Non solo USA: chi sta finanziando (davvero) l'industria bellica e l'economia di guerra di Israele
Come ha scritto Mohamad Hasan Sweidan per The Cradle, la guerra di Israele non è più confinata a un singolo fronte o a un'unica area geografica. Dall'operazione "Al-Aqsa Flood" del 7 ottobre 2023, le attività militari di Tel Aviv si sono estese contemporaneamente a Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen e Iran, trasformando il conflitto in un teatro operativo continuo anziché in una serie di campagne isolate.
La portata di questa guerra è rilevante non solo per il drammatico costo umano, ma anche per ciò che rivela sul piano industriale. Su questi fronti Israele ha schierato una vasta gamma di tecnologie avanzate: dai missili di precisione ai droni, fino a radar, sistemi di intercettazione e strumenti di guerra elettronica. Il campo di battaglia si è così trasformato in un enorme banco di prova in cui i sistemi militari vengono non solo impiegati, ma anche messi in mostra per il mercato globale.
Secondo l'analisi di Mohamad Hasan Sweidan per The Cradle, la questione centrale non è più soltanto stabilire chi fornisca armi a Israele, ma comprendere chi permetta a Tel Aviv di trasformare il conflitto in un ciclo continuo di produzione, sperimentazione e vendita globale. Per decensioni il sostegno politico, finanziario e tecnologico dell'Occidente e degli Stati Uniti ha costituito la spina dorsale della difesa israeliana. Questa struttura rimane intatta, ma non è più l'unico pilastro.
Negli ultimi anni è emerso un secondo livello: i Paesi arabi che hanno normalizzato i rapporti con Tel Aviv, in particolare i firmatari degli Accordi di Abramo. Queste nazioni sono diventate un mercato in forte crescita per l'export militare israeliano, inserendosi in un circuito finanziario che alimenta direttamente le industrie belliche di Israele.
I numeri del settore
I dati del Ministero della Difesa israeliano mostrano che le esportazioni nel settore della difesa hanno raggiunto la cifra record di 19,2 miliardi di dollari nel 2025, segnando il quinto anno consecutivo di crescita. In cinque anni l'export è raddoppiato; in un decennio è quadrublicato. Circa la metà di questi contratti (10 miliardi di dollari) è stipulata direttamente tra governi. Questo dettaglio è cruciale: dimostra che le vendite di armi non sono semplici transazioni commerciali, ma veri e propri patti politici e di sicurezza.
La partecipazione araba segue lo stesso trend. Nel 2022 i Paesi degli Accordi di Abramo rappresentavano il 24% dell'export militare israeliano (circa 3 miliardi di dollari). Nel 2023, con lo scoppio della guerra a Gaza e la conseguente pressione politica sull'immagine pubblica dei governi arabi, la quota è crollata al 3%. Il calo è stato però temporaneo: già nel 2024 la quota è risalita al 12% (1,78 miliardi). Nel 2025, Israele ha riclassificato i dati sotto la macro-categoria "Medio Oriente e Nord Africa" (che include Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco), la quale ha raggiunto il 15% del totale (2,88 miliardi di dollari).
Nel 2025 questa area geografica ha superato gli stessi Stati Uniti come destinazione dell'export militare israeliano (15% contro 13%). Il dato evidenzia come la normalizzazione diplomatica si sia evoluta in un'integrazione militare e finanziaria strutturata. Il mercato è dominato da tre giganti che da soli coprono il 90% dell'export: Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI) e Rafael.
La guerra come piattaforma di marketing
I funzionari israeliani non hanno mai nascosto il legame tra operazioni sul campo e successo commerciale. Annunciando i dati record, i vertici della difesa hanno indicato esplicitamente i conflitti a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran come i principali motori della domanda. Nel marketing bellico israeliano ricorre costantemente lo slogan "battle-tested" (testato in battaglia): le intercettazioni missilistiche dimostrano l'efficacia della difesa aerea, i sistemi di sorveglianza ottengono credibilità grazie al tracciamento in tempo reale, e i raid dei droni diventano case history operative nei cataloghi aziendali.
Le aree civili e le zone di guerra attiva si trasformano così nell'ambiente in cui i sistemi vengono perfezionati e commercializzati, rendendo labile il confine tra necessità operativa e utilità commerciale.
Dalla diplomazia all'integrazione militare
Firmati nel 2020 con la promessa di portare turismo, scambi commerciali e stabilità, gli Accordi di Abramo hanno progressivamente spostato il proprio asse sulla sicurezza, complice l'inclusione di Israele nel CENTCOM (il Comando Centrale degli Stati Uniti), che ha facilitato il coordinamento strategico con i Paesi arabi.
Il Marocco, ad esempio, ha acquistato circa 2 miliardi di dollari in equipaggiamento militare israeliano dalla normalizzazione dei rapporti, e le aziende di Tel Aviv sono ormai una presenza fissa nelle fiere della difesa del Golfo. Nonostante le critiche dell'opinione pubblica araba per le distruzioni a Gaza, i canali strutturali sono rimasti intatti. Nel 2025, le categorie di armamenti più richieste sono state i missili e i sistemi di difesa aerea (29%), seguiti da sorveglianza e ricognizione (22%), radar e guerra elettronica.
Il colosso Elbit Systems incarna perfettamente questo modello: nel 2025 ha registrato un fatturato di 7,9 miliardi di dollari (+16%) e un portafoglio ordini di 28,1 miliardi, di cui il 72% proveniente dall'estero. I vertici aziendali hanno confermato agli investitori che la crescita è direttamente legata ai conflitti in corso e all'alto interesse dei Paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo.
Un'economia regionale plasmata dal conflitto
Mentre i fronti bellici si allargano (dal dramma umanitario di Gaza agli sfollamenti in Cisgiordania, fino alle tensioni in Libano e ai raid in Iran e Yemen), l'industria della difesa israeliana garantisce una produzione continua sia per l'esercito interno sia per i clienti internazionali.
I ricavi delle esportazioni finanziano direttamente il bilancio della difesa di Tel Aviv e lo sviluppo di nuove tecnologie. Di conseguenza, i capitali che affluiscono dai Paesi occidentali e dai partner arabi sostengono la macchina bellica israeliana. Gli Accordi di Abramo si sono così trasformati da intese diplomatiche a un sistema finanziario e militare integrato, dove il confine tra campo di battaglia, mercato e alleanza politica è ormai azzerato.


