"Para-schiavismo" nel cantiere del Consolato Usa a Milano: manager turco fermato mentre fugge

Dalle sei del mattino alle sei di sera, sei giorni su sette. Vitto e alloggio trattenuti in busta paga. E un pizzo da cinquemila euro pagato in India per ottenere il visto

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"Para-schiavismo" nel cantiere del Consolato Usa a Milano: manager turco fermato mentre fugge

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Aveva in tasca un biglietto aereo per Istanbul, comprato poche ore prima. Destinazione: la Turchia. Con sé, la famiglia. L’obiettivo era evidentemente quello di allontaarsi dall’Italia, di lasciarsi alle spalle le accuse e un’inchiesta che sta facendo tremare i cantieri milanesi. Invece i carabinieri lo hanno bloccato all’aeroporto di Orio al Serio (Bergamo). Protagonista di questa storia è Ulas Demir, manager turco della Caddell Construction, la società che sta costruendo il nuovo Consolato statunitense a Milano. La Procura della Repubblica del capoluogo lombardo ha disposto il fermo per pericolo di fuga. Ora Demir è in carcere.

La notizia, ripresa da vari quotidiani tra cui ‘Il Fatto Quotidiano’ e ‘Avvenire’, arriva dopo settimane di indagini. I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo insieme un quadro completo delle irregolarità. Ma non si parla solo di irregolarità. Si parla di sfruttamento, di minacce, di lavoratori ridotti in condizioni che gli stessi inquirenti non esitano a definire ‘para-schiavismo’. La vicenda riguarda un gruppo di operai indiani reclutati nel loro paese da intermediari senza scrupoli. Uomini che hanno pagato fino a cinquemila euro di ‘pizzo’ per ottenere un visto e un contratto di lavoro. Uomini che non parlavano italiano, non capivano l’inglese, hanno firmato carte senza sapere cosa c’era scritto su quei documenti. E una volta arrivati in Italia, il sogno si è trasformato nel più classico degli incubi.

Il Fatto Quotidiano ha ricostruito i dettagli. Gli operai lavoravano dalle sei del mattino alle sei di sera, sei giorni su sette. La paga oraria oscillava tra 1,31 e 1,98 euro, ben al di sotto della soglia di povertà fissata in due euro l’ora. A fine mese arrivavano a prendere tra i 1200 e i 1500 euro lordi. Poi arrivavano le trattenute: 510 euro per l’albergo, 350 euro per il cibo. In tasca restavano seicento, settecento euro. Per dodici ore al giorno, sei giorni a settimana. Se qualcuno si ammalava, il messaggio era chiaro: “Ti do una medicina”, oppure perdevi la giornata. Un operaio è caduto facendosi male, raccontano le testimonianze. Nessuno ha chiamato l’ambulanza.

E poi c’erano gli insulti, quotidiani. “Bastardo, lavora bene”, “muoviti quando vai in bagno, testa di...”. Parole che risuonavano nel cantiere dell’ex Tiro a Segno di Piazzale Accursio, dove sorgerà il nuovo consolato statunitense. Un progetto importante, del valore di oltre 200 milioni di dollari, che avrebbe dovuto concludersi nel 2025 ed è stato slittato al 2028. Nel periodo di picco, nel cantiere lavoravano tra i 450 e i 500 operai.

Avvenire ha approfondito il meccanismo criminale descritto nel decreto di controllo giudiziario firmato dal pm Storari. Un meccanismo che inizia in India, con intermediari che promettono stipendi dignitosi a famiglie già indebitate. Quei cinquemila euro di “dazio” non sono un semplice costo iniziale. Diventano una catena, perché una volta in Italia il caporale di cantiere trattiene gran parte del salario con la scusa di vitto e alloggio, e minaccia il licenziamento. E il licenziamento significa rimpatrio. Significa tornare in India senza aver ripagato i debiti, con la vergogna e la disperazione. Per questo nessuno si ribella allo sfruttamento.

La svolta nelle indagini è arrivata grazie alle intercettazioni. Il 29 maggio, durante il controllo giudiziario del cantiere, erano emerse “numerose violazioni”. Pochi giorni dopo, Demir ha avuto una conversazione telefonica con un interlocutore sconosciuto. Secondo i pm, in quella chiamata è risultata “chiara la volontà di fuggire”. Poi l’acquisto dei biglietti e quindi il fermo. “Fra Zafer dice che se vieni per ferie sarebbe meglio”, gli diceva l’interlocutore. E ancora: “Ho parlato anche con Can Celik, loro dicono che così potrebbero esserci più problemi”. Parole che per i magistrati suonano come un piano per allontanarsi prima che la tempesta giudiziaria si abbatta definitivamente.

Ora Demir è in carcere. Con lui è indagata anche la Caddell Construction per la responsabilità amministrativa degli enti. La procura parla di una “politica di impresa che accetta lo sfruttamento dei lavoratori”. Parole pesanti, che gettano un’ombra lunga su un cantiere simbolo, quello del nuovo Consolato statunitense a Milano. Un simbolo che avrebbe dovuto rappresentare il prestigio della diplomazia a stelle e strisce e anche un simbolo dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. E che invece rischia di restare negli archivi giudiziari come la fotografia di un sistema di sfruttamento spietato.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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