Si può ancora avere fede nella mano invisibile di Smith?

Effetti del libero mercato in assenza dello Stato: disuguaglianze e squilibri.

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Si può ancora avere fede nella mano invisibile di Smith?

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di Chiara Ronca

“Il concetto di solidarietà ... contrasta con la dottrina in base alla quale bisogna pensare solo a sé  stessi e non curarsi degli altri che restano indietro: il principio cardine del business”. Sono le parole  di Noam Chomsky nel suo libro “Sistemi di potere”.

Questo estratto ha richiamato alla mente in maniera vaga l’idea smithiana secondo la quale la cura  per gli interessi individuali non è affatto negativa per la società nel suo insieme. Condannando  l’egoismo (self-interest) ma allo stesso tempo riconoscendo nell’ineguaglianza un’importante molla  di progresso, infatti, Adam Smith propone un modello economico fondato sulla divisione del lavoro  e alla cui base vi è un principio di cooperazione, non a vantaggio di pochi bensì di tutti gli individui  che sono parte della società. Questo si realizza laddove vigano condizioni che consentono il libero  scambio, che significa circolazione di beni e, quindi, diffusione del benessere. Il mercato è per 
Smith positivo perché consente uno scambio di prodotti ma anche di idee, servizi, opere di cui tutti  possono beneficiare.

Oggi la chiameremmo globalizzazione.
 
Ora, il buon Adam Smith era convinto che nel libero mercato la ricerca del proprio interesse  egoistico avrebbe giovato agli individui — considerati uti singuli ma anche uti universi, come parte  di una collettività — proprio grazie ad una mano invisibile, la quale spingerebbe i proprietari “a fare  quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla vita che sarebbe stata fatta se la terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti”. 
 
Purtroppo la smodata fiducia di Smith nell’uomo e nelle forze riequilibratrici del mercato devono  essere smentite. Si fa un gran parlare oggi di neo-liberismo e delle conseguenze nefaste causate dal mancato intervento dello stato in economia: o meglio, lo Stato è intervenuto e come, ma a deregolamentare una materia complessa e astrusa come quella della finanza. Sotto l’amministrazione Clinton, ricordiamo, è stata eliminata la differenza fra banca commerciale e 
banca di investimento con il Gramm–Leach–Bliley Act.
 
Ciò che è mancato in questi ultimi anni è stata proprio la presenza di uno stato super-partes e garante delle regole del gioco, in grado di ribilanciare eventuali squilibri. Il modello di stato smithiano non era interventista-dirigista ma prevedeva l’esistenza di uno stato garante della giustizia (non in senso redistributivo, lo stato deve monitorare il rispetto delle regole) e dell’educazione. Lo Stato attuale non è più garante delle regole ma sta contribuendo a rinforzare 
certi squilibri nati dalla sua assenza regolatrice nella finanza: è diventato il salva-banche, negli Stati 
Uniti come in Europa. 
 
E l’intenzione del governo statunitense è quella di continuare a liberalizzare i mercati, ad abbattere le barriere. Peccato che il libero scambio produca sì circolazione di beni, non tanto diffusione del benessere: accordi di libero scambio come il NAFTA fra Stati Uniti e Messico hanno avuto effetti negativi in termini di diminuzione dei salari per i lavoratori statunitensi nonché una tragedia umanitaria per chi cerca di fuggire dal Messico, non riuscendo più a competere in questo mercato  liberalizzato — per i beni ma non per le persone. Effetti analoghi si prevedono per il Trans-Pacific Partnership e il Transatlantic Trade and Investment Partnership. In particolare nel caso  dell’accordo di libero scambio fra Stati Uniti ed Europa, fra i quali le tariffe doganali sono già  molto basse, viene da chiedersi a chi giova questo accordo e che cosa sia davvero in gioco.  

Quel tipo di cooperazione di cui parla Smith non ha senso di essere oggi, tempi in cui non solo i benefici del lavoro non vengono distribuiti fra tutti ma in cui vi sono enormi disuguaglianze di  reddito. Nel rapporto dell’Oxfam “Working for the Few. Political Capture and Economic Inequality” viene sottolineato che “the extreme levels of wealth concentration occurring today threaten to exclude hundreds of millions of people from realizing the benefits of their talents and 
hard work”. Ovvio che se la ricchezza è nelle mani di pochi, i più sono esclusi dal benessere: l’amministratore delegato di Goldman Sachs ha uno stipendio di 26 milioni di dollari, mille volte  più alto di un suo dipendente il cui reddito ammonta a circa 24.100 dollari! 
 
In tutto questo l’amministrazione di Obama si è mostrata in passato molto generosa verso questa classe di super-ricchi, prorogando nel 2010 delle misure già varate da Bush, che prevedevano sgravi fiscali a favore delle classi più ricche. In vero stile repubblicano. L’idea alla base del modello economico di Smith presupponeva che tutti potessero beneficiare dei frutti del commercio perché nella libertà individuale si vedeva una risorsa preziosa grazie alla quale l’individuo avrebbe contribuito al miglioramento e al progresso della società nel suo insieme. Oggi, invece, per dirla con le parole di Chomsky “se il fine è massimizzare il profitto e il consumo, allora la collaborazione è un’idea sbagliata”.

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