"Stiamo distruggendo l’uomo, oltre che il pianeta". La denuncia di Naomi Klein da The Nation

"La nostra è una economia di fantasmi. Per sopravvivere abbiamo bisogno di cambiare i vecchi modelli di comportamento”

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"Stiamo distruggendo l’uomo, oltre che il pianeta". La denuncia di Naomi Klein da The Nation

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di Maria Murone

Per la giornalista canadese Naomi Klein la crisi climatica richiede non solo una nuova visione dell’economia, ma un nuovo modo di pensare basato sulla giustizia sociale e la sostenibilità.“Quando ho pubblicato No Logo un decennio e mezzo fa,  i lettori rimasero sconvolti nell’apprendere che i loro vestiti e gadget erano stati prodotti in condizioni illegali. Ma abbiamo imparato a convivere con questa triste verità, non ad approvarla, naturalmente, ma abbiamo costantemente dimenticato. La nostra è una economia di fantasmi, di cecità intenzionale”.
 
In un articolo su The Nation, dal titolo “The change within: the obstacles we face are not just external”, l’autrice di “Shock economy” affronta il problema del cambiamento climatico, soffermandosi sul disadattamento della specie animale e anche umana. Secondo la Klein anche noi stiamo soffrendo terribilmente sia pure per via del contesto storico-culturale, più che biologico. Stiamo distruggendo l’uomo, oltre che il pianeta.
 
Così come abbiamo fatto in passato, per sopravvivere abbiamo bisogno di cambiare i vecchi modelli di comportamento. “Tutto è scaturito in un momento storico in cui le condizioni politiche e sociali erano ostili a un problema di tale natura e portata. Quel momento era la fine degli anni '80, quando iniziò la crociata che diffuse il capitalismo deregolamentato in tutto il mondo. Il cambiamento climatico è un problema collettivo che richiede un’azione collettiva. Un’azione che l'umanità non ha mai effettivamente compiuto. Ciò ha significato che al potere delle multinazionali non abbiamo contrapposto la possibilità di esercitare un controllo senza precedenti sul loro comportamento al fine di proteggere la vita sulla terra. Con le conseguenze che siamo governati da una classe di politici che sa soltanto impoverire le istituzioni pubbliche, proprio nel momento in cui esse hanno maggiore bisogno di essere fortificate e ripensate”.
 
Secondo la Klein il tempo ci sfugge di mano, noi stessi siamo sfuggenti e la nostra attenzione è frammentata. Il cambiamento climatico è lento, e noi siamo veloci. “La nostra cultura è come un treno che sfreccia in avanti  in velocità come la vita sui nostri smartphone e tablet. Il clima che cambia è come il paesaggio fuori dalla finestra. Ci appare statico ma in realtà è in movimento e se non lo controlliamo rischia di accelerare il passo al punto che riuscirà poi a catturare la nostra attenzione, come succede quando avvengono fenomeni di grosse proporzioni quali le isole cancellate dalla carta geografica e i cicloni nei quali le città annegano. Siamo sopraffatti dal mercato e dal trionfalismo tecnologico, che ci impediscono di  avere gli strumenti di osservazione necessari per convincerci che il cambiamento climatico è reale e ci trattengono dal credere che un modo diverso di vivere è possibile. C’è poco da stupirsi: proprio quando avevamo bisogno di consumare meno, il consumismo ha assunto praticamente ogni aspetto della nostra vita; proprio quando avevamo bisogno di rallentare e prendere coscienza, abbiamo accelerato; e proprio quando avevamo bisogno di orizzonti temporali più lunghi, abbiamo visto solo il presente immediato” . 


 
Ma il problema non è solo che ci stiamo muovendo troppo in fretta.
 
Secondo l’attivista canadese abbiamo perso l’attaccamento alla terra, la conoscenza profonda dei luoghi, la connessione al locale, che ci veniva trasmessa come qualcosa di sacro da una generazione a quella successiva. Ci siamo scollati dai luoghi fisici e i cambiamenti del mondo ci passano tranquillamente accanto e non ce ne rendiamo conto.  
 
“Non si tratta di giudicare, né di rimproverare noi stessi per la nostra superficialità o per la mancanza di radici. Piuttosto, si tratta di riconoscere che noi siamo i prodotti di un progetto industriale storicamente legato ai combustibili fossili.  Al riparo dalle intemperie, nelle nostre case, nei luoghi di lavoro e nelle auto, potremmo perciò non avere idea che una siccità storica stia distruggendo i raccolti nelle fattorie intorno a noi, dal momento che i supermercati ci mostrano ancora le montagne di prodotti importati, con altri in arrivo nei camion”.
 
Solo qualcosa di devastante, come un uragano o un’alluvione che distrugge migliaia di case, potrebbe scuoterci e renderci consapevoli della gravità. Ma poi anche quello ci passerà davanti e lo dimenticheremo.
 
“L’inquinamento del clima è invisibile, e abbiamo smesso di credere in ciò che non possiamo vedere. Nel disastro ambientale del pozzo di Macondo di British Petroleum nel 2010,  che rilasciò flussi di petrolio nel Golfo del Messico, una delle cose che abbiamo sentito dal CEO della società Tony Hayward è stata che «il Golfo del Messico è un grande oceano. La quantità di volume di petrolio che si disperde in esso è piccola in rapporto al volume totale dell'acqua». Hayward stava semplicemente esprimendo una delle credenze più care della nostra cultura: ciò che non possiamo percepire, non ci farà male e anzi, a malapena ne avvertiamo l’esistenza”.


 
L'atmosfera era, una volta, " la dimensione più misteriosa e sacra della vita”, come diceva il filosofo David Abram. Cosa è successo dopo? Secondo la Klein l’abbiamo abbandonata e l’abbiamo trasformata in una fogna, “il sito della discarica ideale degli indesiderati sottoprodotti delle nostre industrie… Anche il più opaco, fumo acre si sarà dissipato e dissolverà nell'invisibile. È andato. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore".
 
“Il problema non è la "natura umana ", come ci viene spesso detto. Noi non siamo nati per acquistare molto, come dimostra il fatto che in passato siamo stati  in molti casi più felici consumando molto meno. Il problema è il ruolo ingigantito che il consumo è venuto a giocare in particolare nella nostra epoca. Il neo capitalismo ci insegna a pensare noi stessi attraverso le nostre scelte di consumo: lo shopping dà quindi forma alle nostre identità ed è il modo in cui esprimiamo noi stessi”.
 
Dopo aver ascoltato il grande poeta-contadino Wendell Berry dare una lezione su come ognuno di noi ha il dovere di amare il "posto in cui vive" più di ogni altro, gli ho chiesto se avesse qualche consiglio per le persone senza radici come me e i miei amici, che viviamo nei nostri computer. «Fermati da qualche parte», ha replicato lui. «E inizia un lungo processo millenario di conoscenza del posto in cui vivi».
 
“Quello è un buon consiglio per una serie di ragioni. Perché per metterci nelle condizioni di vincere questa battaglia del nostro vivere, tutti noi abbiamo bisogno di un posto dove mettere radici”.

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