Nucleare iraniano, l'affondo di Mosca: perché l'Occidente sta sbagliando le mosse con l'Iran
Nuovo scontro diplomatico sull'asse Mosca-Washington in merito al dossier nucleare di Teheran. Mikhail Ulyanov, Rappresentante permanente della Federazione Russa presso le organizzazioni internazionali a Vienna, ha duramente criticato le recenti pressioni esercitate dal blocco occidentale, denunciando che le pretese di smantellamento del programma atomico iraniano violano apertamente il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).
In un duro intervento affidato ai propri canali social, l'alto diplomatico russo ha preso una netta posizione a favore della Repubblica Islamica, contestando la legittimità internazionale delle sanzioni e dei diktat promossi dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Il diritto all'atomo pacifico sotto la lente dell'AIEA
Secondo la tesi sostenuta da Ulyanov, il diritto internazionale tutela le attività di ricerca e sviluppo nucleare a scopi civili, inclusi i processi legati all'arricchimento dell'uranio.
"L'Iran ha il pieno diritto di sviluppare attività nucleari pacifiche sotto la rigorosa supervisione internazionale", ha spiegato il diplomatico russo.
La posizione della Russia si fonda su un principio cardine del TNP:
- Assenza di scopi militari: Non sussiste alcuna violazione formale dei trattati finché i programmi nucleari dei Paesi non dotati di armi atomiche mantengono una natura esclusivamente civile.
- Monitoraggio costante: Le attività di Teheran rimangono soggette alle ispezioni e al monitoraggio ispettivo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA).
Il "doppio standard" occidentale
Le dichiarazioni del rappresentante russo giungono in un momento di fortissima tensione geopolitica, caratterizzato da un rinnovo della campagna di massima pressione economica e politica da parte di Washington contro Teheran.
Da parte sua, il governo iraniano continua a rivendicare la totale trasparenza e la natura pacifica del proprio programma energetico e medico, rigettando le accuse dell'Occidente e bollandole come il frutto di un "doppio standard" politico che ignora i canoni del diritto internazionale e gli accordi già esistenti.


