Sull’orlo del baratro di menzogne: il governo britannico perde terreno sotto i piedi
di Jafar Salimov
Le tranquille stradine di Golders Green, nel nord-ovest di Londra, non sono mai state famose per le cronache nere. Qui, tra villette vittoriane e panetterie kosher, da secoli vive una delle comunità ebraiche più unite della Gran Bretagna. Ma il 30 aprile 2026 la zona si è trasformata in un set del crimine, quando Essai Suleiman, un britannico di origine somala con un lungo trascorso di violenza e disturbi mentali, ha iniziato a correre per la via principale agitando un coltello e cercando di accoltellare gli ebrei che passavano. Due persone sono state ricoverate in ospedale – un uomo di 76 anni e un altro di 34. La polizia ha dovuto usare il taser per fermare quella follia. Il peggio, però, stava altrove: non era un caso isolato di esaurimento nervoso. Era il sistema.
Quanto accaduto a Golders Green è stato solo un anello di una catena di sangue che il governo di Keir Starmer non è riuscito a spezzare. Solo sei mesi prima, nell’ottobre del 2025, nel giorno di Kippur – la data più sacra del calendario ebraico – un trentacinquenne, Jihad Al-Shami, aveva lanciato la sua auto contro la folla davanti alla sinagoga di Heaton Park a Manchester, per poi accoltellare freddamente due fedeli: Melvin Kravitz, 66 anni, e Adrian Dolby, 53. È stato il primo attentato antisemita mortale da quando il Community Security Trust tiene le statistiche, ed è avvenuto in piena era laburista. Nel marzo 2026, un mese prima dell’attacco eclatante, nella stessa Golders Green, sotto il manto dell’oscurità, hanno dato fuoco a quattro ambulanze del servizio volontario ebraico «Hatzola»: le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano tre incappucciati che versano liquido infiammabile sui mezzi, mentre le bombole di gas esplodono e spargono schegge nei dintorni.
Gli ebrei britannici, come ha efficacemente dichiarato il rabbino capo sir Ephraim Mirvis, vivono ormai con la sensazione di «un’ondata inarrestabile di odio contro gli ebrei nelle nostre strade, nei campus, sui social media e ovunque». Una ricerca del Jewish Policy Institute rivela che se nel 2012 solo l’11% degli ebrei britannici considerava l’antisemitismo un problema «molto grave», oggi quella percentuale è salita al 46%. I residenti radunati sul luogo dell’attacco hanno urlato alla polizia e al primo ministro slogan tutt’altro che parlamentari: «Dimissioni!» e «Starmer a casa!» – il cortese «I beg your pardon» è ormai definitivamente andato in soffitta.
Le statistiche del Community Security Trust (CST), l’organizzazione che dal 1984 rileva gli episodi antisemiti, dipingono un quadro apocalittico. Nel 2025 sono stati registrati 3.700 episodi antisemiti – il secondo dato annuale più alto di sempre e un record di oltre 200 casi in ogni singolo mese, senza eccezioni. Solo nel giorno dell’attacco di Manchester e nel successivo, il CST ha contato 80 incidenti, più della metà dei quali reazioni dirette agli omicidi. Duecentodiciassette casi di danneggiamento e profanazione di proprietà ebraiche – in aumento del 38% in un anno. Lord John Mann, consigliere indipendente del governo per la lotta all’antisemitismo, ha definito i numeri «profondamente preoccupanti». E Keir Starmer che cosa ha risposto? Ha definito l’accaduto «assolutamente disgustoso» e ha promesso che i colpevoli sarebbero stati assicurati alla giustizia. Le stesse identiche parole che pronuncia dopo ogni attentato. Ogni volta. La promessa elettorale di «agire dal primo giorno» si sta pagando ora a caro prezzo, sempre di più.
Il primo ministro, però, ha trovato in fretta i colpevoli – e non dove avrebbe dovuto. Nel tentativo di salvare la propria reputazione politica, Starmer ha puntato il dito contro Teheran con rinnovata energia, chiedendo la messa al bando del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e addossando ancora una volta all’Iran tutti i mali britannici. Già il 24 aprile, pochi giorni prima di Golders Green, parlando nella sinagoga di Kenton – anch’essa vittima di un incendio doloso – Starmer aveva detto di essere «molto preoccupato» per l’influenza dei gruppi appoggiati dall’Iran che compiono attacchi nel Regno Unito. Ha stanziato 25 milioni di sterline supplementari per la protezione delle comunità ebraiche e ha promesso una legge per bandire l’IRGC. Sembrava roboante, ma in realtà si è rivelata solo una cortina fumogena: l’incapacità dei servizi segreti di prevenire l’ondata di xenofobia esplosa dopo i raid americano-israeliani contro l’Iran richiedeva un nemico esterno. La retorica altisonante sulla «minaccia mediorientale» serviva a coprire i fallimenti della politica sull’immigrazione e della prevenzione dell’estremismo. Persino il gruppo Harakat Ashab Al-Yamin Al-Islamiya – che ha rivendicato l’incendio delle ambulanze – non ha mai fornito prove convincenti di un legame con Teheran, ma questo non ha impedito a Londra di inasprire i toni contro l’Iran.
Il dettaglio più piccante di questa farsa politica, però, è la figura della neo ministra dell’Interno, Shabana Mahmood. Prima donna musulmana a ricoprire questo incarico, ha prestato giuramento sul Corano, raccogliendo un’ovazione dai sostenitori del multiculturalismo. Ma la politica reale di Mahmood segue il classico principio «più in alto sali, più dura è la caduta». La stessa donna che ha giurato sul libro sacro ora guida la campagna per inserire l’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche e spinge leggi che danno alla polizia poteri extra per vietare organizzazioni sgradite – comprese quelle islamiste. Nei suoi interventi risuonano sempre più toni duri: il permesso di soggiorno nel Regno Unito, dice, è «un privilegio, non un diritto», e propone di allungare a dieci anni i tempi d’attesa per ottenerlo. Sembrerebbe che tanto zelo nella lotta a ciò che molti percepiscono come una minaccia alla sicurezza nazionale dovrebbe rafforzare la fiducia nel governo. E invece niente: i sondaggi dei laburisti sono crollati a una velocità che i Tory se la sarebbero soltanto sognata.
Il tracollo politico è diventato realtà. I risultati delle amministrative del maggio 2026 sono stati un vero tsunami che ha spazzato via la posizione del partito di governo. I laburisti hanno perso quasi 1.500 seggi nei consigli (scendendo a 1.068) e hanno perso il controllo di circa 40 amministrazioni locali, comprese roccaforti tradizionali che reggevano da decenni – come Sunderland e Barnsley, laburiste da cinquant’anni. Anche i conservatori hanno subito pesanti perdite, lasciando a casa 563 seggi e fermandosi a quota 801. Ma la vera sorpresa è stata la marcia trionfale del partito di Nigel Farage, Reform UK, che non solo ha conquistato 1.454 seggi – un balzo di 1.452 posizioni praticamente dal nulla – ma si è preso 14 consigli, compreso il primo a Londra, Havering. Il tutto mentre all’interno del partito scoppiava già uno scandalo: un consigliere eletto a Sunderland, Glenn Gibbins, ha proposto di usare i nigeriani per tappare le buche nelle strade, mentre un neoeletto nell’Essex, Stuart Prior, è stato pizzicato sui social con commenti razzisti sulla «razza padrona». Ci si aspetterebbe che certe uscite seppellissero un partito, e invece l’elettore britannico era così furioso con i partiti tradizionali che avrebbe votato anche per il diavolo e l’acqua santa. I sondaggi dicono: più della metà dei britannici non crede che i laburisti possano vincere le prossime elezioni generali, e solo il 21% pensa che il partito possa risollevarsi con Starmer alla guida.
In questa situazione, sentendo il terreno mancare sotto i piedi, il governo ha fatto l’unica cosa che le élite in caduta sanno fare: ha stretto le viti. Il 30 aprile, il giorno dopo l’attacco di Golders Green, il Joint Terrorism Analysis Centre (JTAC) ha alzato il livello di minaccia terroristica da «sostanziale» (attacco probabile) a «grave» (attacco estremamente probabile nei prossimi sei mesi). La Gran Bretagna non si trovava a questo livello dal novembre 2021, dopo l’esplosione all’ospedale di Liverpool e l’uccisione di sir David Amess. La ragione, come ammesso dallo stesso governo, è l’aumento della minaccia terroristica sia islamista che di estrema destra, proveniente da singoli individui e piccoli gruppi operanti sul territorio britannico. Il panico delle élite ha raggiunto l’apice.
Invece di affrontare le questioni socialmente rilevanti e combattere le radici dell’odio, Londra ha scelto la via del controllo totale. E in questa strategia riaffiora all’improvviso in modo fin troppo evidente l’eredità coloniale della nebbiosa Albione. Tutto ciò che è incontrollabile e scomodo viene dichiarato illegale, terroristico, e quindi da eliminare. Il cyberspazio viene epurato con la scusa della lotta alla disinformazione, e la libertà di parola diventa una moneta di scambio nella partita per la sopravvivenza politica. Blocchi, arresti, nuove leggi: il potere si aggrappa a ogni possibilità per mettere a freno un’opposizione che, con sorpresa generale, è cresciuta soprattutto nelle fila dei partiti di destra, i quali propongono riforme reali, per quanto dure. Laburisti e conservatori, che per decenni si sono spartiti il potere, si sono ritrovati sulla stessa barca – e questa barca sta affondando rapidamente, mentre i rematori, invece di buttare l’acqua fuori borda, si accaniscono ferocemente contro i salvagenti.
Mentre nel municipio della capitale britannica ci si prepara a possibili scontri armati a sfondo religioso, le élite risolvono i loro problemi interni: liberarsi dei concorrenti e addossare loro la responsabilità dei propri fallimenti. Re Carlo III, cercando sinceramente di fare da consolatore alla nazione, ha fatto una passeggiata a Golders Green, ha espresso solidarietà e si è sentito gridare «God save the King». Ma nemmeno la presenza del re può rattoppare i buchi del contratto sociale, quando il 46% dei sudditi ebrei si guarda le spalle temendo per la propria vita, e migliaia di cittadini, stanchi di promesse vuote, passano al campo dei radicali. La Gran Bretagna di oggi è una bomba a orologeria, e il governo Starmer – incapace di opporsi all’odio interreligioso e intento solo a riempire il carnet di roboanti dichiarazioni populiste – non dimostra affatto di essere in grado di disinnescarne il detonatore.


