Reportage. Viaggio nella Palestina storica, tra la “sposa del mare” e i suoi dintorni

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Reportage. Viaggio nella Palestina storica, tra la “sposa del mare” e i suoi dintorni


Testo e foto di Patrizia Cecconi
(Fonte NenaNews)

Jisr az-Zarqa (Israele), 7 marzo 2016, Nena News – Andare da Haifa a Daliyat al Carmel, villaggio druso dove viveva lo scrittore Salman Natur morto pochi giorni fa, passando per Jisr Al Zarqa e toccando la cittadina di Baka è come ripercorrere uno spicchio, per la verità un po’ triste, della storia palestinese. Daliyat al Carmel è un villaggio druso. I drusi sono una comunità etnico-religiosa che nella Palestina storica hanno scelto, in via generale, di definirsi israeliani. Infatti non è raro incontrare una soldatella drusa in divisa militare che ai check point compie il solito, umiliante rituale verso i palestinesi imbracciando il mitra.

Anche Salman Natur era druso, ma la sua scelta era ben diversa e lo testimonia il suo libro “Memoria” pubblicato anche in italiano e presentato numerose volte nel nostro Paese. Lui la sua scelta di campo l’aveva fatta in modo chiaro e uno dei suoi racconti brevi contiene una metafora inequivocabile: “se perderemo la memoria le iene ci sbraneranno”. E’ per questo che gli amici palestinesi che vivono in Italia hanno inviato, tramite me, le loro condoglianze vere, sentite, alla sua vedova.

Vedova dello scrittore Salman Natur

Vedova dello scrittore Salman Natur

Per raggiungere Daliyat è necessario arrivare ad Haifa e lì, una volta usciti dalla stazione, con il mare sulla destra e il monte Carmelo sulla sinistra il pensiero va immediatamente a Ghassan Kanafani, a quel “Ritorno ad Haifa” così intensamente evocativo di quanto successo nei terribili giorni del maggio “48. Amici palestinesi che, in quanto tali, non hanno il permesso di andare in quella che era la loro terra, mi hanno chiesto un sasso del mare, quel mare che loro non possono più toccare, almeno fino a che la giustizia non farà il suo corso. Così sono andata in spiaggia e sono tornata carica di sassi. Alcuni ne porterò in West Bank, altri ne porterò in Italia. E’ bella Haifa! Belli i fantastici giardini Bahai che circondano il santuario di una religione i cui principi sono certamente edificanti ma al tempo stesso hanno qualcosa di inquietante. Qualcuno dice che anche Abu Mazen abbracci questa religione, ma non mi è dato saperne di più. I giardini comunque, carichi di simbologia religiosa già nella loro architettura, sono splendidi e affacciano sul grande porto, quello che oggi Israele vanta con orgoglio, ma che ha una storia antica, molto più antica dello Stato autoproclamatosi nel 1948.


Haifa è bella. Lo è nelle stradine dei quartieri arabi, cioè nella sua parte storica e lo è anche nella parte moderna. E’ bella un po’ ovunque e lo sarebbe ancor di più se non fosse coperta da una specie di nuvola che dal ’48 ad oggi non l’ha mai abbandonata. Se pure non ne avessi conosciuto la storia, la giovane “israelo-palestinese” che mi accompagna me lo ricorda guardando il mio braccialetto con su scritto “Palestine” e mi dice “beata te che puoi portarlo senza problemi, a noi ci portano subito in un posto di polizia se si accorgono che portiamo un simbolo palestinese!” Già, perché lei è nata a Jisr al Zarqa, cittadina rimasta abitata dalla popolazione palestinese e che “gode” della cittadinanza israeliana. Lei sa bene che Haifa non è solo una ferita nel cuore di ogni palestinese, ma è anche il luogo dove la retorica della pacifica convivenza tra gli abitanti autoctoni riusciti a restare durante la Naqba e gli israeliani che l’hanno fatta propria, cozza con una realtà discriminatoria al punto che un semplice braccialetto con la scritta Palestine può essere motivo di pesanti problemi di cosiddetta giustizia.


Jisr az-Zarqa

Nel suo paese è diverso, lì potrebbe portarlo, mi dice, “perché sono tutti arabi, ma qui no”.
Andando al suo paese, Jisr al Zarqa, che letteralmente significa ponte sull’azzurro, intendendo per azzurro il mare, scopro che i circa 17 mila palestinesi che lo abitano vivono prevalentemente di pesca. Il mare è bello e la spiaggia è costituita da miliardi e miliardi di conchiglie spezzate. Qualcuna intera si trova e ne prendo un paio. Le porterò a chi non può venire e il mare lo ha nella mente per i racconti dei nonni o per ricordi di quando era molto piccolo. Il paese è circondato da villaggi ebrei e proprio con la scusa della vicinanza di uno di questi villaggetti e con la sempre buona occasione della seconda intifada, un sito archeologico romano risalente a circa duemila anni fa, Wadi al Tamasih, facente parte della superficie di Jisr al Zarqa è stato espropriato alla municipalità araba e fatto rientrare nelle ricchezze archeologiche israeliane. Si potrebbe parlare di furto con destrezza, e che destrezza! Basta entrare nel sito per rendersene conto. Ma siccome Israele gode la fama di paese democratico, ha democraticamente concesso, con la magnanimità di un colonizzatore generoso, che gli abitanti di Jisr entrino senza pagare!

Il sito era un’antica località rurale romana che si avvaleva del fiume da cui prende il nome “Al Tamasih”, cioè dei coccodrilli, per le sue attività produttive. Fiume che nasce in Giordania e qui, nel Mediterraneo, ha la sua foce. Nel sito sono ancora ben visibili le canalizzazioni romane, le ruote per far andare i mulini e le fondamenta delle case e dei magazzini. In un punto particolarmente bello, la ragazza che mi accompagna e che chiamerò Jamila perché non si sa mai, mi dice che da bambina veniva a fare il bagno qui con la sua famiglia. Ora è vietato per motivi di sicurezza. Parola magica che sta infettando il mondo!


Wadi at-Tamasih

Lasciato il sito archeologico si va verso Baka. Devo dire che lungo la strada mi godo il panorama bellissimo che offre la catena del Carmelo. Non sono montagne alte, ma sono bellissime. Rocce che si stagliano su una natura verde brillante e che guardano il mare, sempre quello interdetto alla maggior parte dei palestinesi in quanto palestinesi. Ripenso al furto con destrezza perché questa zona della Palestina storica è veramente bellissima. A Baka, tra un’interruzione e l’altra arriviamo di sera. In macchina mi spiegano una cosa che non sapevo o che avevo dimenticato. Sì, è possibile che l’abbia dimenticata perché è talmente scandalosa come notizia che non possono non averla data, magari a modo loro, anche i nostri media nell’ormai lontano 2003.

Wadi at-Tamasih

Wadi at-Tamasih

La cittadina in quell’anno fu divisa in due dal muro della vergogna e così ora una parte rientra, seppure illegalmente, nella territorialità israeliana e chi abita dall’altra parte non può più venire né a curare le eventuali proprietà, né a trovare amici e familiari rimasti al di qua del muro. E Baka non è più un’unica cittadina ma è stata divisa in due e alle due è stato aggiunto un attributo assolutamente neutrale che, a chi non sa, può suonare come una semplice dislocazione geografica: Baka est e Baka ovest (ash-Sharqiyya e al Gharbiya), un po’ come i tanti Castelnuovo di sopra e Castelnuovo di sotto che abbiamo in Italia.

Baka, oltre ad avere una storia molto antica e reperti interessanti, si trova in una zona molto fertile e infatti il suo nome significa bouquet di fiori e, sempre per restare nel concetto di destrezza cui accennavo prima, prendersi senza pagarne le conseguenze la metà di un bouquet di fiori non è male! Mi tornano alla mente le parole del racconto di Salman Natur, “se perderemo la memoria le iene ci sbraneranno”. In fondo mi trovo qui perché sono venuta a portare un piccolo ricordo alla sua vedova e con l’occasione, in soli due giorni, ho potuto constatare che anche senza volerlo la memoria di questi luoghi ti soffia sul viso come il vento di Haifa, “la sposa del mare”, come la chiamavano i palestinesi che l’abitavano. E a proposito di memoria, mi viene in mente una stele che si trova appena fuori della stazione. È un ringraziamento al popolo danese che nell’ottobre del “43, a rischio delle proprie vite, ha salvato 7000 ebrei dall’olocausto. Una memoria che a nessuno di noi è dato dimenticare e che in casi come quello ricordato nella stele è motivo di onore anche di molti italiani, qualcuno anche della mia famiglia.

Stele di ringraziamento al popolo danese

Stele di ringraziamento al popolo danese

Ma mi chiedo, quanti ebrei in Israele e nel mondo sono consapevoli del fatto che questa stele impallidisce davanti a quello che lo Stato nato “anche” dalle ceneri dell’olocausto commette contro la popolazione palestinese? Una piccola minoranza c’è e si esprime con vergogna verso i propri governi. Forse quella minoranza teme di vedere, un giorno, una stele che ringrazia chi ha salvato i palestinesi dalla furia dell’esercito israeliano in tempo di occupazione! E forse lo teme proprio perché la memoria non può essere a senso unico. Haifa e i suoi dintorni stanno lì a ricordarcelo. 

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