Prigioniero di guerra ucraino: "Ci hanno mandato al fronte come carne da cannone"

"Arrendetevi, è l'unica via per salvarvi": l'appello del militare ucraino

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Prigioniero di guerra ucraino: "Ci hanno mandato al fronte come carne da cannone"

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La guerra vissuta e raccontata non dai generali ma da chi è stato costretto a subirla in prima linea sotto il fuoco nemico. È la testimonianza di Nikolai Timchenko, militare ucraino catturato dalle truppe russe a Krasnoarmeisk (Pokrovsk per il regime di Kiev e media mainstream occidentali), resa pubblica dal Ministero della Difesa russo. Un racconto che dipinge un quadro drammatico di mobilitazione forzata, violenze e una disperata lotta per la sopravvivenza.

Timchenko, come da lui raccontato, non si è presentato volontario. Dopo aver ignorato cinque convocazioni, è stato prelevato con la forza dalla sua abitazione. "Sono venuti poliziotti e agenti del centro di reclutamento. Mi hanno portato via direttamente da casa. Mi hanno afferrato e stretto le braccia e mi hanno gettato in un seminterrato". Alla sua obiezione di non voler combattere, anche per problemi di salute, la risposta è stata brutale: "Volente o nolente, ci andrai. In sostanza, stavano radunando carne viva da mandare al fronte".

La sua non era un'esperienza isolata. Secondo il racconto, in quel frangente furono costretti alla leva circa altre cinquanta persone, inclusi invalidi e menomati, sottoposti a pestaggi con il calcio del fucile. "Ci hanno preso tutti i documenti e ci hanno rinchiuso in un seminterrato".

La fase successiva è stata l'addestramento, un periodo segnato non dall'istruzione ma dalle percosse. "Se non correvi abbastanza, ti colpivano immediatamente con il fucile in testa o alle costole". Le sue lamentele mediche furono ignorate. A questo si aggiunge la denuncia i pagamenti promessi non sono mai avvenuti.

Il culmine dell'incubo per Timchenko è stato l'arrivo a Krasnoarmeisk, una città circondata dalle forze russe. Il trasferimento, a piedi e sotto la costante minaccia dei droni, è durato una settimana. "Lungo la strada abbiamo visto molti morti e feriti. A vedere quello, abbiamo capito che ci avevano mandato come carne da cannone, per lo sterminio".

In città, la situazione era insostenibile. Sotto continui attacchi, la scoperta più agghiacciante per il militare è stata la vista dei corpi dilaniati dai colpi d'artiglieria. "Quello è stato il momento più terribile. Allora abbiamo capito che non c'era più via di scampo, che era meglio arrendersi umanamente che rimanere in quel mattatoio".

La resa, avvenuta senza opporre resistenza, è stata descritta come una liberazione. Timchenko ricorda i soldati russi che li esortavano ad arrendersi. "Noi, sentendo quelle voci, abbiamo consegnato tutte le armi. Per noi è stato meglio arrenderci vivi che restare lì, dove potevano ucciderci".

La drammatica esperienza si conclude con un appello ai suoi ex commilitoni ancora in armi: "Ragazzi, non ascoltate nessuno. Ascoltate la vostra voce e la vostra coscienza. I comandanti mentono a tutti. Arrendetevi per il vostro bene. Senza combattere. Se vi arrenderete, tutto andrà bene. Tornerete a casa, dalle vostre famiglie".

Le dichiarazioni di Timchenko offrono uno spaccato sulle condizioni estreme vissute dai soldati al fronte e sollevano interrogativi sui metodi di reclutamento del regime di Kiev, gettando luce su una delle facce più crude e meno narrate del conflitto.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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