Perú: Fujimori e Sánchez si affrontano nell’ultimo dibattito prima del ballottaggio
A una settimana dal ballottaggio che deciderà il prossimo presidente del Perù, Keiko Fujimori e Roberto Sánchez si sono sfidati. È stato l’unico confronto ufficiale prima del voto del 7 giugno, e non ha deluso le aspettative di chi si aspettava scintille.
Fujimori, leader dell'estrema destra di Fuerza Popular e figlia dell'ex dittatore Alberto, è entrata in scena blindata. Al suo fianco i candidati alla vicepresidenza e persino l’ex volto liberale Rafael Belaúnde, a simboleggiare un tentativo di allargare il consenso. Sánchez, invece, ha scelto la via dell’umanità: genitori, moglie e figlia al seguito, e una squadra tecnica di peso dove spicca l’ex procurtore José Domingo Pérez, lo stesso che indaga la rivale per riciclaggio. Un dettaglio che non è passato inosservato.
Il dibattito si è snodato su quattro pilastri: sicurezza, democrazia e diritti, istruzione e salute, infine economia e lavoro. E fin dalle prime battute, le distanze sono parse abissali.
Sul fronte della sicurezza cittadina, Fujimori ha alzato il tiro proponendo di affidare il controllo delle frontiere alle Forze Armate. Ha anche lanciato un’idea tanto concreta quanto controversa: i detenuti dovranno lavorare per ripagarsi il cibo, costruendo strade, campetti da pallone e scale nei quartieri poveri. Sánchez ha ribaltato l’attacco, sostenendo che le leggi “pro-crimine” volute dal partito arancione servono solo a proteggere i suoi dirigenti dai processi. «È lei disposta a cancellarle?», ha chiesto a viso aperto. La risposta della candidata è stata gelida: «Caos si scrive con la C di Castillo», ha detto, insinuando che l’alleato di Sánchez, l’ex presidente ora in carcere destituito da ungope parlamentare, avrebbe lasciato il paese a pezzi.
Nel capitolo diritti e democrazia, Sánchez ha battuto sul tasto del complotto per cacciare Pedro Castillo. Ha accusato Fujimori di aver protetto Dina Boluarte dopo le morti nelle proteste, e ha citato il senatore eletto Miki Torres che avrebbe confessato di aver cospirato con Procura e media. Poi ha rivendicato la necessità di salvare le istituzioni, rafforzando trattati come Escazù e il sistema interamericano dei diritti umani.
Sul fronte istruzione e salute, la leader di destra ha promesso cinquemila scuole nuove o ristrutturate, internet per tutti, il ritorno del programma alimentare Pronaa e il raddoppio delle borse di studio Beca 18. Sánchez l’ha attaccata sulla credibilità: «Parla di borse di studio ma il Congresso che lei controlla non ha stanziato un solo sol (moneta peruviana). Avete addirittura aumentato il budget del Parlamento di 1,5 miliardi di soles». Poi ha rivendicato l’istruzione universitaria come diritto universale, la dignità degli insegnanti e il raddoppio dei centri di salute mentale. Fujimori ha contrattaccato ricordando i tagli alla promozione turistica quando Sánchez era ministro del Commercio Estero.
L’ultimo round, quello economico, ha forse consegnato l’immagine più nitida del bivio peruviano. Sánchez ha proposto un fondo da 15 miliardi di soles per il credito ai piccoli imprenditori, assistenza tecnica e il rafforzamento dei programmi sociali come Juntos. E ha cercato di smontare il cosiddetto “relato del miedo”: «Non siamo comunisti, non esproprieremo nulla, non toccheremo i risparmi. Crediamo nel lavoro e nel diritto di crescere». Fujimori ha risposto rilanciando il fallimentare modello neoliberista: stabilità giuridica, autonomia della Banca Centrale, riforma di Sunat e Sunafil per aiutare le imprese, sblocco dei mega progetti fermi. «Le vostre ricette sono incompatibili con lo sviluppo», ha tagliato corto. Un classico della propaganda neoliberista.


