Nemer Hammad e la diplomazia dei popoli: come la voce della Palestina ha attraversato trent'anni di storia politica italiana
di Marietta Tidei
Dieci anni dopo la sua scomparsa, ricordare Nemer Hammad significa raccontare molto più della vita di un diplomatico palestinese. Significa ripercorrere quasi trent’anni di rapporti tra l’Italia e la Palestina e tornare alla memoria di un uomo capace di costruire relazioni anche quando il dialogo sembrava più difficile.
Quando penso a Nemer, però, prima ancora dell’ambasciatore, dell’uomo dell’OLP e del consigliere di Yasser Arafat e Mahmoud Abbas, mi tornano alla mente le conversazioni, le lunghe serate, le cose che ho avuto la fortuna di sentirgli raccontare.
Nemer raccontava, spiegava, ricostruiva. Aveva una straordinaria capacità di collocare ogni avvenimento dentro la storia che lo aveva preceduto. Non amava le semplificazioni e non aveva bisogno di alzare la voce per sostenere con fermezza le ragioni del proprio popolo.
Forse è questa la parola che più associo a lui: misura.
Una misura che non era distacco né neutralità. Hammad era profondamente palestinese, legato alla causa nazionale alla quale aveva dedicato la vita. Ma aveva compreso che rappresentarla significava anche saperla spiegare a chi non la conosceva, a chi la guardava con diffidenza e persino a chi partiva da posizioni lontane dalle sue.
Nemer Hammad arrivò in Italia negli anni Settanta. Raccontò che, quando giunse a Roma nel 1973, i rapporti tra l’OLP e le istituzioni italiane erano quasi inesistenti. L’anno successivo, l’incontro con Gian Carlo Pajetta contribuì ad aprire una nuova fase.

Erano gli anni della Guerra fredda e del terrorismo, del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, ma anche quelli in cui l’Italia cercava di sviluppare una propria politica mediterranea e di conservare un ruolo autonomo nei rapporti con il mondo arabo.
Hammad attraversò quella stagione entrando in relazione con alcuni dei protagonisti della Prima Repubblica: Aldo Moro, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Enrico Berlinguer, Bettino Craxi. Negli anni avrebbe costruito rapporti con la Democrazia Cristiana, il PCI, il Partito Socialista, il PSDI, la Presidenza della Repubblica, il Vaticano e il Parlamento.
Non appartenevano allo stesso campo politico. Ed è proprio questo a spiegare la sua capacità diplomatica.
Nemer non cercava soltanto amici della Palestina. Cercava interlocutori. E sapeva costruirli.
Gli archivi della politica italiana confermano la profondità di quella rete: incontri, corrispondenze, messaggi tra la leadership palestinese e quella italiana, colloqui sulle crisi più delicate del Mediterraneo. Ma più dei singoli documenti conta il metodo: la costruzione paziente della fiducia.
Era una diplomazia fatta di incontri ufficiali, ma anche di canali informali e rapporti personali. Una diplomazia nella quale la capacità di parlare con persone appartenenti a mondi lontanissimi poteva diventare decisiva.
Quella storia è raccontata anche nel libro che Alberto La Volpe pubblicò nel 2002, Diario segreto di Nemer Hammad. Ambasciatore di Arafat in Italia, con la prefazione di Francesco Cossiga.
Il titolo restituisce una condizione particolare: quella dell’ambasciatore di uno Stato che ancora non esisteva.
La storia personale di Nemer coincideva profondamente con quella del suo popolo. Palestinese della generazione segnata dal 1948, aveva conosciuto l’esilio e la diaspora. Quella condizione non era per lui una categoria astratta della politica internazionale: apparteneva alla sua vita.
Forse proprio per questo aveva compreso quanto fosse importante far conoscere la Palestina non soltanto come una questione diplomatica, ma come una terra abitata da uomini, donne, famiglie, bambini.
La sua azione non si fermò alle relazioni con il governo, i partiti o la Farnesina. Capì presto l’importanza degli enti locali e delle comunità.
Tra gli anni Ottanta, Novanta e i primi Duemila, in Italia nacque un forte movimento di Comuni, Province, associazioni e amministratori impegnati sui temi della pace, della cooperazione e della solidarietà. Nemer frequentava quel mondo con convinzione.
Favoriva incontri, viaggi e gemellaggi. Portava sindaci e amministratori italiani in Palestina e costruiva relazioni dirette tra comunità. Era una forma di diplomazia dal basso, meno visibile di quella istituzionale ma capace di produrre legami duraturi.
Ed è proprio attraverso questa esperienza che io lo conobbi.
Mio padre era allora sindaco di Civitavecchia. In quegli anni nacque un rapporto intenso con Betlemme, che nel 1998 avrebbe portato al gemellaggio ufficiale tra le due città.
Nemer ebbe un ruolo importante nel costruire e alimentare quella relazione. Ma sarebbe riduttivo ricordare soltanto la firma di un gemellaggio.
Attorno a quel rapporto nacquero iniziative concrete di solidarietà, incontri, visite e progetti rivolti ai bambini palestinesi. Ricordo ancora una bambina proveniente dal campo profughi di Bourj el-Barajneh, in Libano, che poté arrivare in Italia per essere curata per una grave malattia.
Erano gesti piccoli rispetto alle grandi vicende della politica internazionale. Eppure Nemer aveva compreso che anche da lì passa la costruzione di una relazione tra i popoli: dalla possibilità di trasformare una dichiarazione politica in un aiuto concreto e in una responsabilità condivisa.
Nel 2002, alla fine dell’assedio della Basilica della Natività, Civitavecchia volle intitolare una piazza a Betlemme. Nemer era presente. In quell’occasione parlò del “mare che ci unisce” e dell’appartenenza a una stessa civiltà, augurando ai bambini palestinesi un futuro di pace e speranza.
Quella frase contiene molto del Nemer Hammad che ho conosciuto: un uomo profondamente legato alla propria identità, ma capace di cercare ciò che univa.
Ricordo anche alcune cene, nelle quali si finiva inevitabilmente a parlare di Palestina e Medio Oriente. Nemer parlava molto, ma soprattutto sapeva spiegare.
Aveva la qualità rara di chi possiede convinzioni profonde senza trasformarle in slogan. Conosceva gli interessi, le paure e le contraddizioni degli attori in campo. Non negava la complessità: la affrontava.
Era capace di sostenere con fermezza le ragioni dei palestinesi e, allo stesso tempo, di parlare della necessità del dialogo. In questo equilibrio si rifletteva anche la sua idea della politica: una causa non diventa più forte quando si chiude, ma quando riesce a farsi comprendere senza rinunciare alla propria verità.
Alla sua morte, nel settembre 2016, il Ministero degli Esteri italiano lo ricordò come un “attivista e diplomatico infaticabile”, sottolineando il suo impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese e per il dialogo con Israele nella prospettiva dei due Stati.
Fabio Scuto, su Repubblica, lo definì “Mr. Palestina in Italia”.
Era una definizione giornalistica, ma conteneva una verità. Per quasi trent’anni Nemer era stato uno dei volti attraverso i quali l’Italia aveva conosciuto la Palestina.
Aveva rappresentato l’OLP negli anni più difficili, quando in Europa la questione palestinese era spesso associata al terrorismo internazionale. Aveva dovuto confrontarsi con la violenza delle organizzazioni estremiste, mantenendo fermo un principio: distinguere la causa palestinese dal terrorismo.
Quando lasciò l’Italia nel 2005 per tornare in Palestina come consigliere di Mahmoud Abbas, spiegò in un’intervista all’Unità che considerava l’Italia un vero “laboratorio” del dialogo israelo-palestinese. Ricordò Berlinguer, Craxi e Andreotti come uomini che, pur appartenendo a culture politiche diverse, avevano cercato di costruire una prospettiva fondata sul riconoscimento reciproco e sui due Stati.
Nemer era orgoglioso di aver contribuito a costruire intorno alla ricerca della pace un consenso capace di attraversare schieramenti differenti.
Questa è stata probabilmente una delle sue più grandi capacità politiche: non parlare soltanto a chi era già vicino alla Palestina, ma parlare agli altri. Non limitarsi a rappresentare una posizione, ma creare le condizioni perché potesse essere ascoltata.
Dieci anni dopo la sua morte, mentre il conflitto israelo-palestinese continua a segnare drammaticamente il Medio Oriente, ricordare Nemer Hammad significa ricordare una particolare idea della politica e della diplomazia.
La convinzione che rappresentare il proprio popolo non significhi rinunciare al dialogo. Che difendere una causa non richieda di cancellare la complessità. Che per costruire consenso occorra attraversare confini politici, culturali e perfino emotivi.
Ma significa anche tornare a quelle conversazioni, a quelle cene, alla sua voce capace di tenere insieme memoria e analisi, dolore e lucidità, appartenenza e apertura.
E forse anche per questo Nemer Hammad riuscì a fare qualcosa che va oltre il lavoro di qualsiasi ambasciatore: fece conoscere la Palestina all’Italia e, dopo quasi trent’anni trascorsi nel nostro Paese, finì per diventare anche lui un pezzo della nostra storia.


