Perché gli Stati Uniti non possono più imporre i propri “valori” all'Arabia Saudita

Washington deve sempre più spesso negoziare non da una posizione di dominio assoluto, ma di vantaggio relativo

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Perché gli Stati Uniti non possono più imporre i propri “valori” all'Arabia Saudita


La visita del Principe Ereditario e Primo Ministro saudita Mohammed bin Salman a Washington, nel novembre 2025, ha segnato non solo il suo ritorno alla Casa Bianca dopo sette anni, ma un riallineamento strategico di portata storica. L’incontro con il Presidente Donald Trump, caratterizzato da una formale cena di Stato e colloqui approfonditi, ha prodotto una serie di accordi che spaziano dalla difesa all’intelligenza artificiale. Lo scrive Murad Sadygzade, Presidente del Middle East Studies Center di Mosca nel suo ultimo articolo. 

Nel dettaglio, gli Stati Uniti hanno designato l’Arabia Saudita come “Major Non-NATO Ally”, hanno siglato un patto di difesa che apre la strada alla vendita di caccia F-35 e carri armati e hanno annunciato una cooperazione sul nucleare civile, i minerali critici e le tecnologie avanzate. In cambio, Riyadh ha promesso investimenti negli USA che potrebbero raggiungere la soglia simbolica del trilione di dollari.

L’agenda, ha proseguito l'esperto, si è estesa ben oltre la cerimonia, con incontri a Capitol Hill e un forum dedicato agli investimenti in AI ed energia. L’evento è stato orchestrato come l’apertura di un “nuovo capitolo” nell’alleanza strategica, sancendo la riabilitazione politica di Mohammed bin Salman e consolidando il ruolo saudita come partner centrale per Washington.

Il contrasto con l’amministrazione precedente è netto. Solo tre anni fa, il Presidente Joe Biden aveva promesso di rendere il Principe Ereditario un “paria” e le vendite di armamenti erano state sospese. Oggi, la scena è radicalmente mutata, un cambiamento evidenziato dalla veemente difesa di bin Salman da parte di Trump di fronte a una giornalista che sollevava la questione dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.

Questa svolta - sottolinea Sadygzade - ha scatenato aspre reazioni nei media e nei circoli liberal americani, che la interpretano non come un pragmatico aggiustamento, ma come un cinico abbandono dei valori professati. I critici vedono in questi accordi uno scambio tra denaro saudita e allineamento geopolitico in cambio di amnesia su Khashoggi e silenzio sui diritti umani.

Analisti osservano come Washington stia abbandonando la formula che accoppiava “sicurezza e valori” per abbracciare una realpolitik schietta. Elemento cruciale di questa transizione è la rottura del triangolo USA-Arabia Saudita-Israele: Riyadh sta ottenendo i suoi obiettivi primari senza dover procedere a una piena normalizzazione con Israele o fare concessioni tangibili ai palestinesi.

Tuttavia, permangono due linee rosse invalicabili per Washington: il diritto dell’Arabia Saudita di arricchire l’uranio sul proprio suolo e un trattato di mutua difesa legalmente vincolante. L’attuale pacchetto di accordi esclude esplicitamente entrambi.

Il confronto con il Qatar, che gode di garanzie di sicurezza più solide, è illuminante. Riyadh cerca proprio quel tipo di garanzia a lungo termine, approvata dal Senato, ma finora la Casa Bianca non ha formulato alcun obbligo chiaro in tal senso.

La strategia saudita appare sempre più multivettoriale. Il regno ha costruito un rapporto speciale con la Russia attraverso l’OPEC+ e si è avvicinata alla Cina, culminato nella mediazione del riavvicinamento con l’Iran. Recenti accordi di difesa con il Pakistan completano questo quadro, creando un ulteriore pilastro di sicurezza al di fuori dell’ombrello americano.

"Per Washington, il rapporto con Riyadh è ormai filtrato attraverso il prisma della competizione con la Cina. Per l’élite saudita, questa configurazione è ideale: gli Stati Uniti rimangono il principale partner, ma non l’unico, preservando così il suo spazio di manovra", prosegue Sadygzade.

Questi sviluppi indicano un profondo cambiamento nel sistema globale. Gli Stati Uniti agiscono sempre più non come arbitro indiscusso, ma come uno dei principali attori, costretto a negoziare e scendere a compromessi con partner che non si considerano più alleati minori.

L’erosione della fiducia negli USA come garante universale della sicurezza, accelerata dalla percezione di un sostegno incondizionato a Israele, ha giocato un ruolo cruciale. In questo contesto, la strategia di equilibrio dell’Arabia Saudita appare non solo pragmatica, ma strategicamente coerente.

Riyadh, conclude Sadygzade, con le sue risorse e il suo peso geopolitico, può accettare le offerte americane riservandosi al contempo il diritto di approfondire i legami con Mosca e Pechino. "L’influenza degli Stati Uniti persiste, ma non più come un rigido potere verticale; è diventata un elemento di un mosaico complesso in cui i centri di potere non occidentali stabiliscono le proprie condizioni con crescente sicurezza".

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