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"Quattro NO". La posizione di Russia e Cina contro l'interventismo militare in Corea

 


di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it


Il 12 settembre scorso, in Consiglio di sicurezza dell'ONU, Cina popolare e Russia hanno votato a favore del nuovo pacchetto di sanzioni nei confronti della Corea del Nord (parziale embargo sulla fornitura di petrolio, divieto di esportazione di prodotti tessili e di manodopera). Un voto favorevole che tuttavia – pur in presenza di una unanime condanna nei confronti delle sperimentazioni nucleari e missilistiche di Pyongyang – è stato accompagnato da dichiarazioni e interventi che, oltre ad “ammorbidire” le sanzioni stesse rispetto alla bozza statunitense, delineano una chiara convergenza degli approcci cinese e russo alla questione nordcoreana nella direzione di una soluzione pacifica.


Tale convergenza è stata riassunta con la formula dei “Quattro No”: no ad operazioni esterne finalizzate al cambio di regime, no al collasso del regime, no ad una unificazione accelerata della penisola coreana e no ad un dispiegamento militare statunitense oltre il 38° parallelo.


Pur opponendosi alla prospettiva di una Corea del Nord come prossimo Stato nucleare, ribadiscono che un simile sviluppo può essere bloccato ed evitato solo se a Pyongyang viene garantita piena sicurezza, visto il peso dei precedenti iracheno e libico. Inoltre smorzare la crisi ed allontanare ogni ipotesi di escalation militare significa anche evitare di fornire agli Stati Uniti un’occasione propizia per raggiungere obiettivi strategici in Asia orientale.

Da questo punto di vista la più delicata è senza dubbio la posizione della Cina per la quale, fin dagli inizi della politica di riforma e apertura, un ambiente internazionale pacifico è il tassello fondamentale per la riuscita del proprio programma di sviluppo economico e sociale e per la realizzazione del progetto strategico della nuova via della seta.

La crisi nella penisola coreana, in un contesto di crescente presenza militare statunitense e di rivitalizzazione di alleanze e collaborazioni militari che vedono proprio Washington al centro, ha già portato al dispiegamento in Corea del Sud del sistema anti-missilistico Thaad, e potrebbe dare una spinta maggiore al riarmo e alla normalizzazione militare del Giappone, e persino ad una diffusione nella regione di armi nucleari (si aggira in questi giorni lo spettro di un ritorno di armi nucleari tattiche statunitensi in Corea del Sud). Una prima conseguenza politica è già evidente e riguarda proprio la Corea del Sud (importante partner economico di Pechino), dove le speranze di una politica di apertura e di dialogo con il Nord (una riedizione della “Sunshine policy”), sostenute dall’arrivo al governo della coalizione “progressista” di Moon Jae-in, si sono assai affievolite anche se non del tutto come vedremo più avanti nell’affrontare la posizione russa.


Il sì cinese e l’affacciarsi di una ipotesi “interventista”

Le motivazioni del voto favorevole della Cina alle nuove sanzioni riprendono le posizioni tradizionali della diplomazia cinese quali la necessità di una soluzione politica, la ripresa dei colloqui a sei (Corea del Nord, Corea del Sud, Cina, Giappone, Stati Uniti e Russia) e, soprattutto, l’approccio della “doppia sospensione” secondo il quale la sospensione del programma nucleare da parte di Pyongyang deve essere accompagnata da quella delle esercitazioni militari su larga scala di Stati Uniti e Corea del Sud. E a questo si aggiunge anche la richiesta di smantellamento del sistema Thaad, considerato da Pechino una vera e propria spina nel proprio fianco.

Ad accompagnare la posizione ufficiale c’è però il manifestarsi di un dibattito sempre più pubblico e aperto sulla politica da adottare nei confronti del paese confinante; un dibattito dal quale emerge una crescente insofferenza negli ambienti più liberali che già da tempo chiedono una sorta di abbandono della Corea del Nord, da essi considerata ormai incontrollabile e fonte di continui problemi, e si pongono ora anche il problema di una cooperazione con Washington e Seoul e di un eventuale intervento di stabilizzazione e ricostruzione politica successivo ad un ipotetico attacco statunitense che porti al collasso dell’attuale governo.


Il sì russo e la prospettiva “integrazionista”

Diplomaticamente allineata con la Cina nella richiesta di una soluzione politica, la Russia ha al contempo delineato una fuoriuscita “infrastrutturale” dalla crisi coreana, tentando di ripristinare un dialogo tra gli attori interessati.

In occasione del recente Forum economico orientale di Vladivostok (6-7 settembre), Mosca e Seoul si sono dette favorevoli allo sviluppo di una “piattaforma commerciale trilaterale”, estesa quindi a Pyongyang, sostenuta da un progetto di connettività infrastrutturale tra Estremo oriente russo (quindi la massa continentale euroasiatica) e la penisola coreana. È quanto il primo ministro sudcoreano Moon Jae-in ha riassunto con la formula dei “Nove ponti di cooperazione” che comprenderebbero progetti congiunti nei settori ferroviario, della fornitura energetica, del trasporto marittimo e della cantieristica navale.





Se da un lato l’idea russa incontra il favore di una Seoul tagliata di fatto fuori via terra dalla Russia, dall’altro consentirebbe una progressiva integrazione commerciale (aperta anche al Giappone) della Corea del Nord e una ripresa del dialogo tra i Paesi interessati. La soluzione ipotizzata, quindi, è un collegamento via terra e via mare tra Mosca e Tokyo, passando attraverso le penisola coreana (progetto di ferrovia trans-coreana da collegare alla transiberiana) e congiungendo quest’ultima all’Unione economica euroasiatica. Resta da convincere il titubante regime nordcoreano.

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