Povertà salariale e salario minimo. La Ue non vuole intromettersi nelle legislazioni nazionali
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di Federico Giusti
La povertà salariale è anche sinonimo di povertà contrattuale e presto si tramuterà in miseria previdenziale. Tra una ventina di anni avremo assegni pensionistici bassi, con vuoti contributivi, anni di part time e una contribuzione da parte datoriale insufficiente a garantire una previdenza dignitosa. Non sarà sfuggita la leggerezza con la quale numerose aziende private e pubbliche vanno accrescendo le retribuzioni dei loro dirigenti o managers, stipendi decisamente alti, molto di più di quanto accadesse 30 o 40 anni or sono. Anche la sperequazione salariale è tratto distintivo di questa fase del capitalismo, lo era già negli anni neoliberisti l'influsso dei quali è ancora molto forte.

La mancata adozione del salario minimo legale in Italia si spiega con poche considerazioni: i bassi salari riguardano il pubblico e il privato, la ricerca di competitività è avvenuta con pochi investimenti tecnologici ma puntando tutto sulle basse retribuzioni, le privatizzazioni dei servizi rese convenienti dalla applicazione di contratti studiati a tavolino per ridurre il costo del lavoro.
E poi la rilevanza , anche numerica specie nei servizi, del mondo cooperativo che in anni lontani ha permesso a categorie svantaggiate di accedere al mondo del lavoro ma in epoca recente è stato invece funzionale alle logiche degli appalti e dei subappalti.
La assenza di un salario minimo si spiega proprio con la organizzazione del lavoro italica, poi i sindacati rappresentativi per anni hanno rappresentato una diga nella quale si sono infrante le richieste di una legge che stabilisse una paga oraria sotto la quale non scendere, per favorire al contempo la centralità del modello contrattuale da cui oggi invece deriva l'erosione del potere di acquisto. Perchè da 30 anni si firmano rinnovi contrattuali al di sotto del costo della vita e, dopo lustri, le buste paga sono talmente basse da far sperare nella decontribuzione dei premi di risultato o nell'intervento pubblico per abbattere le tasse sul lavoro solo per coltivare la speranza di un recupero del potere di acquisto..
Anche le tardive conversioni sindacali a favore del salario minimo dovrebbero essere valutate con maggiore attenzione, infatti restano inspiegabili antichi veti e posizioni alquanto contraddittorie, ad esempio se sigli un contratto con paga oraria sotto le 9 euro come potrai poi chiedere il salario minimo?
Il salario minimo poi non è la panacea di tutti i mali e una cifra ipotetica non dovrebbe valere per tutti i paesi, anzi dovremmo invece operare localmente per esprimere un valore che garantisca parità del potere di acquisto in tutti i paesi.
Facile a dirsi ma assai difficile da tradurre in pratica dacchè i salari minimi dei paesi dell’Europa occidentale, ove maggiore è il costo della vita, risultano inferiori rispetto ai loro valori nominali in euro; mentre nell’Europa meridionale e orientale, con un costo della vita decisamente inferiore, avviene invece l'esatto contrario. Per fare un esempio concreto, in Lussemburgo un salario minimo orario non potrebbe essere inferiore a 12 euro e mezzo mentre in Bulgaria potrebbe attestarsi a meno di sei euro.
Una eventuale introduzione del salario minimo avrebbe poi impatti diversi, ad esempio nei paesi orientali, dove le produzioni sono state delocalizzate proprio per il basso costo del lavoro, le condizioni di vita e di lavoro migliorerebbero sensibilmente ma allo stesso tempo determinando contraddizioni difficili da superare. In questi ultimi anni sono stati proprio i salari dei paesi capitalisticamente meno avanzati a registrare un sostanziale miglioramento dei livelli contributivi, al contrario nelle nazioni avanzate la dinamica salariale, anche ove si applicano i salari minimi, risulta ferma e si intravedono crisi occupazionali dagli effetti ancora incerti.
Ogni paese ha poi deciso di interpretare le norme europee in maniera flessibile, del resto le indicazioni di massima, non vincolanti, come anche le pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione europea in materia di salari e orari di lavoro hanno lasciato ampi spazi di discrezionalità richiamano in sostanza a dei valori di riferimento alquanto generici per stabilire l'adeguatezza dei salari.
Ma operando in questa prospettiva, alla fine si permette ad ogni stato di trovare le soluzioni desiderate e funzionali alla salvaguardia degli equilibri capitalistici nazionali, la Ue non può intromettersi nelle regole spettanti a ogni Stato nazionale che alla fine recepisce solo in minima parte direttive e indicazioni pensate a tutela della forza lavoro.
Per essere sintetici possiamo concludere che proprio il divieto di intromissione alla fine determina l'espandersi di innumerevoli regole e soluzioni che non porranno fine al dumping salariale e lasceranno intatte norme legislative alquanto discutibili come quelle, da poco votate al Parlamento Greco, che estendo la giornata lavorativa a 13 ore.

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