Sugli "inesistenti progressi militari russi": la propaganda liberal-atlantista vs la realtà dei numeri

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Sugli "inesistenti progressi militari russi": la propaganda liberal-atlantista vs la realtà dei numeri

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

5 luglio. Per lo scorno dei torquemadisti de Linkiesta, espressione squadristica del liberalismo pannelliano che, genuflesso all'altare del nazigolpismo di Kiev, parla di «inesistenti progressi militari russi nella guerra di “trincea”», dall'inizio dell'anno sono passati sotto controllo russo 133 insediamenti in Donbass, dai piccoli villaggi alle grandi città, con oltre 3.000 chilometri quadrati di territorio, di cui 636 kmq nel solo mese di giugno. E, proprio negli ultimi giorni, le forze russe – non «l'armata rossa» di cui, per usare le sue stesse parole «senza avere la più pallida idea né della situazione reale sul campo», blatera ottusamente il signor Christian Rocca – hanno messo la parola fine alla piazzaforte ukro-golpista di Konstantinovka, la cui caduta, secondo gli analisti militari, potrebbe rappresentare un punto di svolta nell'operazione militare speciale, come prima, importantissima tappa nella conquista della roccaforte ucraina di Slavjansk-Kramatorsk. Come dice l'esperto militare russo Valerij Širjaev, la propaganda di Zelenskij assicura che l'offensiva russa sia stata fermata, mentre alla fine di giugno le truppe russe hanno intensificato le operazioni e all'inizio di luglio hanno ripreso l'avanzata, prendendo possesso di molti insediamenti, principalmente in Donbass e nella parte meridionale del fronte, ma con puntate anche nella regione di Khar'kov: Ukrainskoe, Piskunovka, Malinovka, Novoskelevatoe, Pisantsy, Bogodarovka, Rovnoe, Lesnoe, Kopani, Novoselovka. «Proprio come a Kupjansk, è in corso la graduale presa di controllo di Liman», afferma Širjaev, come riportato da PolitNavigator. Più a sud, da Minkovka verso Kramatorsk, le truppe hanno attraversato un canale asciutto per entrare a Severskij Donets-Donbass, da sempre considerato un confine ben fortificato.

Al di là delle operazioni militari di per sé, è significativo che la presa di Konstantinovka, dopo combattimenti che andavano avanti dallo scorso autunno, sia avvenuta alla vigilia del vertice NATO del 7-8 luglio a Ankara, in cui Zelenskij si stava di nuovo preparando a parlare di "vittorie" ucraine, come aveva fatto al G7 a Evian. In questo senso, scrive Moskovskij Komsomolets, le forze russe hanno apportato modifiche sostanziali all'agenda del vertice NATO e ai piani di guerra con la Russia: sarà difficile per il nazigolpista-capo convincere gli sponsor occidentali che le forze ucraine abbiano qualche possibilità di successo. A parte, aggiungiamo noi, la narrativa confezionata dalle redazioni guerrafondaie euro-atlantiste.

È così che, ancora su Moskovskij Komsomolets, il politologo e veterano Artur Karimov prevede che a Ankara l'Alleanza si vedrà costretta a intensificare le pressioni su Moskva, a rattoppare le falle del proprio complesso militare-industriale e a convincere gli scettici che il continuo flusso di aiuti all'Ucraina non dissesterà le economie dei paesi NATO, pur con un nuovo pacchetto di armi per Kiev. È improbabile che, nonostante le dinamiche sul campo sfavorevoli a Kiev, l'Alleanza sia pronta a revocare ufficialmente il divieto di utilizzare le proprie armi per attacchi in profondità nel territorio russo; l'Occidente, dice Karimov, comprende che siamo già in una fase di transizione verso una fase qualitativamente nuova del conflitto, così che, pubblicamente, dichiara il proprio sostegno a Kiev, ma è riluttante ad assumersi i rischi diretti di un'escalation.

Per quanto riguarda il tema dell'adesione ucraina alla NATO, questa verrà probabilmente ancora rinviata, continuando col sistema delle “garanzie di sicurezza bilaterali”, finanziamenti, addestramento, armi, intelligence. È anche verosimile che l’Occidente ridurrà il volume della logistica militare; in Occidente, afferma Karimov, sono molto pragmatici: se vedono che i loro investimenti non producono l'effetto strategico previsto, la logica cambierà da "vittoria dell'Ucraina" a "congelamento controllato del conflitto". E questo è già evidente nella retorica generale: l'enfasi si sta spostando sempre più dal ribaltare le sorti del conflitto, al contenimento.

Come scrive Irina Alksnis su RIA Novosti, per la Russia «nulla è impossibile in una situazione di sfida fatale, quando è in gioco la sua stessa esistenza. La storia ha ripetutamente dimostrato che in politica non c'è modo più sicuro di rompersi il collo che creare una minaccia esistenziale per la Russia». In questo senso, appare simbolico che la presa di Konstintinovka sia avvenuta in un momento in cui ai successi delle forze russe sul campo si contrappongono sfide e minacce dietro le linee, dagli attacchi dei droni, alla carenza di carburante. A Kiev e a Bruxelles, osserva Alksnis, si sperava seriamente che questo avrebbe costretto la Russia alla ritirata, provocato la ribellione della nostra società e fatto vacillare il governo. Citando ancora una volta Clausewitz, ci permettiamo di aggiungere che, di nuovo, vale l'osservazione fatta dall'autore di “Della guerra” a proposito dell'invasione francese del 1812, secondo cui la Russia non cadde perché «il potere si dimostrò solido e il popolo fedele e saldo». Un contesto che si ripetè ancora nel 1941, allorché, come ebbe in seguito a dire il generale tedesco Hermann Hoth, i nazisti facevano conto non tanto sulle divisioni corazzate, quanto su una rivolta dei russi contro il potere bolscevico.

Ora, dopo la presa di Konstintinovka, Vladimir Putin ha parlato della necessità analizzare il coinvolgimento di coloro che hanno istigato il conflitto ucraina, e i risultati di quell'analisi, secondo il presidente, richiederanno «decisioni responsabili». Parole dopo le quali, scrive Alksnis, molte persone, non solo a Kiev, ma anche più a ovest, dovrebbero iniziare a preoccuparsi.

E se i media di casa continuano a esaltare i “successi” degli attacchi di droni ucraini a centinaia di chilometri oltre il confine, ecco che, davvero, da Moskva giungono avvertimenti sulle conseguenze del coinvolgimento europeo nel conflitto, mentre il capo di SM russo Valerij Gherasimov ricorda i cinque massicci attacchi russi, solo nell'ultimo mese, contro oltre cinquanta fabbriche e impianti militari ucraini per la produzione di missili “Flamingo”, droni a lungo e medio raggio “Stalker”, sistemi robotici e di guerra elettronica.

Per parte sua, Vladimir Putin ha parlato del notevole ampliamento, negli ultimi mesi, delle cosiddette zone di sicurezza nelle aree russe confinanti con l'Ucraina, evidenziando l'importanza della presa di Konstantinovka per l'avanzata sulla direttrice Slaviansk-Kramatorsk. Ma, soprattutto, Putin, rivolto inequivocabilmente a Kiev e alle cancellerie europee, ha sottolineato che Moskva non intende dimenticare gli attacchi dei droni ucraini: quanti più tentativi farà il nemico per effettuare attacchi di questo tipo, ha detto, tanto più ampia sarà la zona di sicurezza che dovremo creare nel territorio adiacente. In altre parole: più attacchi ci saranno, meno rimarrà dell'Ucraina.

Certo, ha detto ancora Putin, non è scontato che ciò fermi gli europei, pronti a sacrificare un paese di cui non hanno assolutamente bisogno nella UE; ma la piazzaforte per agire contro la Russia si sta riducendo di giorno in giorno. In maniera niente affatto “ermetica”, Putin ha ricordato come, al vertice G7 a Evian, i leader occidentali abbiano applaudito all'uso, a loro dire “innovativo", dei droni contro la Russia, che hanno colpito autobus civili, università e bambini e ha dunque chiesto un esame approfondito del coinvolgimento europeo, sempre più sfrontato.

Che poi i torquemadisti confessionali de Linkiesta lacrimino su un improbabile consiglio rivolto da qualche presunto “putiniano” italico «agli ucraini a ritirarsi dalle trincee del Donetsk che i russi non riescono a conquistare con le armi» e che ciò «significherebbe la caduta della linea di difesa ucraina delle grandi città e la fine dell’Ucraina libera e indipendente, con tanti auguri al resto dell’Europa», dimostra soltanto come gli incensati “valori liberali” delle capitali europee non siano altro che un eucaristico inchino al nazigolpismo, considerato “vallo europeo” a difesa dalle “autocratiche orde asiatiche”.

Un “vallo europeo” cui porta il proprio contributo anche il signor Paolo Valentino che, sul Corriere della Sera del 5 luglio, si industria a “smascherare” una presunta «gaffe dello zar», impegnato, dice, a diffondere una «propaganda della confusione». Dunque, racconta il signor Valentino, «lo Zar si è inventato una località per raccontare l’ennesima bugia» a proposito di combattimenti attorno al villaggio di Rubtsy, lungo il fiume Oskol, che Putin, in effetti, ha nominato inavvedutamente come “Staryj Oskol”. Un qui pro quo toponomastico, quello del presidente russo, riportato come “notizia sensazionale” diversi giorni fa dalla maggior parte dei media ukro-nazisti e su cui si è avventata la pronta “reazione antizarista” dei cosiddetti “esperti di cose russe” di casa nostra. Dunque, afferma l'articolista, Putin ha parlato di Staryj Oskol, che è però una cittadina nella regione russa di Belgorod, insieme a Novyj Oskol, pochi chilometri più a sud: entrambe, come dice il nome stesso, attestate lungo il corso di quel fiume che, partendo dalla regione russa, scorre poi nella regione ucraina di Khar'kov e questo, afferma il signor Valentino, «rende la dichiarazione ancora più confusa». Come mai? Ma è ovvio: la bibbia venerata dalle redazioni italiche, vale a dire l’ISW (Institute for the Study of War), certifica che non ci sia «alcuna indicazione che le forze russe stiano per circondare unità ucraine nell’area di Khar'kov, tantomeno che si stiano avvicinando al fiume Oskol». Dunque, Putin, parlando di forze ucraine accerchiate nell'area del villaggio di Rubtsy, sul fiume Oskol, non avrebbe semplicemente confuso due nomi, ma sarebbe passato dalla «propaganda tradizionale [a] quella che lo storico Ian Garner definisce la “slopaganda”, cioè una valanga di racconti contraddittori, approssimativi o falsi che alla fine si ipostatizzano». Chiaro, no? Si apre il “vangelo” e si apprende che “l'Ucraina vince su tutti i fronti”, mentre “la Russia è allo sfascio” ed è appunto per questo che Putin si vede costretto ad affidarsi a «una narrazione che sostituisce e supera il reale con conseguenze mortali. Anche perché forse il primo a crederci è proprio lui, chiuso nella bolla del Cremlino e convinto che la vittoria sia a un passo».

Per parte nostra, non vorremmo peccare di presunzione nel suggerire al redattore del Corriere della Sera di scegliere con maggior cautela le proprie fonti, con un ISW, come specificato da Responsible Statecraft, lautamente sponsorizzato da colossi della guerra come General Dynamics, Raytheon, vari appaltatori della difesa USA, come General Motors e coi signori Kimberly e Frederick Kagan che intrattengono stretti legami col Dipartimento della difesa. Se il signor Valentino volesse dare un'occhiata alla mappa dell'area in cui il fiume Oskol scorre in territorio ucraino, vedrebbe che nella zona attorno agli insediamenti di Kupjansk e Volchansk, proprio nella regione di Khar'kov, anche nel mese di luglio, ad esempio, le forze russe sono avanzate, così come in direzione di Liptsev, Izjum, Balaklei e, per l'appunto, del fiume Oskol. Ancora nella regione di Khar'kov, a dispetto delle certificazioni del ISW, le forze russe hanno inflitto perdite a varie brigate di fanteria di marina ucraine nelle aree di Maleevka, Izjumskoe, Cervonyj Stav. Questo, per limitarci all'essenziale, lasciando alle novelle dei media ukro-nazisti e dei loro laudatori in terra italica il trastullo dei “sensazionali” fraintendimenti toponomastici putiniani.

Questo è quanto, gentili signori apologeti di «una narrazione che sostituisce e supera il reale» affidandosi alle veline del Dipartimento di stato.

 

 

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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