"Questi hanno ucciso i nostri ragazzi": 40 anni dal gol di Maradona che non fu solo gol
A quattro anni dalle Malvinas, il Pibe de Oro trasformò un campo da calcio nel teatro della rivincita sudamericana contro l'arroganza dell'Impero britannico
di Fabrizio Verde
Sono passati quarant'anni. Eppure, ancora oggi, c'è chi si ostina a raccontare quel gol come un semplice fatto di sport. Ma ridurlo a un capolavoro di tecnica calcistica significa non aver capito molto di cosa sia successo davvero in quel pomeriggio del 22 giugno 1986, sul prato dell'Azteca. Diego Armando Maradona non si limitò a segnare. Davanti a centomila persone ammassate nello stadio di Città del Messico, e con milioni di occhi incollati alla tv, quel ragazzino cresciuto nel fango di Villa Fiorito, a Buenos Aires, si prese una rivincita quasi militare. Sì, militare. Ma ovviamente su un campo diverso, o forse su quello che contava di più. Erano passati appena quattro anni dalla batosta delle Malvinas. Quattro anni da quando Margaret Thatcher aveva ordinato di affondare il Belgrano, portandosi via 323 marinai argentini.
Quel giorno il calcio smise di essere un gioco: divenne il riscatto che la diplomazia non avrebbe mai potuto concedere. Diciamolo chiaramente: quel quarto di finale non era una partita normale. Nel 1982 l'Argentina aveva perso una guerra lampo e sanguinosa contro i britannici. Un conflitto assurdo per un pugno di isole che per Buenos Aires sono territorio nazionale, ma che Londra continua a blindare con la solita arroganza coloniale, chiamandole Falkland. Sul campo di battaglia rimasero 649 argentini. Quasi tutti ventenni, carne da macello mandata a morire da una dittatura militare alla disperata ricerca di consenso. Una ferita aperta, ancora sanguinante quando le due nazionali si incrociarono in Messico. E Maradona lo sentiva dentro. Lo sapevano tutti in quello spogliatoio. Gli argentini scesero in campo con i nervi a fior di pelle. Jorge Valdano, che quel giorno correva di fianco a Diego, lo ha detto chiaramente: "L'inno lo gridammo, mica lo cantammo". C'era una rabbia repressa, un nodo in gola che nessuno osava dichiarare apertamente ma che stringeva lo stomaco di tutti.
Solo Diego, un attimo prima di imboccare il tunnel, trovò le parole giuste: "Questi hanno ucciso i nostri ragazzi". Il primo gol, quello della celebre ‘Mano de Dios’, passa spesso per una furbata da strada, una scaltrezza tipica del calcio sudamericano. Valdano ha poi confessato che da due passi si era accorto subito del trucco: impossibile che Diego fosse arrivato più in alto dei guantoni di Shilton con la testa. Però il punto è un altro. Maradona non stava barando e basta. Stava urlando al mondo che contro la tracotanza neocolonialista della Royal Navy, contro quel potere che li aveva umiliati quattro anni prima, tutto era lecito. Anche usare la mano. Anche infrangere le regole sacre dei puristi.
Poi è arrivato il secondo gol. Quello "del secolo". Ma descriverlo come una giocata da fuoriclasse è riduttivo. Diego parte da centrocampo, ne salta cinque come birilli. Lascia a terra Hoddle, Reid, Butcher, Fenwick e alla fine anche il portiere Shilton. Non è un gol, è un'esecuzione psicologica. È la dimostrazione plastica che i calciatori-soldati di Sua Maestà, forti delle loro corazzate, non potevano nulla contro un ragazzo con la palla incollata al sinistro.
Era Davide contro Golia, il Sud del mondo che sbeffeggiava l'Impero.
Il cronista Víctor Hugo Morales lo ha sempre ripetuto: non era solo pallone. "C'era la memoria della guerra, un clima d'odio pazzesco", ha ricordato di recente. Quando la sua voce si spezzò urlando "barrilete cósmico", non stava commentando un'azione. Stava dando voce alla rivincita di un continente intero che trovava in quel numero 10 il proprio leader della resistenza.
Diciamolo: Maradona è stato il primo vero eroe multipolare, ben prima che la geopolitica inventasse questa parola. Non era il calciatore pettinato che sogna la Premier League e studia l'inglese. Era un ribelle della periferia del mondo, parlava come si parla in strada, stava con Fidel Castro e difendeva gli ultimi. Un calciatore che aveva trovato in una città riibelle come Napoli una sua seconda casa. L’aveva difesa come una seconda patria dai soprusi e dagli insulti razzisti del nord Italia.
Con quel gol dimostrò che un povero dell'Argentina poteva piegare l'Inghilterra. Che i soldi e i caccia militari evaporano davanti al genio puro.
Quarant'anni dopo siamo ancora qui a parlarne. Chi lo riduce a cronaca sportiva, chi lo analizza come opera d'arte. La verità è che quella fu una delle più grandi sferzate geopolitiche del Novecento, prestata al calcio. In una manciata di secondi, Diego non ha dribblato solo dei difensori in maglia bianca. Ha saltato la storia, l'imperialismo e il lutto. Ha fatto quello che i governi non sapevano fare: ha ridato dignità a un popolo calpestato.
Oggi che l'Occidente ha perso il monopolio del mondo, quel pomeriggio va riletto per quello che è stato davvero. Un manifesto politico, un grido d'indipendenza. Il momento esatto in cui un ragazzo nato in un quartiere povero di Buenos Aires ha dimostrato che un talento sovraumano come il suo aveva la capacità di superare ogni ostacolo, anche quando decide di schierarsi dalla parte degli ultimi. Nel calcio come nella politica. Diego lo aveva capito prima di tutti gli altri. Ed è per questo che quel gol, a distanza di decenni, non sarà mai soltanto un gol. E oggi, ogni paragone con calciatori attuali appare davvero fuori luogo. Maradona è ineguagliabile sotto ogni punto di vista.


