Standard and Poor’s: se la Gran Bretagna lascia l’UE, la declassiamo
Il "libero mercato" inizia a condizionare il referendum sulla permanenza degli inglesi nell’Unione
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Nonostante nel Regno Unito siano in aumento coloro che intendono votare a favore dell’uscita del Paese dall’Unione Europea, i mercati iniziano a lanciare avvertimenti. Il referendum per la cosiddetta “Brexit” si terrà nel “lontano” 2017, ma con largo anticipo, venerdì scorso, un segnale è venuto dall’agenzia di rating americana Standard and Poor's (S&P) che ha reso noto: se Londra lascerà l’UE, perderà rating AAA. L’ipotesi di declassamento è stata riferita all’agenzia Reuters da Moitz Kraemer, capo dell'ufficio che si occupa proprio del rating dei crediti degli Stati, che ha lasciato intendere come il rischio per il Regno Unito sia non solo di perdere il rating tripla A (il livello di affidabilità massima concesso dalle agenzie e che S&P ha dato ininterrottamente al Regno Unito dal 1978) ma anche di scendere al livello AA. Anche Moody's e Fitch, tra le principali agenzie di rating che nel 2013 avevano già declassato a doppia A il rating britannico, hanno confermato nei recenti outlook che in caso di uscita dall’UE per il Regno Unito lo spettro di un ulteriore declassamento sarebbe a quel punto dietro l’angolo.
Sempre nei giorni scorsi l’istituto di ricerca britannico Ipsos Mori ha pubblicato l’andamento dell’opinione pubblica britannica nei confronti di Bruxelles dal 1977 a oggi: da giugno a settembre 2015 i favorevoli a un'uscita dall’UE sono in forte aumento, sebbene ancora non in maggioranza. “Se uscissimo dall’Unione, subiremmo le regole del mercato comunitario senza poterle decidere”, ha commentato il premier conservatore David Cameron, notoriamente a favore della permanente del Regno Unito nell’UE.
Se la Gran Bretagna dovesse uscire dall’Unione Europea dovrebbe stringere nuovi accordi commerciali con Bruxelles, scrive Linkiesta, e potrebbe, hanno ipotizzato le testate britanniche la scorsa settimana, ispirarsi al modello norvegese, a quello svizzero o a quello turco. Oppure crearne uno su misura per Londra, come vorrebbe Niegel Farage dell’Ukip.
Nel caso si ispirasse a Oslo, la Gran Bretagna resterebbe parte dell’Area Economica Europea, parteciperebbe al mercato unico (con esclusione di alcuni servizi finanziari) ma otterrebbe maggiori libertà nelle leggi su agricoltura, pesca, giustizia e affari interni. La libertà di circolazione di beni e persone resterebbe intatta. Come la Norvegia, dovrebbe subire le regole del mercato stabilite a Bruxelles senza però poter partecipare ai tavoli dove tali regole si stabiliscono. Se la libertà di circolazione verrà messa in discussione, ancora non è chiaro.
Se seguisse un modello svizzero, concorderebbe accordi commerciali settore per settore. Ma la libertà di circolazione di cittadini comunitari non sarebbe scontata. Andrebbe anch'essa negoziata come ha fatto la Svizzera. Sempre secondo Linkiesta, l’Inghilterra potrebbe infine prendere in considerazione un’unione doganale sul modello turco, che prevede il libero mercato dei beni prodotti ma non dei servizi finanziari. Il patto non prevede la libera circolazione di persone. I negoziati per favorire la circolazione di cittadini turchi in Europa sono iniziati nel 2013. Il 16 ottobre 2015 è stata firmata una bozza tra Ankara e Bruxelles che concede la liberalizzazione dei visti per i turchi in cambio di una limitazione dei flussi migratori verso l'Europa. Anche in questo caso non sarebbe chiaro se la libera circolazione dei cittadini UE rimarrebbe intatta oppure no.


