Salari fermi da 30 anni: il "patto segreto" che sta distruggendo il merito e l'economia italiana
di Michele Blanco
Sappiamo tutti che l’Italia è ormai l’unico Paese OCSE — l’organizzazione che comprende le maggiori economie sviluppate al mondo — in cui i salari reali sono diminuiti costantemente fin dal 1990. Gli stipendi in Italia sono tra i più bassi d’Europa, con una media annua inferiore ai 39.000 euro, e risultano fermi da oltre trent’anni. Non è stata solo colpa della crisi, ma di una scelta mirata, voluta e sistemica.
Al di là delle tasse e del cuneo fiscale, esiste un meccanismo manovrato in modo subdolo che fa dello stipendio basso uno strumento formidabile di controllo sociale e di conservazione delle gerarchie.
Le PMI (Piccole e Medie Imprese) sono il motore portante dell’economia italiana e rappresentano oltre il 75% delle aziende sul territorio nazionale. Tuttavia, molte di esse sono completamente modellate sulla struttura della tradizionale famiglia patriarcale. L’imprenditore-tipo italiano spesso non cerca un dipendente efficiente, ma un semplice "sottoposto" che obbedisca ciecamente.
Garantire uno stipendio alto significherebbe permettere all’impiegato di accedere agli stessi simboli di status del datore di lavoro. Questo, nella visione di molti imprenditori, "rompe la gerarchia visiva del potere".
Nel suo celebre saggio del 1899, La teoria della classe agiata, il sociologo ed economista Thorstein Veblen spiegava che l’accumulo di ricchezza non serve solo a soddisfare bisogni materiali, ma diventa uno strumento per ottenere prestigio attraverso l’esibizione: la ricchezza, insomma, deve essere "vistosa". Se il dipendente si avvicina al tenore di vita del capo, la ricchezza di quest’ultimo perde il suo valore di distinzione. In Italia, mantenere lo stipendio basso sembra servire proprio a garantire che questa "distanza di consumo" rimanga incolmabile.
Il sociologo Luciano Gallino ha spiegato chiaramente come, dagli anni '90, sia stata combattuta una lotta di classe "inversa": quella dei capitalisti e degli imprenditori contro la classe operaia e impiegatizia. Le élite industriali hanno fortemente influenzato l’opinione pubblica, la politica e lo Stato per precarizzare il lavoro, non solo per risparmiare, ma soprattutto per togliere potere contrattuale e dignità sociale ai lavoratori.
Attraverso ammortizzatori sociali strategici e incentivi a pioggia, lo Stato ha spesso sussidiato imprese inefficienti invece di spingerle ad alzare i salari. In questi anni si è portato avanti un "patto di stabilità" che ha protetto la rendita di pochi invece del talento e delle capacità di molti.
Il sociologo francese Pierre Bourdieu parlava a questo proposito di "capitale simbolico". Lo stipendio basso è una forma di violenza simbolica: serve a ricordare al lavoratore il suo "posto" nel mondo. Se non puoi permetterti certi consumi, la tua opinione politica e sociale pesa di meno; il basso salario ti mantiene in una condizione di perenne minorità. In questo schema, il comando è un’eredità di sangue, non una funzione basata su capacità tecniche.
Il risultato per il nostro Paese è una totale mancanza di visione competitiva: si preferisce una mediocrità "protetta" a un successo vero, guidato dal merito. Questo modello ha bloccato l’innovazione e ha costantemente schiacciato i salari e il potere d’acquisto.
In un sistema economico sano, il successo del dipendente coincide con il successo dell'azienda. In un sistema fortemente gerarchico-feudale, invece, le capacità del dipendente vengono percepite come un’insolenza, un’invasione di campo nel territorio della "classe agiata".
In Italia il salario basso è diventato una scelta culturale per mantenere le distanze sociali, prima ancora che un fatto prettamente economico. È sempre più evidente come si preferiscano il controllo gerarchico e l'immobilismo all'innovazione guidata dal merito.
Senza considerare che le prime a essere danneggiate da questa situazione vergognosa sono le aziende stesse: oltre a non innovare i prodotti e a perdere competitività sui mercati, rinunciano all'opportunità di vendere la qualità del Made in Italy a milioni di connazionali che, a causa di stipendi troppo bassi, non possono semplicemente permettersela.


