No, non dobbiamo abituarci alla criminalità giornalistica, alla censura di regime

Cremaschi: "In migliaia siamo scesi in corteo a Roma, Milano e in altre città d'Italia per dire no alla guerra che continua e si estende da 25 anni. E tutti i principali quotidiani, tutte le reti televisive hanno completamente ignorato le manifestazioni".

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No, non dobbiamo abituarci alla criminalità giornalistica, alla censura di regime

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di Giorgio Cremaschi

Nonostante lo dessimo per scontato e quindi non ci abbia sconvolto più di tanto, non possiamo abituarci alla censura di regime verso tutto ciò che non rientra nei suoi schemi e interessi.
 
In migliaia siamo scesi in corteo a Roma, Milano e in altre città d'Italia per dire no alla guerra che continua e si estende da 25 anni. E tutti i principali quotidiani, tutte le reti televisive hanno completamente ignorato le manifestazioni.

Potevano dire che non erano all'altezza delle passate mobilitazioni per la pace. Potevano fare il conto delle forze e dei vip che non partecipavano ad esse, insomma avevano tanti modi per sminuire, danneggiare, colpire. Hanno scelto quello più feroce e meno faticoso: non dire nulla. No, non dobbiamo abituarci alla criminalità giornalistica. Chi uccide una persona, chi la cancella dalla faccia della terra è un assassino. Chi fa strage di persone è un terribile criminale. Ma chi cancella il tuo agire quando avrebbe il compito istituzionale di renderlo visibile, chi sopprime l'impegno di migliaia di persone che ancora vogliono lottare contro la guerra, che razza di criminale è?
 
Siamo in fondo alla classifica mondiale per la libertà di stampa e si vede. E non perché ci sia una polizia politica che arresti i giornalisti che dicono la verità. No il regime lavora con la corruzione morale e coi talkshaw, distribuisce le parti e le funzioni, assegna ai suoi anchormen il compito di gestire la propaganda di palazzo. Al regime non piace la stessa idea di una guerra che dura da 25 anni. Non è utile ricordare da quanto tempo si è coinvolti in un conflitto che si aggrava sempre di più. Soprattutto se si vuole scriverne un altro capitolo in Libia. Al regime ha fatto molto piacere che tutte le anime del suo teatrino - destra centro sinistra grandi confederazioni sindacali intellettuali esperti - si siano scordate la data. Così è stato più facile censurare, cioè virtualmente sopprimere, migliaia di persone scese in piazza. Esse erano fuori dagli schemi, dall'agenda e dalle organizzazioni televisivamente riconosciute. Militanti del sindacalismo di base, Notav, pacifisti veri, comunisti. Tutta gente di cui non si deve parlare. Se ne deve anzi negare la stessa esistenza. Non si sa mai, la loro tenace resistenza potrebbe essere prima o poi contagiosa.
 
Certo se queste persone avessero rotto qualche vetrina allora sì che i mass media avrebbero parlato, per ricordare che la violenza danneggia le ragioni di chi scende in piazza e per chiedere nuovi giri di vite polizieschi contro chi manifesta. Mascalzoni.
 
No non prossimo abituarci a questa cialtroneria, anche se occupa oramai tutto il sistema mediatico. Due cose dobbiamo subito fare.
 
La prima è di non stancarci di far sapere che tutto ciò che passa in TV e sui grandi giornali è falso o falsificato. Urliamolo dai nostri tetti. Non credere a nulla di ciò che viene affermato dai mass media è il primo atto di libertà e ribellione democratica contro il regime.
 
La seconda è boicottare la censura killer ed i suoi squadristi in carta, penna, computer, microfono e telecamera. Questo è più difficile, ma altrettanto necessario, bisogna che i cialtroni che ci cancellano siano ripagati della loro stessa moneta: disprezziamoli certo, ma soprattutto boicottiamo il regime e la sua stampa.

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