a scuola. La famiglia ha presentato cinque domande di regolarizzazione, tutte respinte.

Mohamed vive in Belgio da 17 anni. Conserva come un tesoro una vecchia immagine dell’inaugurazione della nuova metropolitana di Bruxelles. “Ho lavorato nei cantieri pubblici. […] Abbiamo scavato i tunnel della metropolitana che collegano le quattro linee. È stata dura. Quello che ricordo con maggiore vividezza, è che eravamo sempre senza fiato per l’ossigeno”. Mohamed lavorava per un subappaltatore losco “senza alcuna assicurazione o protezione”. E aggiunge: “Dovevamo ritenerci fortunati per una paga di 3 Euro l’ora”.

Farida, Kiran e Mohamed fanno parte di un collettivo politico composto da 475 migranti privi di documenti. Dopo essersi prima impegnati in forme più tradizionali di azioni politiche – lobbying, manifestazioni, occupazioni, e simili – sono stati spinti al limite dalle conseguenze della pandemia di COVID-19. A quel punto, hanno deciso di far ricorso a un’azione politica estrema: hanno reso visibile sulla loro stessa carne le violenze cui sono quotidianamente sottoposti. Ridotti dal loro sfruttamento economico allo stato di semplici corpi, hanno trasformato i loro organismi nel luogo della lotta per il loro riconoscimento legale. E così, negli ultimi 50 giorni, hanno occupato e condotto uno sciopero della fame in tre diversi luoghi di Bruxelles: due Università e una chiesa.

Secondo i medici che li seguono, il loro digiuno è entrato nella fase “critica” due settimane fa. I loro corpi, dopo aver bruciato tutto lo zucchero e il grasso, iniziano a consumare i propri stessi organi, compreso il cuore. La morte, in questa situazione, diventa una minaccia reale e imminente.

 

RICHIESTE SEMPLICI

 

Le richieste dei migranti privi di documenti sono semplici. In primo luogo, vogliono che chi sta effettuando lo sciopero della fame, sia regolarizzato. In secondo luogo, vogliono che nell’agenda politica del governo sia inserita la messa a punto di criteri di regolarizzazione chiari e permanenti, da applicare attraverso una commissione indipendente.

L’attuale segretario di Stato per i richiedenti asilo e l’immigrazione, il cristiano-democratico Sammy Mahdi, si rifiuta di aprire qualsiasi trattativa su questa base. Per giustificare la sua posizione rigida, ricorre a una greve argomentazione: i migranti privi di documenti hanno ricevuto l’ordine di lasciare il Paese, emesso dallo Stato, al quale non si sono conformati. Sono quindi individualmente responsabili della loro situazione amministrativa.

Questo formalismo giuridico è davvero una ragione sufficiente a giustificare la negazione di qualsiasi status giuridico ai migranti privi di documenti? La verità è che nasconde convenientemente sotto il tappeto il fatto che questa situazione di immigrazione clandestina è in gran parte il risultato proprio di scelte fatte dal Belgio, e più in generale dall’Unione Europea. Ci sono 150.000 persone che vivono e lavorano in Belgio senza documenti. Secondo uno studio curato dal Pew Center, il numero di migranti privi di documenti all’interno dell’UE si aggira tra i 3 milioni e 900.000 e i 4 milioni e 800.000. Questo numero enorme, è appunto il risultato di un deliberato cambiamento nella progettazione delle politiche migratorie.

Negli ultimi 20 anni, gli Stati europei hanno ridotto collettivamente e drasticamente i percorsi di migrazione legale verso l’Europa. Hanno promosso pratiche restrittive e arbitrarie all’interno della loro pubblica amministrazione, ad esempio inasprendo le condizioni per rinnovare i permessi di soggiorno temporanei, che hanno costretto molti migranti a ritrovarsi nello status di irregolari. Il delicato compito di controllare le frontiere esterne europee, è stato esternalizzato, delegando questa responsabilità a Stati confinanti come la Turchia e la Libia, i cui precedenti per quanto riguarda il benessere dei migranti sono a dir poco scarsi. Hanno anche permesso che i loro mercati del lavoro si segmentassero tra i lavoratori con e senza documenti, il che alimenta ulteriormente il dumping sociale in settori economici che non possono essere esternalizzati – edilizia, cibo e ospitalità, cure, e così via – facilitando allo stesso tempo lo sfruttamento di una forza lavoro insicura.

Questo formalismo giuridico trascura anche la peculiarità delle politiche migratorie del Belgio. Da parecchio tempo a questa parte, all’incirca ogni 10 anni, il Belgio si rende conto dell’esistenza di un rilevante numero di migranti privi di documenti che vivono sul suo territorio, e che questa situazione è insostenibile a lungo termine. Il Belgio procede quindi a campagne di regolarizzazione su larga scala, ma temporanee – la prima, nel 1999-2000, la seconda nel 2009-2011 – puntualmente giurando che quella sarebbe stata l’ultima volta.

Al contrario, Francia e Spagna sono da tempo giunti alla conclusione che questa gestione irregolare della migrazione ha portato a un vicolo cieco politico. Hanno perciò scelto di stabilire alcuni criteri chiari e permanenti – come la durata del soggiorno, un lavoro stabile, comprovati legami sociali, e così via – in virtù dei quali i migranti irregolari possono essere regolarizzati su base continuativa e individuale.

 

PAURA DELL’ESTREMA DESTRA

 

Il governo belga, come molti altri governi in tutta Europa, commette un grave errore politico. Resta pietrificato dalla paura di fronte all’ascesa dei partiti nazionalisti di destra. Tenta di smarcarsi da questa offerta politica, ma con il paradosso di prendere come punto di riferimento proprio l’elettorato di destra, attuando così politiche migratorie che definisce “ferme ma umane”.

Dunque, pragmaticamente, questo significa che il governo belga sta in realtà attualmente implementando nient’altro che una versione annacquata della piattaforma migratoria promossa dai partiti nazionalisti, mentre afferma di tenere in grande considerazione i diritti umani e le norme del Diritto internazionale. Un simile approccio, equivale a un doppio fallimento. Si sottintende che siano i partiti xenofobi ad avere le giuste risposte politiche alla migrazione; al contempo, c’è una contaminazione dei valori universali. Per combattere l’estrema destra, non si coopta la sua agenda politica. Per combattere contro l’estrema destra, se ne contestano le idee, che sia tratti della sua retorica o delle sue azioni.

Per tutte le ragioni fin qui elencate, esortiamo il governo belga a riprendere quanto prima il dialogo con le persone che stanno attuando lo sciopero della fame, guardando, come prospettiva finale, alla loro regolarizzazione, e ad avviare una riforma politica che stabilisca alcuni criteri chiari e permanenti di regolarizzazione per il futuro.

 

Primi firmatari:

Ken Loach

Dardenne brothers

Noam Chomsky

Roger Waters

Christiane Taubira

Agnès Jaoui

Agnès B

Brian Eno

Costa Gavras

Michele Ray Gavras

Saule

Susan George

Dominique Gros

Radu Mihaileanu

Cédric Herrou

Dominique Blanc

Judith Butler

Irène Jacob

Marianne Denicourt

André Wilms

Yanis Varoufakis

Jean Ziegler

Ai Wei Wei

Peter Gabriel

Bouli Lanners

Virginie Ledoyen

Natacha Regnier

Liam Cunningham

Jeanne Balibar

Marius Gilbert

Emmanuel André

Robert Guediguian

Françoise Tulkens

Annemie Schaus

Aki Kaurismaki

Mike Leigh

Etienne Balibar

Philippe Geluck

Achille Mbembé

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