Putin überall: il delirio russofobo della stampa italiana e la farsa della NATO "salvifica"
I media mainstream suonano la carica contro una minaccia inesistente. Tra finta neutralità USA, storici piani di distruzione dell'URSS e il collasso di Kiev, l'Occidente cerca disperatamente un motivo per prolungare la guerra....
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
28 giugno. Prendiamo un giorno qualunque nel panorama giornalistico italiano più consolidato; guardiamo casualmente ai temi del 27 di giugno dell'anno 2026 e apprendiamo che la NATO «si ricompatta in Turchia per fermare Putin» (La Stampa); che si assiste «all’ennesimo segnale in poche settimane della grave crisi nella macchina militare di Putin» (Corriere della Sera) e che una «rete filorussa opera in Italia con il sostegno diretto del regime putiniano» (Linkiesta). Putin überall; dappertutto. Putin e la Russia sono la peggior minaccia esistenziale per l'Europa e quantunque la «macchina militare» russa stia agonizzando, si deve rendere grazie al cielo che torni a primeggiare «lo scopo della NATO», che è «quello di far fronte alla minaccia militare posta dalla Russia, proprio il paese per stare in guardia dal quale la Nato fu istituita nel 1949» (La Stampa). Una «minaccia militare» che, comunque, ha i giorni contati: si tratta di fare ancora qualche sforzo, stanziare ancora un po' di miliardi sottratti a lavoro, sanità, pensioni, devolvendoli alla “democratica Ucraina” e poi i “valori liberali europei” saranno assicurati. Ma quello sforzo deve esser fatto, perché non ci si può fidare dei perfidi iperborei asiatici, che fingono di esser lì lì per soccombere alle “formidabili armi” di Kiev, ma sotto sotto stanno preparando la guerra contro la “civile Europa”. Sono agli sgoccioli, non hanno più di che combattere, ma l'accorta Europa sa che si accingono a «invadere un paese europeo, o forse più di uno», come pronostica il veggente Andrius Kubilius.
Sono così infidi da esser riusciti ad assoldare il capo del US European Command and NATO Supreme Allied commander Europe (SACEUR) Alexus Grynkewich, spintosi a dichiarare che la Russia «non cerca il conflitto con la NATO». Del resto, come potrebbe: non ne ha i mezzi e stenta a difendersi dalla potente macchina bellica euro-ucraina. Lo certifica il signor Lorenzo Cremonesi che, sul Corriere della Sera, assicura i lettori che «Dai primi di gennaio i nuovi droni prodotti dalle industrie belliche di Kiev hanno lanciato attacchi sempre più in profondità nelle regioni russe... una strategia di raid ben congegnata per stravolgere non solo lo sforzo bellico, ma anche l’economia, la società civile e il morale russi».
Putin e la Russia überall, ma anche prossimi al Untergang; alla caduta, non nel bunker della cancelleria, ma nei sotterranei del Cremlino. Ed è per questo, per cercare di ritardare l'ingresso a Moskva delle vittoriose forze ucraine, sempre più forti e mirabilmente armate dall'Occidente, che, «mentre l’Italia è nella Nato e sostiene l’Ucraina – con fondi, armi e posizioni diplomatiche», ecco che ai vertici russi non rimane altro che dar vita a «una rete organizzata [che] opera sul territorio nazionale con il sostegno diretto di Mosca, diffonde materiale prodotto da un’emittente vietata dalla legge europea, e trova spazio sui principali organi di informazione del paese. Si chiama ingerenza straniera. Esiste una legislazione europea e nazionale in materia. Esiste un dibattito – in Germania, in Francia, in Polonia – su come contrastarla. In Italia, per ora, restiamo a guardare. Non va bene», tuona su Linkiesta il signor Marco Taradash, esule plurierrante tra le melme più maleodoranti della “politica” liberal-oscurantista, puntando l'indice accusatore contro Elena Basile, rea confessa del proprio viaggio a Moskva, invitata «dal Cremlino», con l'aggravante di esserne tornata «entusiasta» e averne dato conto, con tanto di deposizione scritta (su Il Fatto). Una deposizione che «produce una sensazione di straniamento temporale: sembra di fare un tuffo nel passato più oscuro». Quello dell'URSS e dell'epoca di Stalin: per ogni liberal-confessionale, anche il solo parlarne è qualificabile di “intelligenza col nemico” e passibile di tribunale di guerra.
Fortunatamente, a mettere al loro posto questi “traditori della patria”, ci sono la NATO e il suo ricompattamento, salutato dal signor Bill Emmott sulle colonne de La Stampa. Una NATO, come ribadisce l'ex direttore di The Economist, messa in piedi nel 1949 per tener testa alla «minaccia militare posta dalla Russia» e la cui esistenza è dunque quanto mai opportuna, oggi, quando, nonostante il cosiddetto «presidente Volodymyr Zelensky pare abbia fatto suo il piano concepito dall’intelligence militare ucraina di costringere Putin alla resa entro 40 giorni» e anche la Crimea «è sfiancata dai raid di Kiev» (Cremonesi), il pericolo di un'invasione russa «tra cinque anni, o forse anche prima» (Merlino-Kubilius) è quanto mai serio; oggi che, a «quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, tra sistematiche provocazioni militari dei russi in tutta Europa», obiettivo primario della NATO e del prossimo vertice in Turchia pare essere quello «di trattenere gli americani dalla stessa parte», cioè da quella di «difendere l’Ucraina, l’Europa e di conseguenza la Nato... Un’alleanza che si era rivelata proficua per entrambe le sponde dell’Atlantico per quasi ottant’anni» (Emmott). Purtroppo, l'America di Trump, «ha aiutato la Russia ripetutamente... esercitando pressioni sull’Ucraina per farle cedere territorio ai russi, allentando le sanzioni sul petrolio russo durante la guerra con l’Iran». “Non va bene” signor Trump, direbbe il signor Taradash. Non va assolutamente bene «che sotto l’Amministrazione Trump gli Stati Uniti non considerano più la Russia una minaccia, bensì una grande-potenza partner-potenziale». Questo atteggiamento non va bene, di fronte a un «potenziale nemico – il che vuol dire la Russia». L'unica speranza per il signor Emmott è che – lo ribadisce tre o quattro volte – il prossimo presidente yankee somigli più al beneamato Joe Biden che al volubile Donald Trump. Almeno, coi presidenti di cui «ci si può fidare», si può contare sullo scopo «per cui la NATO fu creata, che è «quello di far fronte alla minaccia militare posta dalla Russia» ed è importante «evitare di distrarsi rispetto alla missione principale della Nato: evitare che la Russia destabilizzi l’Europa e ne metta a rischio la sicurezza», così da «dissuadere, opporre resistenza e contrastare le minacce provenienti dalla Russia». Russia überall; minacce russe vsegda i povsjudu, sempre e ovunque. Nel frattempo, l'imperativo è quello di armarsi e, senza aspettare un nuovo presidente USA che goda delle simpatie del signor Emmott, è da subito «necessaria una struttura di comando militare verosimile che in tempo di crisi non risulti esposta all’interferenza degli Stati Uniti. Per fortuna, tale struttura esiste già: si tratta della Joint Expeditionary Force... [sperando] che in vista di una potenziale crisi con la Russia un numero maggiore di Paesi entri a far parte della Joint Expeditionary Force e le corrisponda più soldi». Armi e soldi, eserciti e guerre: “buon sangue” britannico non mente.
Quel “buon sangue” che nel 1949 aveva dato vita a un organismo di guerra volto a «far fronte alla minaccia militare posta dalla Russia», non è vero, egregio guerrafondaio signor Emmott? A titolo di concisa memoria storica ricordiamo come la creazione di quell'alleanza di guerra fosse stata anticipata, sin dal 1945, a guerra mondiale appena conclusa, da piani britannici e americani per attaccare l'Unione Sovietica, a cominciare dai progetti voluti da Winston Churchill per la famigerata “Operazione Unthinkable”, nel 1945, dai piani yankee "Pinscher" (1946), “Crankshaft”, “Bushwacker” (1948) e numerosi altri, con cui si prevedeva di bombardare le principali città sovietiche con ordigni atomici, fino al famigerato piano "Dropshot" (1949), per una guerra totale contro l'URSS con armi nucleari, chimiche e biologiche. Ridotto così in cenere, il territorio sovietico sarebbe stato diviso in 4 parti: URSS occidentale, Ucraina-Caucaso, Urali-Siberia occidentale-Turkestan, Siberia orientale-Transbajkal-Primore, a loro volta suddivise in 22 sottozone in cui stanziare truppe di occupazione. Zone e sottozone da cui depredare quante più risorse naturali possibili: come accadeva nel 1918-'20, con l'intervento delle potenze (anche l'Italia) che tentavano di soffocare la giovane Russia sovietica e come il capitale finanziario occidentale vorrebbe fare anche oggi, con la frantumazione della Russia in tanti piccoli “protettorati”. Si arrivava poi, nel 1957, ai piani della CIA che prevedevano la divisione del territorio ucraino in 12 aree, dette “zone di lealtà”, in cui si riteneva che la popolazione avrebbe potuto sostenere operazioni speciali antisovietiche.
Che si aspergano pure di acquasanta i vari Emmott, Taradash e quanti implorano l'intervento divino contro il maligno russo, se ci permettiamo di ricordare che, intervistato dalla Pravda nell'ottobre 1951, a proposito del test della bomba atomica sovietica e l'allarme per una presunta “minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti”, Stalin disse che non c'era «alcun fondamento per un simile allarme. Gli esponenti USA non possono non sapere che l'Unione Sovietica non solo è contraria all'uso delle armi nucleari, ma è anche per il divieto e la cessazione della produzione. L'Unione Sovietica ha ripetutamente chiesto la messa al bando delle armi nucleari, ma ogni volta ne ha ricevuto un rifiuto dalle potenze del blocco atlantico. Ciò significa che in caso di attacco USA al nostro Paese, i circoli dominanti USA userebbero la bomba atomica. Proprio questa circostanza ha costretto l'Unione Sovietica ad acquisire armi atomiche per essere pienamente preparata ad affrontare gli aggressori».
Tornando al signor Emmott e al suo “ricompattamento della NATO”, bisogna ricordare le parole di Emmanuel Macron, secondo cui gli USA «Non sono più un intermediario neutrale» sul conflitto in Ucraina, dato che Trump ha condiviso un documento in cui gli Stati Uniti interverrebbero come partner dell'Ucraina in materia di aiuti militari e sanzioni anti-russe, così che i documenti del G7 indicano «un rinnovato riavvicinamento tra americani ed europei". D'altro canto, il Cremlino ha ribadito che gli USA non sono mai stati «assolutamente neutrali» nel conflitto ucraino. A Evian, infatti, come ricorda Oleg Isajcenko sulla russa Vzgljad, è stato concordato di aumentare le forniture all'Ucraina di sistemi di difesa aerea, sistemi aggiuntivi, intercettori e missili a lungo raggio, con la possibilità di fornirle «licenze per incrementare la produzione militare».
A vertice concluso, Friedrich Merz ha affermato che gli europei avevano raggiunto una posizione comune con Trump sul conflitto in Ucraina: «Ciò che ci dà a tutti motivo di fiducia sono le parole del presidente Trump: la Russia deve porre fine a questa guerra. E credo che questo sia un segnale chiaro». C'è da dire che, a giudizio di vari osservatori russi, Trump non avrebbe appoggiato la posizione degli altri Paesi del G7 sulla crisi ucraina se non ci fosse stata la guerra con l'Iran, per cui Trump, come riporta Politico, ha fatto pressioni sui suoi colleghi affinché appoggiassero l'accordo con la Repubblica islamica e offrissero assistenza nello sminamento dello Stretto di Hormuz.
In ogni caso, al Cremlino osservano che gli Stati Uniti non possono essere definiti “assolutamente neutrali”, dato che forniscono, prima gratuitamente, ora dietro pagamento, la maggior parte delle armi. È d'altra parte vero che la narrazione che ha dominato le due parti dall'agosto 2025 si stia sgretolando nello spazio informativo tra Moskva e Washington, scrive il politologo Jurij Barancik. Più diretto il Ministro degli esteri Serghej Lavrov, quando dice che a Anchorage era stato proposto un programma per la risoluzione del conflitto ucraino, cui la parte russa aveva aderito, ma che non è mai stato attuato: «non voglio nemmeno sospettare che l'intervento in Alaska, come le azioni dei paesi europei, sia stato concepito per dare tempo al regime di Kiev di riarmarsi. In realtà, però, le cose sono andate proprio così».
Già: Anchorage, il cui solo nome è indice ignominia, lacrima l'ex trotskista al servizio del filisteismo padronale Paolo Mieli, quasi a evocare moderne “Forche caudine”, coi militari yankee «costretti in quell’occasione a inginocchiarsi per stendere tappeti rossi all’autocrate del Cremlino» (Corriere del 28 giugno). Quale infamia, per chi invoca «A Kiev, a Kiev adesso».
Quanto a Macron, dice il senatore russo Vladimir Džabarov, è un «noto provocatore... Non dovrebbe rallegrarsi prematuramente e non dovrebbe cercare di usare simili dichiarazioni per ottenere un posto tra i negoziatori sull'Ucraina. La Francia, parte in causa nel conflitto, non ha posto al tavolo diplomatico». E per quello che riguarda Washington, dice ancora Džabarov, non ha ancora informato ufficialmente Moskva di un cambiamento di posizione sulla risoluzione del conflitto in Ucraina; ma «anche se ciò fosse vero, tanto peggio per la parte americana. In tal caso, gli Stati Uniti potrebbero essere considerati partecipanti al conflitto», mentre l'agenda della Russia sulla crisi ucraina non cambierà in alcun modo con l'acquisizione o la perdita dello status di neutralità da parte di uno qualsiasi degli Stati coinvolti; la posizione di Moskva «è determinata dai successi delle Forze russe» al fronte.
A detta del politologo Stanislav Tkacenko, quando Macron afferma che Washington avrebbe perso lo status di mediatore neutrale in Ucraina, cerca di presentare un pio desiderio come realtà; in «termini pratici, non si sono però ancora osservati cambiamenti nella politica americana... l'America non è coinvolta nel conflitto nella stessa misura della presidenza Biden». In sostanza, sia la dichiarazione di Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale in Ucraina, sia la firma USA sulla dichiarazione finale del G7 «rappresentano il massimo risultato ottenuto dai leader europei». Anche la dichiarazione di Macron potrebbe essere un tentativo della Francia di intervenire al tavolo negoziale, dato che tutto ciò che «l'Occidente ha fatto ultimamente è un tentativo di fermare i combattimenti, perché comprende che l'Ucraina stia tenendo la linea del fronte con le ultime forze e non abbia risorse o armi degne di nota, a parte i droni».
Ma, allora, tutti i “formidabili successi” magnificati dal Corriere? È un vero peccato, non è vero, signor Cremonesi?



