Pensavo fosse solo una “porcata”, invece è una vera storia d'amore...
Con Calderoli paladino della "costituzionalità", resta una sola speranza "frenante" la deriva plebiscitaria di Renzi
2390
Grazie a Calderoli, le riforme costituzionali si faranno. L’intesa in Commissione Affari Costituzionali tra Forza Italia e Pd per le modalità di elezione del nuovo Senato è stata raggiunta proprio con l’intervento di un contuso Calderoli – braccio ingessato e barba di qualche giorno – che, in una giornata memorabile, è divenuto il paladino della costituzionalità di un progetto che, a suo dire, peccava di “democraticità”.
Pochi si aspettavano che, a garantire la riforma, fosse proprio lo statista autore di quella legge elettorale passata alla storia, nonché al setaccio della Corte Costituzionale, come una “porcata”, come aveva dichiarato lo stesso estensore. È una copertina inquietante, la fotografia che ritrae l’ammaccato Calderoli – fratturato ma felice – in mezzo alla bella renzina Boschi ed all’austera ed istituzionalissima Finocchiaro. Sembrava una “porcata”, e invece era una vera e propria storia d’amore… I due si sono cercati, lui è corso per volare da lei, è svenuto, si è rotto un braccio, ma, nonostante tutto, è riuscito ad arrivare in tempo: la Finocchiaro gli ha sorriso, chiamandolo, con virile tenerezza, Highlander.
Così i giochi sembrano fatti. Il nuovo Senato sarà composto da 95 eletti con metodo proporzionale dai consigli regionali e ripartiti tra le Regioni in base al loro peso demografico, più 5 nominati dal Capo dello Stato. In più, qualche ritoccatina alla disciplina del referendum abrogativo, tanto per restringere ancora la sua già scarsa, troppo scarsa, utilizzabilità, nonché ai disegni di legge di iniziativa popolare (da 50.000 a 250.000 firme). Insomma: basta democrazia diretta. Il tutto con la benedizione di Re Giorgio: fate presto, fate in fretta, si è limitato a ripetere, senza altro aggiungere.
Insomma, mentre la Germania fa valere la sua sovranità contro gli Stati Uniti cacciando la Cia da Berlino, noi facciamo a pezzi la Costituzione solo perché ce lo chiedeva JP Morgan (profondamente infastidita, come ha dichiarato, di quegli Stati che hanno «esecutivi deboli; Stati centrali deboli verso le regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso sfocianti in clientelismo; diritto di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo»).
La partecipazione diretta dei cittadini, però, infastidisce e preoccupa Renzi. Il vero ostacolo alla Riforma sul Senato sta proprio, infatti, nel possibile referendum confermativo. La Costituzione, infatti, prevede che, per la sua modifica, siano necessarie due successive deliberazioni da parte di ciascuna Camera ad intervallo non minore di tre mesi, e che la legge di riforma sia approvata a «maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione». Non è previsto il referendum confermativo se la revisione è approvata con la maggioranza dei due terzi. Se, invece, la modifica è approvata a maggioranza assoluta, si procede a referendum nel caso in cui lo richiedano o un quinto dei membri dell’una o dell’altra Camera o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali. La revisione sottoposta a referendum non è promulgata «se non viene approvata dalla maggioranza dei voti validi».
Nel caso di referendum confermativo, è sufficiente la maggioranza dei voti validi espressi, mentre non è necessario che alla votazione abbia partecipato la maggioranza degli aventi diritto. Il meccanismo delineato è chiaro: il parlamento modifica la costituzione e il popolo (eventualmente) decide in ultima istanza su tali modifiche. Ora, Renzi vuole evitare, evidentemente, questa “trappola”, così come avvenne nell’aprile del 2012, quando, con una maggioranza bulgara, il Parlamento introdusse in Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio (oggi detestato da tutti), con una modifica approvata da oltre 2/3 del Senato. L’accordo definitivo con Forza Italia e Lega serve proprio a tentare di “bloccare” la possibilità del referendum.
Se all’opposizione rimanesse il solo M5S – come è probabile – , Renzi avrebbe scongiurato la possibilità che, a chiedere il referendum, possa essere lo stesso Parlamento: i deputati 5 Stelle sono un centinaio, e ne servirebbero, per raggiungere 1/5, almeno 126, mentre i senatori sono 41 (mentre, per raggiungere 1/5, ne servirebbero ancora più di una ventina). C’è poco da aver fiducia anche dei Consigli Regionali, saldamente in mano, dopo le amministrative, al Governo. L’unica speranza restano i 500.000 cittadini. Ed è qui che il M5S dovrà dare battaglia, tornando alla piazza, organizzando una grande mobilitazione collettiva dei cittadini italiani.
A Renzi va il merito di avere, in meno di un anno, fatto tabula rasa di tutte le opposizioni interne, degli alleati più o meno scomodi, dei clienti e degli amici: prima SEL, poi Scelta Civica, poi Alfano, ed infine Berlusconi e Forza Italia. Non c’è che il partito di Renzi, e dei renziani. Resta ormai una sola forza d’opposizione: il M5S, unica forza frenante, katechon, unica forza in grado di “trattenere” la deriva plebiscitaria che Renzi sta imponendo, giorno dopo giorno, alla nostra democrazia, a forza di slides, slogan, giornalisti entusiasti, imprenditori innamorati, deputati convertiti. Non è un Dio che ci può salvare, né tantomeno colui che «siederà egli stesso nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio». E’, invece, la forza che riesce ancora a trattenere la fine. È questo il compito che, oggi, spetta al M5S, unica reale speranza non solo di cambiamento, ma di difesa delle istituzioni democratiche. Ed ancora una volta, servirà tutto l’appoggio del popolo italiano, servirà la partecipazione diretta e democratica dei cittadini.
di Paolo Becchi
di Paolo Becchi


