Sarà il MINT il nuovo acronimo che si affiancherà ai paesi BRICS nel 2014?

Ecco perché l'era del G8 sta per finire

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Sarà il MINT il nuovo acronimo che si affiancherà ai paesi BRICS nel 2014?

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La notizia è del novembre scorso ma The Voice of Russia l’ha riportata nei primi giorni dell’anno. E non a caso, dato che proprio nel 2014 potrebbe rivelarsi utile ai fini finanziari e commerciali. Infatti sembra che si stia facendo largo un nuovo acronimo che raggrupperebbe i nuovi quattro paesi emergenti, cioè Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia: il MINT. Parola di Jim O’Neill, ex dirigente della banca d’affari Goldman Sachs e padre del primo e più celebre acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, sopraggiunta in un secondo momento), che L’Antidiplomatico segue con interesse ormai da molti mesi.

Pan Kwan Yuk, opinionista del quotidiano Financial Times, aveva già riportato sul blog beyondbrics due mesi fa la testimonianza di O’Neill sulla straordinaria crescita del blocco dei quattro paesi in forte ascesa economica:

Ho trascorso alcuni giorni in Indonesia per la realizzazione di una serie di documentari per la BBC Radio sulle quattro economie emergenti non appartenenti al gruppo BRICS. Queste ultime sono state già seguite da vicino con un certo interesse. Il gruppo che invece sto studiando in questo momento non merita certamente meno attenzione. Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia hanno avuto uno sviluppo demografico considerevole negli ultimi vent’anni e le loro prospettive economiche sono molto favorevoli.


Tuttavia Yuk non sembra essere molto d’accordo con l’ex banchiere. Innanzitutto obietta che possono esistere diversi acronimi e altre combinazioni a incastro dei nuovi mercati emergenti – ognuno con una motivazione diversa – come ad esempio CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica), MIST (Messico, Indonesia, Sud Corea e Turchia) e il ribattezzato Next 11, la folta truppa di paesi in via di sviluppo con una speranza di vita sempre più alta e una crescita demografica a doppia cifra. I paesi individuati con tali caratteristiche sono Bangladesh, Egitto, Indonesia, Corea del Sud, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine, Vietnam e Turchia. Come noto, la maggior parte di queste realtà sono di fede islamica, fattore da non trascurare nei prossimi anni, mentre Seul, Ankara, Giacarta e Città del Messico fanno parte del G20, il supergruppo dei paesi più industrializzati del pianeta. Il meno popoloso fra tutti è la Corea del Sud, che ha registrato, nel luglio 2013, poco meno di 50 milioni di abitanti (in una superfice decisamente inferiore rispetto a quella italiana, che ne conta circa 60 milioni).

Eppure, a quanto pare, O’Neill ha dalla sua parte i numeri. Secondo l’esperto della Goldman Sachs, il Messico ha il vantaggio di poter contare sui dollari degli Stati Uniti e sul controverso NAFTA (North American Free Trade Agreement), l’accordo di libero scambio del Nord America. Inoltre,stando alle stime di O'Neill, nel 2050, il PIL pro capite messicano potrebbe raggiungere quello dei paesi europei: un clamoroso aggancio e, allo stesso tempo, un colpo per le economie dell'Unione; l’Indonesia rimane sicuramente la realtà più sorprendente di tutto il Sud-Est asiatico: sempre nel fatidico 2050, Giacarta potrebbe diventare il settimo paese del mondo nella speciale classifica del Prodotto interno lordo; mentre la Nigeria ha intrapreso un cambiamento di rotta per ciò che riguarda la pianificazione economica: il paese africano – terza economia del continente dopo Sudafrica ed Egitto – ha infatti commissionato numerose infrastrutture nel settore dei trasporti e della comunicazione, a livello finanziario invece è diventata una delle maggiori piazze del Continente Nero (come il colore del petrolio di cui le multinazionali del settore si sono appropriate da tempo, a costo della salute dei cittadini, come ha scritto il giornalista Ken Saro-Wiwa, prima di venire assassinato brutalmente); per finire abbiamo la Turchia dell’AKP erdoganiano - invisa alla maggioranza dell’Europa e degli europei - che è cresciuta notevolmente negli ultimi dieci anni, così come le sue alleanze politico-economiche, che vanno da Mosca sino a Rabat. O'Neill ha ricordato come nel terzo quarto del 2013, il PIL della Repubblica turca abbia superato quello della Cina, facendo registrare un +8,2%, valore da grande potenza globale.

Il vantaggio dei MINT e dei BRICS – conclude O’Neill – rimane il costo del lavoro molto basso rispetto agli standard europei e statunitensi, sebbene ci siano diversi trattamenti all’interno degli stessi paesi “acronimati”: in Turchia e Messico un lavoratore riesce a guadagnare 10,000 $ all’anno, al contrario degli omologhi indonesiani (3,500 $), nigeriani (1,500 $) e cinesi (6,500 $). Meglio invece Russia (14,000 $) e Brasile (11,300 $).

Che O’Neill abbia ragione o no, le nuove sfide globali possono dipendere ancora dal favore di un anacronistico G8 o di un consesso affine?
 
 

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