"Qui si parla solo ebraico": la storia di Salma e il divieto di usare l'arabo sul lavoro in Israele
Secondo quanto riferito dalla reporter di Middle East Eye, Samah Watad, si registra un forte aumento degli episodi di discriminazione e razzismo nei confronti dei lavoratori palestinesi con cittadinanza israeliana. Tra i casi simbolo citati dall'inviato del quotidiano britannico figura quello di Salma (nome di fantasia), una diciannovenne minacciata dal proprio responsabile per aver parlato arabo in negozio, perfino durante lo svolgimento delle mansioni lavorative e a serrande chiuse.
Come ricostruito nell'inchiesta della giornalista Samah Watad, il divieto di parlare la propria lingua madre — esteso anche a contesti privati — si sta diffondendo in svariati settori, dai negozi al dettaglio alle farmacie fino agli ospedali. In un episodio analogo avvenuto a Jaffa presso una filiale della catena Good Pharm, la direzione ha persino giustificato ufficiosamente la restrizione affermando che la lingua araba avrebbe potuto turbare i clienti israeliani.
Secondo quanto evidenziato dalla corrispondente di Middle East Eye, chi prova a opporsi a queste direttive subisce ritorsioni indirette: invece di sanzionare i responsabili, le aziende preferiscono tagliare i turni ai dipendenti palestinesi o proporre loro trasferimenti in sedi disagiate.
Il quadro tracciato dalla cronista Samah Watad trova conferma nelle parole dell'avvocata esperta in diritto del lavoro Alya Zoabi, la quale sottolinea come dal 7 ottobre 2023 si sia verificato un netto incremento di licenziamenti ingiustificati, procedimenti disciplinari e comportamenti vessatori. Sebbene la legge israeliana vieterebbe la discriminazione per nazionalità o religione, intraprendere azioni legali risulta estremamente complesso e costoso. Un ostacolo normativo e culturale ulteriormente aggravato dalla Legge sullo Stato-nazione del 2018, che ha declassato l'arabo rimuovendolo dal novero delle lingue ufficiali e legittimando un clima di forte intolleranza sul posto di lavoro.


