Palestina occupata, Al Khalil, dove la vita si marca con le bandiere
La famiglia Abushamsiya è da molto tempo sinonimo di coraggio e perseveranza nel ribellarsi all'occupazione illegale israeliana, per questo motivo è da anni vittima di abusi e di violenze.
Di Paola Di Lullo
Imad Abushamsiya è nato a Khalil, dove è cresciuto e tuttora vive con la moglie Fayzeh ed i loro cinque figli.
I loro crimini? Resistere, denunciando le discriminazioni, gli abusi, i soprusi cui sono sottoposti, quotidianamente, i palestinesi di Khalil da parte dell'occupazione israeliana.
La loro casa, appartenente da generazioni alla famiglia di Imad, si trova poco dopo il checkpoint 56, quello che consente di accedere in Shuhada Street, chiusa ai Palestinesi, ma anche alla strada che conduce all'insediamento illegale israeliano di Tel Rumeida. È proprio qui, all'inizio di una lunga salita, da cui si può godere dell'incantevole spettacolo dell'insediamento, che incontriamo la casa di Imad. Facile immaginare che coloni ed esercito vogliano quella casa e che vessino la famiglia in ogni modo possibile, per costringerli ad andar via. Ma Imad ha altri piani. Imad è un attivista, vuole restare nella sua casa e resistere. Con qualche indispensabile accorgimento, tipo la costruzione di un pergolato di metallo che serve a proteggere il patio antistante la casa dai dolci ricordi che i coloni sono usi lanciare di sotto. Il tetto della sua casa è stato occupato dall'esercito israeliano, con bandiere, videocamere e postazione di controllo. Vietato l'accesso a tutti, se non ai coloni ed ai soldati stessi.
La vita di Imad, uno dei cinque fondatori dello Human Rights Defenders di Khalil, e della sua famiglia è molto difficile da descrivere e da comprendere, se non si ha la possibilità di recarsi a casa sua.
Le irruzioni da parte dei coloni e dell'esercito sono continue, esasperanti, sempre più violente e soprattutto, mal tollerate dai bambini che ne sono traumatizzati.
L'ultima incursione, precedente di circa un mese e mezzo la mia visita in Khalil, era stata particolarmente dura. Diversi soldati ed un solo colono avevano circondato la casa, due di loro erano entrati, naturalmente sfondando la porta e senza bussare, e l'avevano devastata, alla ricerca di qualcosa di non meglio identificato, rivoltando il divano, svuotando armadi, mobili e cassettiere. Quando erano entrati, alle 23,00 circa, tutta la famiglia era a letto a dormire, tranne Imad che parlava fuori, nel portico, con un amico. Senza alcuna forma di rispetto, erano entrati anche nella camera da letto matrimoniale, dove dormiva Fayzeh. La figlia maggiore, Madleen, svegliatasi di colpo, era corsa a prendere la videocamera, per filmare quanto stava avvenendo. Un soldato le aveva dato un pugno in petto e le aveva preso la videocamera, mettendosela in tasca ed urlando che nessuno poteva registrare video. Quindi i due soldati, che erano dentro l'appartamento, e non sul patio con gli altri, erano usciti per raggiungerli, ed, accompagnati dalle urla di Imad, erano andati via, a razziare altre 20 case...tutto in una sola notte!
Prima di lasciare la casa della famiglia Abushamsiya, avevano restituito loro la videocamera e così Imad ed il suo amico, avevano potuto seguirli e documentare le violazioni di una routinaria notte di follia.
Dopo un'ora e mezzo erano tornati, questa volta la famiglia era in strada ad aspettare. Prima di entrare in casa e devastarla di nuovo, poiché nel frattempo era stata rimessa in ordine, avevano chiuso il cancello di accesso, lasciando tutti fuori per almeno mezz'ora. Solo Imad era riuscito ad entrare con loro, mentre, dall'esterno sua moglie strillava loro di aprire il cancello. L'amico che era con Imad, era corso sul tetto ed era saltato giù nel cortile, ma i soldati avevano sbarrato la porta di casa. Cinque minuti dopo, avevano riaperto la porta, consentendo all'amico di scattare delle foto ed un video, mentre andavano via. Nella seconda incursione, avevano rotto il laptop di Imad e la videocamera che stava usando Fayzeh per filmare la scena.
Il colono, in bicicletta, si era allontanato con loro.
Al responsabile militare era stato fatto presente che i suoi soldati erano entrati in casa illegalmente, senza bussare e senza chiedere permesso, spaventando donne e bambini, cosa che, magari in quanto militari occupanti, pensano sia loro consentita, mentre la presenza del colono, un civile a tutti gli effetti, è considerata illegale anche dalle leggi israeliane...ma di quando in qua Israele rispetta le leggi, anche se sono le sue?
Questa non è che una delle tante aggressioni di cui ci hanno parlato in questo viaggio, le modalità son sempre le stesse, i militari entrano sfondando la porta a calci, bussare è da codardi, chiedere permesso o mostrare un'autorizzazione a perquisire, roba da mammolette; le case vengono messe sottosopra, quando i proprietari sono fortunati, altrimenti, più o meno seriamente, danneggiate.
Durante le innumerevoli aggressioni ai danni della famiglia di Imad, è importante raccontare che l'uso della violenza, da parte dei militari israeliani, non è stato rivolto solo contro gli oggetti, ma anche contro le persone. Uno dei tre figli maschi, è stato ferito ad un braccio, con un oggetto metallico; a Madleen, la primogenita, 5 coloni hanno rotto la mascella con una pietra, mentre andava a scuola; all'altra figlia hanno bruciato i capelli.
Torna in mente che ai coloni piace dar fuoco ai Palestinesi, in una scommessa assurda quanto perversa con il loro dio, in un macabro gioco all'ultimo sangue, dove solo il più forte vincerà. Mi piace pensare che i più forti non siano i più armati, ma coloro che resistono in nome della legalità, della giustizia, del diritto ad una vita normale.
All'inizio di settembre, Imad ed il suo figlio maggiore, Awni, erano stati invitati a Beirut per apparire sul principale canale televisivo Medio Orientale, l' MBC, per parlare del loro lavoro di documentazione dell'occupazione. Invece, quando hanno cercato di lasciare il paese, l'esercito israeliano li ha fermati ed ha impedito loro di viaggiare senza dare alcuna spiegazione in merito. Hanno anche sequestrato una borsa contenente la videocamera di Imad.
Israele ha paura della verità. È per questo che non vuole che persone coraggiose come Imad e la sua famiglia riprendano i crimini dell'occupazione e ne parlino al mondo.
Ieri sera, Mohammed, 14 anni, un altro dei figli di Imad, è stato rapito e portato in un luogo sconosciuto dalle forze di occupazione. È stato accusato da un colono, noto per le sue molestie contro i Palestinesi, di aver lanciato sassi.
Mohammed è stato preso dai soldati israeliani fuori dalla sua casa, mentre rientrava a casa da scuola. Nonostante ciò e nonostante si tratti di un minorenne, l'esercito israeliano non ha informato i genitori. Suo padre è stato informato dell'arresto di suo figlio dai vicini. Mohammed è stato picchiato da un soldato...Mohammed è uno degli adolescenti più dolci che chiunque possa avere il piacere di incontrare, è un ragazzino gentile, educato e vivace che merita vivere la vita degli adolescenti di tutto il mondo. Mohammed è stato poi rilasciato, non prima che tutta la famiglia, i fratelli in particolare, ne siano rimasti scioccati. Mohammed è uno dei tanti ragazzini cui Israele ha rubato l'infanzia e sta rubando l'dolescenza.
Mohammed non vuole che la bandiera Palestinese "marchi" la sua vita...
Val la pena ricordare, non per amore di statistiche, ma perché si tratta di vite spezzate che, ad oggi, 153 ragazzi, di cui 19 al di sotto dei 16 anni di età, si trovano rinchiusi nelle carceri israeliane, costretti a subire gli stessi soprusi e le stesse angherie degli adulti, perché la democrazia israeliana non prevede centri di detenzione per minori.
Forse un giorno tutto questo finirà, forse un giorno i coloni e l'esercito israeliano si renderanno conto che la chiave della coesistenza non è la violenza, l'umiliazione, la segregazione, la sofferenza di un altro popolo...o forse no. Forse tutto questo odio è talmente radicato nella società israeliana che non basteranno le voci di tanti, più o meno famosi, storici, filosofi, sociologi, shministim ( obiettori di coscienza che rifiutano, pagando con il carcere, di svolgere il servizio militare, obbligatorio per uomini e donne in Israele ), semplici cittadini che si incontrano alle manifestazioni contro il loro governo.
Fino ad allora, Khalil e la famiglia di Imad resisteranno, perché non sempre basta una bandiera.

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