Se i tecnici di area governativa alla fine devono ammettere i ritardi italici

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Se i tecnici di area governativa alla fine devono ammettere i ritardi italici

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di Federico Giusti

Quando si parla insistentemente di produttività l'economia sta di solito rallentando e la nostra area di riferimento va accumulando ritardi nella competizione internazionale.
L'argomento produttività è stato da noi trattato in tante occasioni ma un recente articolo del Presidente del Cnel, Renato Brunetta, merita di essere letto confutandone alcune delle tesi di fondo.
 
 
Brunetta viene da un'area politica, prima ancora di Forza Italia, che ha storicamente ravvisato nell'elevato costo del lavoro una delle cause della perdita di produttività, dell'argomento si parla con grande ritardo rispetto al 2008 quando esplose la crisi finanziaria e divennero palesi i ritardi e le contraddizioni italiche e dell'area dell'Euro.
 
Con anni di ritardo, quasi 10 anni or sono, la Ue chiese ai paesi membri di riservare la massima attenzione alla produttività, di inserirla tra gli argomenti oggetto di studio nell'università, di dare vita a Comitati nazionali atti a promuovere scelte e riforme innovatrici.
 
Dopo quasi 10 anni il Cnel ha redatto un documento sulla produttività con l'apporto di ricercatori e studiosi ai quali è stato commissionato una ricerca che dovrebbe offrire nell'immediato spunti e indicazioni al Governo e alla classe dirigente del paese, Cnel, Istat e Banca d'Italia uniti per trovare le giuste ricette al rilancio del paese.
 
E la sintesi del Presidente Brunetta parla esplicitamente di riforma della Ue, di fine del ventennio dell'austerità, di investimenti nella ricerca e un certo indebitamento indispensabile per il rilancio dell'economia.
 
Il Rapporto analizza poi la situazione italica ed europea, parte dal presupposto che la produttività negli Usa sia cresciuta dello 0,6 % in più all'anno nell'ultimo decennio rispetto ai paesi Ue con nazioni del sud est asiatico a raggiungere risultati ancor migliori.
Quello che non convince nella analisi del Cnel e nell'articolo di Brunetta è la sottovalutazione della crisi che attanaglia il nostro paese con salari in erosione quando invece crescevano negli altri paesi, con rinnovi contrattuali pari a un terzo del potere di acquisto perduto. In estrema sintesi Brunetta opera una analisi funzionale al dettame governativo esaltando i buoni risultati raggiunti dall'esecutivo Meloni anche quando recenti statistiche inducono a minore ottimismo
 
Il Rapporto a questo riguardo fotografa un’Europa che, tra il 2014 e il 2024, ha visto crescere la produttività del lavoro a un ritmo medio annuo del + 0,7%, cioè la metà rispetto agli Stati Uniti (+1,3%). L’Italia, invece, è rimasta sostanzialmente ferma, con un dato in ulteriore peggioramento negli ultimi due anni. Eppure, grazie alla crescita delle ore lavorate, il PIL tra il 2019 e il 2024 nel nostro Paese è cresciuto in linea con la media europea (+1,1%). Ancor più dinamico l’andamento dell’occupazione: +4,4% in cinque anni e una crescita, tra il 2022 e il 2024, doppia rispetto a quella UE. A trainare resta anche l’export, che nel 2024 ha toccato i 650 miliardi, superando Francia e Germania nei tassi di crescita.
 
Il Rapporto riconosce i risultati positivi raggiunti negli ultimi 2 o 3 anni in materia di export e occupazione pur in un difficile contesto internazionale, peccato che questi risultati non abbiano cambiato la sorte del nostro paese o il giudizio complessivo sul suo scarso livello di produttività, nel frattempo la distanza, o meglio i ritardi, della nostra economia si vanno accentuando con una forza lavoro, solo per dirne una, sempre più vecchia e con uno scarso livello di qualificazione.
 
Tale ritardo viene ammesso dallo stesso Brunetta parlando delle scarse competenze ICT elevate  e del basso numero dei laureati in discipline STEM, per la diffusione delle nano imprese e il mancato incremento delle ore lavorate.
 
Se i tecnici, Brunetta è un economista, dell'area governativa sono costretti ad ammettere ritardi e inadeguatezze di varia natura la situazione è arrivata ad un livello di guardia preoccupante anche se a prevalere sono pur sempre i facili ottimismi che decantano i risultati ottenuti ad esempio nelle esportazioni. E' innegabile il ritardo nella innovazione dei processi tecnologici, nella macchina amministrativa pubblica, nei processi di digitalizzazione, con questa realtà le parti datoriali e il Governo dovranno fare presto i conti.
 
Non sono i risultati di due o tre anni a rovesciare i rapporti di forza, ad esempio i salari dopo 40 anni di lenta e progressiva erosione hanno perso così tanto potere di acquisto da impiegare lustri prima di un eventuale, ma improbabile, recupero. E guardando la dinamica contrattuale nella Pa siamo quasi certi che il recupero del potere di acquisto sia ormai una mera illusione.
 
C' è poi un passaggio nell'articolo di Brunetta che merita attenzione perchè suona come una sorta di ammissione delle responsabilità politiche di lungo corso:  i ritardi delle imprese sulla transizione digitale sono assai evidenti e minori competenze della forza lavoro determinano perdita di produttività nonostante interi capitoli del Pnrr siano stati spostati da indirizzi ambientali e sociali verso l'implementazione delle nuove tecnologie.
 
Se le imprese investono meno anche in formazione la stessa produttività verrà decrementata al pari dei salari la cui mancata ripresa è causa della inadeguata ripresa dei consumi.
 
E qui arriviamo al nodo del problema ossia che stagnazione salariale e mancati processi innovativi sono alla lunga causa della crisi economica, poi potranno occultare il problema con l'esaltazione di dati parziali giusto per respingere l'idea che il nostro paese abbia imboccato la strada della stagnazione con scarsa crescita dell'economia, salari bassi, disuguaglianze crescenti e investimenti pubblici e privati del tutto insufficienti.
 
E l'abilità di Brunetta sta nel rinviare la palla nella metà di campo avversaria ipotizzando riforma della governance a livello europeo come se i problemi italici fossero solo quelli identificabili con i ritardi comunitari e non invece il prodotto di scelte nazionali di una classe politica miope e in perenne ritardo

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