South Stream cambia direzione. La Russia non può essere scacciata dal mercato dell’energia
Non c’è alternativa al gas russo in Europa, almeno nel prossimo futuro
In poche parole, la domanda interna non basta mentre Israele si barcamena cercando di esportare il suo gas. Il governo israeliano ha deciso di cogliere l’opportunità e sottrarre la tradizionale quota russa del mercato mentre il South Stream incontra difficoltà e le tensioni con la Russia sono alte.
Il progetto è un elemento chiave del piano per cambiare il vettore delle forniture di gas dell’Europa da est (direzione latitudinale) a sud (direzione meridionale e mediorientale). Le forniture di gas israeliano dovevano essere seguite da quelle da Qatar e altri Paesi del Golfo Persico. Il 4-5 dicembre Federica Guidi, ministra dello Sviluppo Economico italiana, ha presentato ai suoi colleghi europei il progetto. Il recente accordo raggiunto dal leader russo con il presidente turco Erdogan ad Ankara è un duro colpo a tali piani.
In un primo momento Israele ha cercato di raggiungere un’intesa con la Turchia sulla costruzione di un gasdotto sul suo territorio, come via migliore per fornire gas all’Europa al costo più basso.
I piani prevedono la posa di una conduttura di 1500 km a 3000 metri di profondità al costo stimato di 15 miliardi di dollari. Come dimostrano i fatti, normalmente il costo finale supera di 2-3 volte le spese inizialmente previste. Se attuato, sarebbe il più lungo gasdotto sottomarino al mondo con una capacità limitata di 10 miliardi di metri cubi l’anno, e non potrebbe competere con i 63 miliardi di metri cubi del South Stream. Il progetto è destinato a non essere redditizio. I problemi ecologici, economici e tecnici menzionati dagli europei riguardo il South Stream non scompariranno. Al contrario, diverranno molto più complicati. Infine, la Turchia ha rifiutato di permettere all’oleodotto d’Israele di attraversare il suo territorio e non ha interesse in una rotta sulle sue acque. Ankara può fermare il progetto. L’accordo Putin-Erdogan per la costruzione del gasdotto da 63 miliardi di cubi metri fino al confine greco rende inutile il progetto israeliano.
L’accordo Russia – Turchia è anche fattibile perché non vi è alcuna possibilità che il gas del Qatar arrivi in Europa attraverso la Siria. In primo luogo, nonostante tutti i tentativi per rovesciarlo, compreso il sostegno turco alle forze antigovernative in Siria, il regime di Bashar Assad ha dimostrato la sua resistenza. In secondo luogo, se rimosso, c’è scarsa possibilità che le forze fedeli ad Ankara arrivino al potere. Al contrario, vi è la grave probabilità che la Turchia faccia i conti con gli islamisti ostili ad Ankara. Con la prospettiva delle forniture di gas dal Golfo Persico svanita, la Turchia inevitabilmente perderà interesse a cambiare il potere in Siria. È un’altra implicazione dell’accordo Putin-Erdogan. L’Unione europea resta esclusa per i suoi dispetti volti ad ostacolare South Stream, rendendo possibile a Mosca introdurre drastici cambiamenti nella politica dell’esportazione del gas (aggiungendo alle direzioni latitudini e meridiani).
Le tanto chiacchierate forniture di costoso gas di scisto degli Stati Uniti all’Europa sono andate in fumo per i costi elevati. Non c’è alternativa al gas russo in Europa, almeno nel prossimo futuro.
L’accordo raggiunto ad Ankara elimina il South Stream? È vero, il progetto nella sua forma precedente è cosa passata. La Russia potrebbe ritornarvi, ma solo alle sue condizioni e al momento giusto per concentrarsi di nuovo sul progetto. Molti esperti ritengono che il corridoio debba arrivare al confine con la Grecia. L’Unione europea ha fatto del suo meglio per ostacolare il South Stream e così ora dovrà assumersene l’onere finanziario. Se Bruxelles vuole ottimizzare la spesa secondo i desideri dei Paesi membri interessati, dovrà far passare il gas nel corridoio precedentemente programmato in Grecia, Macedonia Serbia, Ungheria e Austria. Alcune iniziative sono già state prese per avviare la costruzione. Si può allungare la rotta, ma non richiederà ulteriori spese in caso di costruzione della pipeline sottomarina.
L’unico Paese ad esserne escluso sarà la Bulgaria che non ha preso una decisione autonoma e non ha potuto resistere alla pressione nel respingere il South Stream. Con la sua economia in stasi, la Bulgaria subirà molte più perdite: 3 miliardi di euro in investimenti e profitti dai diritti di transito (450 milioni di euro all’anno), che vanno ai vicini rafforzandoli quali rivali regionali dei bulgari. Non è la prima volta che la leadership del Paese, una volta amico della Russia, adotta tali misure. Tra i membri dell’Unione Europea la Bulgaria è la più vulnerabile a un’altra “primavera”, tanto più che tale stagione arriva presto in questo Paese.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora


