Nella post-democrazia, un appello per un nuovo CSM baluardo di diritti e lotte sociali

"La battaglia per la legalità non è solo rispetto di regole. E’ una battaglia sociale che deve restituire centralità alla sovranità popolare"

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Nella post-democrazia, un appello per un nuovo CSM baluardo di diritti e lotte sociali


L’imminente rinnovo del Consiglio Superiore della Magistratura deve rappresentare una grande occasione di discussione tra le forze politiche. Il Parlamento deve poter portare all'interno di quest'organismo figure capaci di difendere l’indipendenza della magistratura, ma anche quei principi di libertà che animano la nostra Costituzione.

La battaglia per la legalità non è solo una questione di forme, di rispetto di regole. È una battaglia dotata di precisi connotati sociali. Le illegalità delle burocrazie, della politica, dei ceti criminali che sono alimentati anche da una spesa pubblica incontrollata, contribuisce a mantenere e ad ampliare le ingiustizie che gravano sulla società e sul nostro paese. 

 
Il crollo del Muro di Berlino ha condannato alla pattumiera della storia la nomenclatura che per decenni aveva oppresso i lavoratori dell’Est. Dopo il 1989 in Occidente è iniziato un processo opposto. Nuove élite burocratiche (statali, sovranazionali, della finanza, dell'economia transnazionale, della produzione dell'immateriale) hanno fortemente condizionato le democrazie. La trasformazione delle democrazie dell’Ovest si è manifestata a) con la riduzione dei poteri decisionali dell’elettorato e con l’allontanamento dei centri di decisione dal controllo popolare, b) con la crescita del ruolo di agenzie e ceti burocratici, c) con la collocazione “fuori dalla legge” dei settori cruciali della attività economica. La produzione della ricchezza in una società della produzione immateriale e nel sistema della globalizzazione non è più soggetta alla legislazione degli Stati nazionali (né al sistema dei trattati internazionali) ma dipende da una rete di regole che i grandi interessi economici internazionali plasmano a proprio piacimento. La conseguenza di ciò è la formazione di una vasta zona della economia e della produzione della ricchezza nella quale il confine tra lecito e illecito è indefinito, è variabile, può essere modificato velocemente. 
 
Il sistema dell’illecito e della opacità delle grandi decisioni economiche ha profondamente alterato la spesa pubblica in Italia e in molti paesi dell'Occidente. Le patologie non si sono manifestate solo nel nostro Paese ma in tutti i grandi paesi Occidentali. La differenza riguarda la velocità degli interventi sanzionatori e la diversa legittimazione delle istituzioni chiamate a reprimere l'illecito. La redistribuzione operata dallo Stato non è più diretta a favorire gli strati sociali disagiati, a combattere la deprivazione economica, ma è orientata a trasferire risorse a favore dei grandi centri finanziari che oggi formano la rete delle economie occidentali. L’arricchimento delle burocrazie, dei ceti parassitari allarga l’indebitamento degli Stati, alimenta le crisi finanziarie, blocca le politiche sociali. 
 
Un’opera di redistribuzione, un ritorno ad una politica diretta al mondo del lavoro e ai settori più bisognosi, deve partire da un ritorno alla legalità. Questo itinerario non può essere intrapreso soltanto con la richiesta del rispetto della leggi nazionali o limitandosi a combattere gli illeciti negli ambiti nazionali. Una battaglia per la legalità deve ottenere il ritorno ad un sistema di decisione che restituisca centralità alla sovranità popolare. 
 
Una battaglia per la legalità deve essere pronta a colpire le illegalità ma anche i sistemi che le provocano o le favoriscono. Dopo il crollo della Prima Repubblica avvenuto sulla spinta delle indagini di Tangentopoli,  un ceto burocratico (fatto di vertici degli apparati, di giurisdizioni di vario tipo, di uno specialismo ai confini tra pubblico e privato) ha preteso di sostituirsi alla rappresentanza politica per introdurre nel paese una ipotetica “cultura” della legalità. I frutto di questo sistema si possono leggere negli illeciti che continuano ad emergere non soltanto nel Sud gravato da una storica arretratezza ma nelle regioni più avanzate e ricche del Nord.
 
La difesa della democrazia e la difesa della legalità impone oggi un forte appoggio a quegli uffici giudiziari che si mostrano impegnati nel contrasto della corruzione e che mettono in luce le patologie di un nuovo equilibrio di potere. La difesa della democrazia deve però partire oggi anche dalla constatazione che la legalità si difende solo eliminando ogni zona di immunità e impedendo che si formino nel sistema zone nelle quali la decisione è sottratta al controllo democratico.
 
L’Italia ha bisogno di una nuova politica della giustizia. Negli anni passati la rivendicazione della legalità è stata mescolata con richieste di altra natura. La difesa del ruolo del potere giudiziario per garantire il rispetto delle regole, per condannare il furto, per combattere la prepotenza delle burocrazie,  si è a volte accompagnata a rivendicazioni di tipo corporativo, a richieste che contrastano con i principi della democrazia. 
 
Alle rivendicazioni di settori innovatori della magistratura (i gruppi che si richiamano alla gloriosa tradizione di Magistratura democratica) si sono unite le richieste dei gruppi più conservatori che pongono al primo posto la difesa di interessi di ceto (le retribuzioni, il trattamento dei vertici giudiziari, la opposizione al pensionamento a 70 anni che avrebbe la funzione di contrastare la gerontocrazia giudiziaria). La difesa della legalità viene a volte utilizzata per giustificare gravi diseguaglianze a alterazioni del sistema democratico.
 
Nella giustizia negli anni 2000 si ripetono fenomeni che si erano manifestati dopo il 1945. Nell’Italia della democrazia e della costituzione erano attivi magistrati che si erano formati nella disciplina e nell’entusiasmo littorio. Per anni la democrazia italiano ha dovuto difendersi da una giustizia che condannava i partigiani e concedeva l’amnistia ai torturatori fascisti, da una giustizia che cercava di riprodurre lo spirito della codificazione fascista, sia nel campo penale che in quello civile e dei rapporti di lavoro. Oggi in un paese ferito dalla crisi e oppresso da politiche burocratiche settori del giudiziario cercando di utilizzare il tema della difesa della legalità per riproporre alcuni privilegi e di legittimarsi di fronte alle maggioranze politiche con una dura attività repressiva. 
 
Una politica della giustizia deve difendere l’indipendenza della magistratura ma deve essere attenta non solo ai condizionamenti che possono gravare dall’esterno sui giudici, ma anche a quelli che possono venire dall’interno. I giudici della Repubblica non devono essere i giudici condizionati dalle correnti o dalle associazioni. I giudici che dipendono solo dalla legge devono rispettare il legislatore e non pretendere di condizionarne l’agire quando si tratti di prebende, di retribuzioni, di pensioni, di privilegi. Una politica della giustizia deve difendere l’indipendenza del giudice che lotta contro l’arbitrio burocratico, contro la ruberia privata o di settori dello Stato. Ma deve essere anche pronta a contrastare le ideologie repressive che serpeggiano in settori del giudiziario.
 
Per questo, i componenti laici del CSM devono certo tutelare l’indipendenza del giudice, ma altresì la libertà dei cittadini; dovranno essere anche pronti a contrastare le ideologie repressive che serpeggiano in settori del giudiziario. Troppo spesso, infatti, si vedono riemergere in provvedimenti giudiziari temi e ipotesi di reato che rimandano al codice Rocco e alla repressione fascista. Non si può contestare la finalità di terrorismo ad ogni forma di protesta! Non si può minacciare il reato di devastazione se nel corso di una manifestazione di protesta una vetrina o un cassonetto vengono danneggiati!
 
Nella pattuglia dei laici presenti nel nuovo CSM non devono essere collocati i soliti mediatori capaci di trattare con le „correnti“ al fine di determinare promozioni o nomine. Occorre mettere in campo una pattuglia coraggiosa che sia capace di difendere i movimenti sociali, i bisogni provocati dalla sofferenza, i cittadini contro lo Stato e contro l’arbitrio di funzionari che non sono fedeli alla democrazia e alla Repubblica. La Costituzione prevede che i membri laici siano professori ordinari di università o avvocati cassazionisti. Questo non significa che debbano essere figure lontane dalle lotte e dai movimenti. È il momento di difendere l’indipendenza della magistratura portando nel CSM non i consiglieri del principe ma i consiglieri del popolo. Non coloro che suggeriscono le soluzione ai potenti ma coloro che difendono i deboli nelle aule di giustizia. Perché non far giungere al CSM gli avvocati che hanno difeso le vittime della violenza poliziesca come nel caso Aldovrandi? Perché non pensare ai collegi di difesa dei No TAV? Perché non ricorrere a quei pochi professionisti o a quegli studiosi che sono contro la corrente e le „correnti“?
 
Occorre un nuovo CSM, occorrono voci nuove nel CSM. Non solo voci capaci di ripetere vecchie litanie o a svolgere ipocriti rituali di conferma di diseguaglianze o di privilegi. Il CSM deve è può diventare una tribuna dalla quale possono essere difese le lotte e le proteste sociali. Lotte e proteste che chiedono di contenere la prepotenza burocratica, l’arbitrio, la violenza contro giovani e contro cittadini inermi. Che rivendicano un giudice indipendente, ma consapevole di operare nella democrazia e per la democrazia. 

Paolo Becchi

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