Paolo Mieli e Nikolaj Gogol: la guerra, la propaganda e la falsa prospettiva
di Maria Morigi
"La Prospettiva Nevsky inganna a tutte le ore del giorno, ma il momento peggiore è la notte... quando il diavolo stesso è all'estero, ad accendere i lampioni con un solo scopo: mostrare tutto sotto falsa luce" Prospettiva Nevsky è un racconto pubblicato nel 1835 dello scrittore russo-ucraino (di lingua russa) Nikolaj Vasil Evi Gogol.
Ma ecco che, nella settima puntata delle “Lezioni sull'Ucraina” Paolo Mieli, esperto non solo di Storia, preso da un soprassalto di onesta precisione e romantico etnicismo, ammonisce in TV le masse ignoranti degli italiani che lo scrittore Nikolaj - dotato di impareggiabile umorismo russo - è “invece” ucraino. Per carità, non è sbagliato: ma sarebbe come dire che Giovanni Verga è siciliano e non italiano, o che Dante è toscano e non italiano. Infatti Nikolaj nacque nel 1809 nella città cosacca Sorochyntsi, Governatorato di Poltava (Ucraina), parte integrante dell’Impero russo. Visse a San Pietroburgo e all’estero, scrisse il lingua russa, fu considerato il padre della letteratura russa da Dostoevskij (“Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol”), e il romanzo Taras Bulba appartiene ad un nazionalismo che contrappone i Cosacchi ai Polacchi.
Tra gli scrittori da riscattare dall’inaccettabile giogo russo, Mieli cita anche Bulgakov, autore di “Il maestro e Margherita”, romanzo amato ad ogni latitudine (da me particolarmente per la sua rappresentazione dell’irresolutezza di Ponzio Pilato). Non c’è ombra di dubbio: sia Ucraini che Russi rivendicano Bulgakov come uno di loro. Una vera crisi bipolare di identità perché, sebbene Bulgakov sia nato a Kiev, che immortalò nel romanzo “La guardia bianca”, era etnicamente russo, scrisse in russo e si trasferì a Mosca quando aveva 21 anni. In un recente sondaggio in Russia è il secondo più grande scrittore russo, mentre in un analogo sondaggio in Ucraina è votato come il terzo miglior drammaturgo ucraino. Ma forse queste affermazioni di Mieli sono ispirate dal fatto che la Russia ha iniziato la disdicevole guerra per tenere alla larga la Nato e assicurarsi che l’Ucraina non continui a fare scherzi nazisti…
Lasciando la memoria russa o ucraina dei grandi scrittori, chiunque non fosse condizionato dalla dipendenza dai media potrebbe rendersi conto che siamo di fronte all’ennesimo offuscamento della realtà. Del “tiranno sanguinario” Putin (ormai classificato come Sadam, Assad e qualche capo talebano) le intenzioni vengono immaginate, supposte e denunciate, vanno a costituire l’oggetto di una narrazione che maneggia e interpreta la realtà ad uso e consumo della propaganda occidentale. Financo le opere – in questo caso la guerra - del “tiranno sanguinario” sono narrate senza fonti attendibili da inviati che “sentono sordi colpi di artiglieria”, “vedono levarsi fiamme e fumo” o intervistano madri lacrimose e invitti resistenti.
Dopo giorni e giorni di tale trattamento mediatico invito a dire basta alle vuote parole sulla necessità di trattative diplomatiche. Che i paesi Nato facciano queste benedette trattative: mollare l’osso sulle sanzioni, retrocedere dalla linea di confine, smetterla di alimentare l’odio etnico. Sarebbe semplice, forse troppo semplice, che Russia e Ucraina se la vedessero da sole coi propri nazionalismi e i propri rigurgiti di nazismo e sovietismo… senza costringere il mondo a schierarsi e a scegliere chi sono i buoni e i cattivi.
Un’ultima riflessione mi porta lontano, nella Cina che si astiene e non per debolezza. Per cui invito tutti -aggressori e vittime, raccoglitori di prove false e creduloni – ad imparare dalla Storia vera, quella che non cambia a discrezione dell’onda di consenso; e invito a non rimescolare sui valori ormai consunti di una Democrazia minata nella sua credibilità e universalità. La lezione ci viene dalla vecchia Cina di Zhou Enlai con i cinque principi di coesistenza pacifica (giugno 1954): mutuo rispetto della sovranità e integrità territoriale, non-aggressione, non-ingerenza negli affari interni, uguaglianza e cooperazione per un vantaggio comune, e coesistenza pacifica. La Cina non ha mai tradito la coesistenza pacifica e neppure si è mai sognata di dividere i popoli sulle false prospettive di una democrazia sbilanciata ad assecondare le pretese del separatismo / nazionalismo etnico.


