Report di "una sorella nata in un altro paese" da Betlemme

"Oggi è un altro giorno e la Palestina resiste. Nonostante tutto".

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Report di "una sorella nata in un altro paese" da Betlemme

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di Patrizia Cecconi

Betlemme,


Fragole di Gaza nei suq di Betlemme. Finalmente un rosso che non sa di sangue.


 
Tempesta di sabbia che ha reso pallido il sole. 

Invasione di routine dell’esercito israeliano che ha ucciso l’ennesimo ragazzo palestinese.

Investimento di due ragazzi palestinesi da parte di un colono. Uno morto e l’altro ferito grave (notizia che di norma non viene riportata dai media italiani).

Natale armeno (18 e 19 gennaio) e celebrazioni alla chiesa della Natività.

A parte le fragole e la tempesta di  sabbia, tutto il resto è routine, ma  ieri sera c’era qualcosa di più. 

Mentre mi dirigevo in macchina a Betlemme per assistere alle ultime celebrazioni del Natale armeno, m’ha colpito il numero altissimo di soldati palestinesi disseminati lungo le vie di accesso alla cittadina. Ho chiesto al mio accompagnatore come mai e mi ha risposto mostrandomi la direzione in cui si trova uno dei palazzi del presidente Abu Mazen nel cuore di Betlemme e spiegandomi che tutti quei soldati erano là per la sua sicurezza. 

E’ uno strano luogo la Palestina: un centinaio di soldati palestinesi fanno la guardia ad Abu Mazen venuto a presenziare il Natale armeno e qualche chilometro più il là i soldati dell’esercito israeliano fanno quel che vogliono del popolo palestinese, il quale prova a difendersi da solo! 

Comunque cerchiamo di parcheggiare la macchina. Ma non è possibile: la sicurezza palestinese, con gentilezza ma con assoluta determinazione ce lo impedisce. Il mio amico spiega che sono un’osservatrice di fenomeni culturali e che vorrei assistere al rituale sacro, ma non c’è niente da fare, non si parcheggia e non si passa. 

Il vento carico di sabbia che ha oscurato il sole nel pomeriggio è fortissimo e il freddo è quello tipico dei canti natalizi imparati da bambina, per cui lasciare la macchina a due chilometri e tentare di entrare a piedi diventa una piccola impresa che potrei  pagare con una grossa influenza e il lavoro che dovrei fare non mi consente di ammalarmi. Rinunciamo. 

Il mio amico è inferocito e le sue parole mi colpiscono. Mi colpiscono non per la rabbia con cui le pronuncia, ma per l’amara verità che contengono. Mentre io provo a spiegargli che in tutti i paesi del mondo l’arrivo del presidente comporta disagi dovuti alla sua sicurezza, lui mi risponde “noi siamo un paese occupato, un paese schiacciato dalla militarizzazione e non abbiamo proprio bisogno di altri militari a rovinare quel po’ di armonia che una festa porta con sé” poi aggiunge “mentre questi stanno qui vestiti da soldati a impedire l’accesso a Betlemme, lo sai cosa succede a Dheishe camp o ad Aida Camp o nei vari villaggi qui intorno? I soldati veri, quelli dell’esercito occupante, invadono arrestano uccidono… e dove sono questi soldati, quelli che dovrebbero proteggerci? Sono qui a fare i manichini del presidente!”  

E’ un fiume in piena e io non ho parole per fermarlo, mi cita un numero indefinito di situazioni in cui la polizia palestinese avrebbe potuto e, secondo lui, dovuto intervenire a difesa del suo popolo e non l’ha fatto o, addirittura, ha eseguito ordini che sembravano dettati da Israele. Ma lui in fondo lo sa che i soldati palestinesi non possono fare molto e mi dice, con un misto di realismo e di ironia: “visto che tanto non possono proteggerci, che almeno non blocchino le nostre strade! Che ci lascino godere le nostre feste in pace.”

E’ sempre la stessa storia, sono i famigerati Accordi di Oslo che nel tempo si sono rivelati un vero tagliagola per il popolo palestinese, la causa di questi paradossi.  Tutte le persone con cui parlo, compresi alcuni funzionari dell’Anp, auspicano un’uscita definitiva da questa trappola, ma la sclerotizzazione di uno pseudo-potere - fatto di briciole concesse da un potere esterno e reale - sembra inattaccabile, nonostante gli scricchiolii che tutti avvertono farsi sempre più sonori. 
 
Mentre rinunciamo alla nostra impresa, abbandonando l’idea di assistere alle celebrazioni del Natale armeno, mi lascio sfuggire una considerazione sulla bellezza della piazza della Natività dove chiesa cristiana e moschea islamica condividono spazi, luci e rituali in perfetta armonia.

A questo punto il mio amico mi racconta un aneddoto circa la figura di Omar, il califfo cui è dedicata la moschea della piazza. Il califfo Omar è un esempio di civiltà, di generosità, di tolleranza e di rispetto e la storia reale conferma quanto l’immaginario collettivo ha fatto proprio e dunque il mio amico mi racconta che un giorno, parliamo ovviamente di circa 1400 anni fa, un ambasciatore persiano andò a proporre degli accordi al califfo Omar e lo trovò addormentato sotto una palma da datteri col proprio mantello come stuoia e un sasso come cuscino. L’ambasciatore non poteva credere ai suoi occhi. Uno degli uomini più potenti del mondo dormiva così, senza una scorta armata, come un contadino qualunque! Il mio amico che ama molto concludere i suoi aneddoti con un “hai capito che significa?” non mi lascia rispondere e dà la sua risposta che, peraltro, è l’unica risposta possibile: “un presidente riconosciuto, rispettato e amato per il suo agire giusto  verso il suo popolo, non ha bisogno di scorte armate perché è la sua stessa gente a proteggerlo!”

Vorrei ribadire qualcosa, ma capisco che per quanto ami la Palestina sono, come dicono loro, “una sorella nata in un altro paese” e preferisco assorbire la lezione e tacere. Andiamo a casa a mangiare le fragole di Gaza comprate nel pomeriggio, quando ancora Betlemme non era stata blindata. 
 
Le fragole di Gaza sono un’esperienza sensoriale unica, anche quando sono di serra. Israele lo sa, e per questo impedisce che vengano esportate. L’assedio ha le sue regole!

Mentre scrivo vengo a sapere che l’esercito israeliano stanotte è entrato a Betlemme. E’ uscito poco fa portando via con sé un ragazzo palestinese come trofeo dell’incursione notturna, arrestato sulla piazza della Natività. Mi chiedo: dov’erano i militari palestinesi? Forse si erano già ritirati? O forse erano distratti. 
 
Bè, vado a fare colazione con le ultime fragole rimaste da ieri sera. Oggi è un altro giorno e la Palestina resiste. Nonostante tutto.

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