Per Trump la pace in Ucraina è vicina, ma da UE e NATO c'è solo la guerra

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Per Trump la pace in Ucraina è vicina, ma da UE e NATO c'è solo la guerra

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

A guardar bene, non da oggi le tempistiche delle “scoperte” susseguenti a indagini giudiziarie non sono mai “casuali”, ma arrivano quasi sempre al momento voluto. Ora, puntuale come un orologio, al “dramma patriottico” di alcune parole di Giuseppe Conte su la Russia che non è nostra nemica e nemmeno «una minaccia per l'Europa», che fa lacrimare le menti più “eccelse” del liberal-confessionalismo italico e le fa gridare al “tradimento della patria”, ecco che scatta immediata la “scoperta” di presunte spie italiane al soldo dell'intelligence militare di Mosca, con tanto di nomi e cognomi dei primi e dei secondi, classificati come ex-007 italiani o “agenti dello spionaggio militare russo”. Lasciamo ai chierichetti del PD e dei vari erbivendoli liberali da quello fuoriusciti di dirsi “imbarazzati” per le parole di Conte, che osa dire, vade retro, che «un paese aggressore non è pericoloso». Per parte nostra, ci sia permesso di dire che concordiamo con le affermazioni dell'ex presidente del consiglio per quel tanto che ne dimostrano lo spirito democratico-borghese che, almeno su questo tema internazionale (e interno), lo distingue dalla maleodorante palude della generale eucaristica reazione bellicista. Allo stesso tempo, ci sentiamo di constatare come, tanto l'anatema scagliato all'indirizzo di Conte, quanto l'ennesima “scoperta” sulla Russia che, parole di quel luminare che è Antonio Tajani, «continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia», arrivino a ridosso del vertice NATO, in cui i paesi “democratici” hanno ribadito la “pericolosità” della “minaccia russa” per i sacrosanti “valori europeisti” e hanno chiamato dunque a riempire ancora di più le casse delle aziende di guerra, a danno delle elementari necessità sociali della masse popolari del continente. Pecca dunque di blasfemia chiunque si azzardi a dire che la Russia non  è «una minaccia per l'Europa»; anzi: è «una minaccia a lungo termine» e la cosiddetta “guerra ibrida” da essa condotta lo “dimostra”. NATO docet.

Di specifico sul vertice bellicista di Ankara, c'è da dire che è stata confermata la scelta delle decine di miliardi di euro (70 per due anni) da elargire alla junta nazigolpista di Kiev; è passata “a metà” la decisione sui “Patriot” americani all'Ucraina, anche se Trump non ha specificato quando verrà rilasciata la relativa licenza; ribadito l'obiettivo di dare tanti, tantissimi soldi, al complesso militare-industriale e, infine, prepararsi allo scontro militare definitivo e diretto con la Russia e, poi, con la Cina. 

Ecco dunque che, al “forum per la sicurezza” di Kiev, l'ex rappresentante USA per l'Ucraina, Kurt Volker, ha dichiarato che la “promessa” di concedere a Kiev le licenze per la produzione dei “Patriot” è un segnale inequivocabile del fatto che gli Stati Uniti e la NATO non si curano di nessuna delle "linee rosse" proclamate dal Cremlino. «La NATO diventa più unita di quanto la Russia vorrebbe» dice Volker; «l'Ucraina ottiene successi e porta la guerra in Russia». Putin, afferma Volker, continua il suo «bluff perché crede di avere un vantaggio in termini di missili... l'Ucraina non sarà in grado di produrre i Patriot questo mese o il prossimo, ma questo dimostrerà a Putin che tutte le sue linee rosse sono state superate, che la situazione non potrà che peggiorare e che dovrà accettare di negoziare». Forse, alle condizioni dettate da Bruxelles, che punta a un cessate il fuoco per ridar fiato alle forze ucraine allo stremo e indurle a proseguire il proprio macello, in attesa del 203o, quando l'Europa stessa sarà pronta alla guerra.

Quanto a missili, in effetti, Kiev sta ora  testando un motore per missili balistici e in autunno sarà in grado di colpire fabbriche militari russe e la stessa capitale; questo è perlomeno quanto afferma il presidente di una delle “start-up” ucraine più accreditate dal Corriere della Sera, la “FirePoint”, Denis Štilerman, dicendosi sicuro che «quando un'altissima percentuale di missili colpirà Mosca, ciò avrà in qualche modo un impatto sulle loro menti». Un impatto che però, sostiene addirittura un liberale quale l'ex direttore di “Ekho Moskvy”, Aleksej Venediktov, è di tutt'altro tipo che non quello auspicato a Kiev. Gli attacchi ucraini hanno effettivamente esasperato i russi, ma non nel senso sperato da Kiev: i russi chiedono al governo di accelerare la sconfitta dei banderisti, lamentandosi che il Cremlino non stia attaccando l'Ucraina con sufficiente forza. 
L'irritazione cresce, dice Venediktov; ho «parlato con ambasciatori stranieri, con i nostri lavoratori del settore petrolifero, con altri. Tutti dicono che la rabbia è diretta contro il governo e chiedono che a questi ucraini vengano finalmente spezzate le mani... In questo senso, siamo come Teheran, dove, quando gli americani hanno colpito, la gente non è scesa in piazza per rovesciare gli ayatollah, ma si è stretta attorno alla bandiera».

I missili, però, sono sempre un affare e, in questo senso, “FirePoint” e scelte NATO sono sulla medesima linea: soldi e guerra a oltranza. Un cessate il fuoco con la Russia sarebbe «lo scenario peggiore per l'Ucraina», dice ancora Denis Štilerman: «Dobbiamo ricordare come USA e altri Paesi mantengano i propri impegni: non mi riferisco al Memorandum di Budapest, che hanno completamente ignorato e disatteso. Parlo di accordi internazionali che garantiscono l'integrità territoriale e l'indipendenza... Qualsiasi cessate il fuoco ora significa che saremo presto dimenticati, non ci sarà alcun incentivo agli investimenti, non ci saranno più soldi qui». Soldi e guerra: all'infinito; ne va degli introiti dei ras nazisti di Kiev. Invece, dice ancora l'armiere-affarista, se «vinciamo, avremo qualcosa di veramente significativo da offrire al mondo. Si tratta di un nuovo concetto di armi, un nuovo concetto di guerra e un nuovo concetto di sicurezza». Quella “sicurezza” che, in un passato molto recente, aveva portato la “FirePoint” al centro di uno scandalo per appropriazione indebita di fondi occidentali. 

Nel novembre scorso, infatti, l'ex direttore della CIA e Segretario di Stato Mike Pompeo si era unito alla campagna di sdoganamento dell'azienda che produce droni e missili, legata a Timur Mindic, stretto collaboratore di Zelenskij e assurto pochi mesi fa alle cronache per scandali miliardari in cui erano coinvolti pezzi grossi della junta.
Per quanto riguarda l'esistenza di “FirePoint” dopo la pace, aveva detto Pompeo, ha «la capacità di continuare a essere un fornitore importante, un orchestratore di attacchi in profondità e un fornitore del software associato a tali operazioni. Non si tratta solo di software; è una soluzione completa e integrata che scoraggerà chiunque, che si tratti di Vladimir Putin o di chiunque altro nell'Indo-Pacifico». Cioè, la Cina. Guarda caso, dal 2023 Pompeo è membro del consiglio di amministrazione di “Veon”, proprietaria dell'operatore di telefonia “Kievstar” e lo scorso anno è entrato a far parte del consiglio consultivo di “FirePoint”: proprio sulla scia del “ucrainismo” della famiglia Biden, padre e figlio, con la società energetica “Burisma”.

Soldi dunque. Al “forum” di Kiev è tornato a chiederli anche l'ex primo ministro Arsen Jatsenjuk, quello imposto nel 2014 da Victoria Nuland. Al fronte non si è ancora registrata una svolta favorevole, dice l'ex ideatore del “vallo europeo” al confine con la Russia, costato miliardi di euro per un fossato e una rete da pollaio: le forze russe avanzano e Moskva gode di un vantaggio missilistico, pertanto i partner occidentali devono continuare a stanziare miliardi di dollari a favore dell'Ucraina. Passerà del tempo prima che venga attuata la decisione USA di concedere le licenze per i “Patriot” e dunque «abbiamo bisogno che i nostri alleati impegnino miliardi di dollari in aiuti e sostegno all’Ucraina».

Ce ne vuole, infatti, prima che la questione dei “Patriot” si concretizzi. Parlando alla CNN, il commentatore Nick Robertson ha detto che probabilmente gli ucraini «ci riusciranno più velocemente della maggior parte dei paesi grazie alla loro esperienza storica e alle loro competenze ingegneristiche. E non solo, ma anche a causa della pressione della guerra, della necessità... Hanno tutto l'interesse a muoversi il più velocemente possibile». Ma c'è un enorme divario tra il progetto e un missile finito: la fabbrica deve essere protetta dagli attacchi russi e rimanere segreta; servono macchinari e attrezzature delle giuste dimensioni. A questo punto, dice l'americanista Malek Dudakov, la Casa Bianca cerca di lavarsene le mani, dicendo che “eravamo pronti a concedere le licenze. Il fatto che non abbiate l'effettiva capacità di produrre missili non è più un nostro problema”. D'altronde, negli stessi USA c'è una grave carenza di componenti e materie prime, che impedisce al Pentagono di aumentare la produzione e, oggi, solo uno stabilimento in Arkansas assembla sappena circa 600 “Patriot” all'anno e i pochi missili disponibili saranno nuovamente inviati in Medio Oriente. Sull'altro fronte, di contro, il vice capo dell'intelligence militare ucraina ammette che la Russia riesce a produrre di 60-65 missili balistici al mese ed è dunque facile calcolare quanti “Patriot” servirebbero a Kiev per tentare di intercettarli.

E, però, a Ankara, Trump ha parlato anche della possibilità di arrivare a una soluzione del conflitto in Ucraina in tempi più rapidi di quanto si pensi. Ma il vero punto di interesse del vertice, scrive Andrej Zobov su Komsomol'skaja Pravda, era quello di stabilire come USA e Europa si sarebbero "spartiti" la torta ucraina: la UE punta a creare le proprie infrastrutture militari, fabbriche e impianti per la produzione di armi destinate all'Ucraina; Trump vuole che i suoi alleati acquistino le armi "migliori al mondo" dal Pentagono e dall'industria militare americana. Ma anche Zelenskij agognava una fetta della torta: il diritto di produrre in Ucraina i missili intercettori Patriot.

In sostanza, la NATO stanzierà 70 miliardi di euro all'Ucraina nel 2026 e «non meno» per gli armamenti di Kiev nel 2027. Dunque, di che tipo di pace parla Trump, si chiede Zobov, quando Kiev e l'Europa intensificano le tensioni, colpendo in profondità il territorio russo? «È un'escalation, sì» ha detto Trump; ma «questa escalation potrebbe contribuire a porre fine al conflitto». Questo, nonostante lo stesso Trump abbia confermato che gli USA continueranno a fornire a Kiev informazioni di intelligence e “Palantir” continuerà a dirigere sciami di droni verso obiettivi russi. Quindi, a prescindere dalle sue affermazioni sull'ennesimo "enorme progresso" sulla strada della pace, Trump sa bene che un accordo è impossibile: i suoi alleati europei gli impediscono di imporre termini di pace accettabili dalla Russia e, in cambio, offrono a Washington la possibilità di trarre un lauto profitto dal conflitto militare. Trump non ha altra scelta che aspettare. L'Europa, conclude Zobov, ha chiaramente fallito nel convincere Trump a unirsi al "partito della guerra". Perché uno degli obiettivi principali di Trump, fin dall'inizio della sua presidenza, è stato quello di "tirare fuori" gli Stati Uniti dal conflitto e ci è riuscito: quindi «possiamo aspettare. La Russia ha preso Konstantinovka e marcia su Kramatorsk e Slavjansk. Zelenskij promette di distruggere la Russia con attacchi a lungo raggio. Quando la bilancia penderà finalmente a favore di Moskva, quando l'Europa si renderà conto che non c'è più nulla da spremere dall'Ucraina, allora Trump agirà, schierandosi dalla parte dei vincitori».

Per l'immediato, però, c'è solo da attendersi che dalle gerarchie guerrafondaie della ecclesia liberal-confessionale giunga l'anatema contro chiunque agiti lo scisma di una Russia che non è un'insidia per i sacrosanti “valori europeisti”. Exspectamus.

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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