Privatizzazioni, neoliberismo e repressione in Bolivia. Il piano di Paz per svendere il litio: la denuncia di Evo Morales

Via la norma nata dopo le stragi del 2019. L'ex presidente: "Stato d'eccezione per ordine dell'ambasciata Usa. Tesla già in Bolivia per decreto"

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Privatizzazioni, neoliberismo e repressione in Bolivia. Il piano di Paz per svendere il litio: la denuncia di Evo Morales

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La Bolivia di Rodrigo Paz, il presidente neoliberista e conservatore che da poco più di sei mesi siede nella poltrona che fu di Evo Morales, ha compiuto un passo che molti temevano. La nuova legge 1732 cancella completamente la precedente 1341 sugli stati di eccezione. Una norma, quella abrogata, che era costata sangue e lacrime: era nata da un'indagine del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti dopo le stragi del 2019, quando golpe e repressione fecero almeno 37 morti tra Senkata, Sacaba, Huayllani e il Pedregal.

Ora Paz si è sbarazzato di quelle che evidentemente ritiene fastidiose limitazioni. Le stesse che impedivano all'esecutivo di usare i militari come meglio credeva. La vecchia legge diceva chiaro: le Forze Armate possono intervenire solo se la polizia è palesemente in difficoltà. E soprattutto: né esercito né polizia possono essere esonerati dalla responsabilità penale per le loro azioni. Nessuna impunità, insomma. Un principio sacrosanto per evitare gli eccessi che già avevano macchiato il paese.

Ma per Paz, che ha fatto della mano dura una bandiera, quelle regole erano solo un intralcio. La nuova legge è stata approvata: più di due terzi al Senato, il 66 per cento alla Camera. E già pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Ora il presidente può dichiarare lo stato di eccezione senza dover rispondere a nessuno. Lo dice lui stesso, con quella faccia tosta che i boliviani conoscono bene: “Se non volete dialogare, per questo ci sono le regole della Costituzione”. Peccato che le “regole” le abbia appena riscritte a suo vantaggio.

E mentre Paz parla di dialogo, i blocchi stradali diventano 150 in sei regioni del paese. È la quarta settimana di mobilitazioni. I sindacati contadini, la Centrale Operaia Boliviana, i minatori, i Ponchos Rojos, i maestri, i commercianti, le federazioni di El Alto: tutti in piazza. Tutti con una sola richiesta, chiara e inequivocabile: le dimissioni di Paz. Perché questo governo, oltre a reprimere, sta portando avanti un piano di privatizzazioni e misure di austerity che massacrano i più vulnerabili. Il solito menù neoliberista, servito con il pugno di ferro. Un classico scenario da regime neoliberista.

La Centrale Operaia Boliviana, che guida la protesta, ha teso una mano. Due condizioni sono state poste: liberare i detenuti degli scontri degli ultimi giorni e ritirare l'ordine di cattura contro Mario Argollo, segretario esecutivo dell'organizzazione, e altri dirigenti. Condizioni ragionevoli. Ma Paz finora non ha mostrato alcuna intenzione di ascoltare.

E poi c’è la denuncia di Evo Morales. L’ex presidente, artefice degli anni dell’Evonomics e del miracolo economico boliviano - quando il paese è cresciuto, la povertà è crollata e le risorse naturali sono state messe al servizio del popolo e non delle multinazionali - oggi lancia un allarme che nessuno dovrebbe ignorare. Morales dice di avere “informazioni di prima mano” da membri delle Forze Armate: la decisione di imporre lo stato d’eccezione sarebbe già stata presa. E non solo. Sarebbe una mossa orchestrata dagli Stati Uniti per mettere le mani sul litio e sulle terre rare. “Per ordine dell’ambasciata statunitense. Hanno ordinato al presidente Paz. Non possiamo perdere la Bolivia, non possiamo perdere il litio”.

 
 
 
 
 
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E poi ancora: “Per decreto supremo Tesla è già in Bolivia. Hanno firmato memorandum con Stati Uniti e Canada perché possano diventare padroni del litio, delle terre rare e di altre risorse naturali”. Parole pesanti, che confermano quello che molti sospettano: dietro la repressione c’è la solita avidità internazionale e la fame di profitti delle multinazionali. E Paz, da bravo conservatore neoliberista al servizio dei poteri forti, fa da schermo.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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