Riforme Renzi: l'illusione di un "Senato" federale per il controllo totale del Parlamento

Il vero limite delle cosiddette "riforme" costituzionali è una deriva a cui pochi stanno dando il giusto peso

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Riforme Renzi: l'illusione di un "Senato" federale per il controllo totale del Parlamento

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di Paolo Becchi
 
Portata a termine la prima “fase”, ed in attesa della seconda, può essere utile una riflessione generale sull'impianto della riforma costituzionale. Alcuni  aspetti critici sono già stati evidenziati, ma si tratta di dettagli e, a mio avviso, non colgono quello che è il suo limite maggiore. La riforma si è proposta di ridisegnare la seconda Camera come Senato delle Autonomie, che rappresenti le «istituzioni territoriali». Tutto farebbe, perciò, pensare, ad un tentativo di riforma in senso federale del Senato, che possa limitare le disfunzioni del tradizionale centralismo statale. Da più parti si è fatto riferimento al “modello tedesco”, al Bundesrat i cui membri sono nominati dalle maggioranza risultate vincitrici alle elezioni nei rispettivi Länder. A ben vedere, tuttavia, le cose stanno diversamente.
 
Nell’attuale proposta, anzitutto, il Senato non si compone  soltanto dai senatori nominati dai Consigli Regionali, ma, in aggiunta ad essi, si prevedono ventun membri scelti tra i sindaci e cinque senatori nominati direttamente dal Presidente della Repubblica. Ma non è solo questo. Il Bundesrat assolve la sua funzione all'interno di uno Stato autenticamente federale, mentre non solo il nostro non lo è mai stato, ma con la Riforma esso rischia di diventare ancora più centralista di prima, dal momento che  essa prevede un ritorno della maggior parte delle competenze allo Stato: la nuova “clausola di supremazia” prevede, infatti, che su proposta del Governo, la legge dello Stato possa intervenire in materie o funzioni non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale. Come è stato denunciato da più parti, quella che è stata annunciata come una riforma federale realizza un’operazione di centralizzazione. 
 
Dove, del resto, il Senato svolge realmente la funzione di rappresentanza delle Regioni, i senatori sono sottoposti al vincolo di mandato. Nel Bundesrat, ad esempio, sono presenti i membri dei governi dei singoli Länder, i quali hanno il potere di nominarli ed eventualmente di revocarli, ed il voto viene espresso unitariamente da ogni Land. Il sistema, pertanto, è quello del mandato imperativo, in quanto il rappresentante del Land non può votare discostandosi dalle istruzioni ricevute dallo Stato dal quale è delegato.  La riforma di Renzi continua invece a prevedere che i membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato, ma, al contempo, precisa che i membri del Senato non rappresentano la Nazione, ma le «istituzioni territoriali». Che senso ha, tuttavia, pensare una rappresentanza territoriale senza mandato imperativo?  
 
Il rischio è che la riforma finisca per disegnare un Senato “federale” ma al servizio di una logica centralista, una Camera di rappresentanti del “territorio” non eletti ed al servizio di un Governo che, grazie all’Italicum, potrà contare su una Camera di nominati. Il “superamento” del bicameralismo perfetto rischia, pertanto, di non essere altro che il grimaldello attraverso il quale – dietro l’illusione di una svolta “in senso federale” – il Governo si assicurerà il controllo definitivo ed indiscusso del Parlamento.

Articolo pubblicato dal Corriere della Sera del 4/04/2015

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