Stretto di Hormuz chiuso, l’allarme IEA: “Mercato del petrolio in zona rossa entro l’estate”

Il direttore esecutivo Fatih Birol avverte: le scorte strategiche si stanno esaurendo e l’estate farà impennare la domanda. Solo la riapertura dello Stretto può offrire una soluzione duratura

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Stretto di Hormuz chiuso, l’allarme IEA: “Mercato del petrolio in zona rossa entro l’estate”

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La guerra della coalizione Epstein (USA-Israele) contro l'Iran rischia di far precipitare il mercato globale del petrolio in una “zona rossa” critica già tra fine giugno e luglio. A lanciare l’allarme è l’Agenzia Internazionale dell’Energia, che punta il dito contro la chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta delle aggressioni in corso.

In un intervento alla Chatham House di Londra, il direttore esecutivo Fatih Birol è stato chiaro: l’unica vera soluzione è riaprire quel passaggio strategico.

Il pericolo, ha spiegato Birol, arriva proprio mentre negli Stati Uniti e in Europa prende il via la stagione dei viaggi estivi, con un conseguente balzo della domanda di greggio. Il problema è che le forniture dal Golfo Persico - che prima del conflitto garantivano un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale - sono state quasi completamente interrotte. Se la situazione non migliorerà rapidamente, ha avvertito il numero uno dell’IEA, il mercato potrebbe entrare nella fascia rossa già a luglio o agosto.

Le riserve strategiche dei vari paesi, nel frattempo, si stanno esaurendo a un ritmo allarmante. Secondo Birol, nemmeno il surplus accumulato prima della guerra, né il maxi?rilascio coordinato di 400 milioni di barili da parte dell’Agenzia - il più grande della storia - né il ricorso alle scorte commerciali riescono a tamponare la crisi. Attualmente l’IEA immette ogni giorno sul mercato tra 2,5 e 3 milioni di barili dai propri stock, ma si tratta solo di una soluzione tampone. Quella duratura, ha ribadito Birol, può arrivare soltanto dalla riapertura dello Stretto di Hormuz.

Il quadro è reso ancora più complicato dai tempi lunghi necessari per ripristinare produzione e raffinazione in Medio Oriente. Ogni paese avrà i suoi ritmi di recupero, ma intanto i mercati energetici resteranno sotto pressione. La preoccupazione maggiore, ha confessato il direttore, è per l’Iraq: le entrate petrolifere in caduta libera stanno mettendo a dura prova le finanze del paese, e la mancanza di capacità di stoccaggio ha già costretto Baghdad a chiudere giacimenti che potrebbero risultare difficili da riavviare.

Sul fronte dei prezzi, giovedì il Brent viaggiava attorno ai 108 dollari al barile. È un dato inferiore ai picchi di 126 dollari toccati durante le fasi più acute del conflitto, ma resta comunque molto lontano dai 70 dollari pre?guerra. Chi potrebbe riprendersi più in fretta, secondo Birol, sono Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, grazie a tecnologie avanzate e disponibilità finanziarie. Per tutti gli altri, però, la “zona rossa” si avvicina pericolosamente.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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