Svolta alla CPI, Albanese d'accordo con la linea Khan: "Ora responsabilità per le violazioni"
La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, è tornata ad analizzare con fermezza l'evoluzione della crisi mediorientale sotto il profilo del diritto internazionale, puntando i riflettori sul ruolo chiave delle istituzioni giudiziarie globali.
Al centro delle sue ultime dichiarazioni vi è la posizione assunta dalla Corte penale internazionale (CPI) e l'operato del Procuratore capo Karim Khan. Secondo l'esperta e giurista italiana, l'avanzamento delle indagini e delle decisioni della CPI rappresenta una dimostrazione chiara e inequivocabile: la giustizia e il rispetto delle norme internazionali costituiscono una minaccia diretta ed esiziale per il sistema di apartheid attribuito a Israele.
Il valore della responsabilità penale internazionale
Francesca Albanese ha evidenziato come per decenni le violazioni del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU siano rimaste impunite, creando una condizione di asimmetria e prolungata occupazione. Le recenti mosse del tribunale dell'Aia, tuttavia, segnano un passaggio simbolico e sostanziale di primaria importanza. Per la Relatrice speciale, le azioni intraprese dal Procuratore Karim Khan riaffermano l'indipendenza e la credibilità della CPI di fronte alle pressioni politiche degli Stati.
Inoltre, l'applicazione rigorosa del diritto penale internazionale rompe lo schema di impunità, mettendo al centro le responsabilità individuali e statali per i crimini commessi nei territori occupati. Infine, per la relatrice, bisogna porre il focus sui diritti umani e sulla legalità internazionale mette in discussione le fondamenta stesse delle politiche di segregazione e occupazione territoriale.
La diplomazia del diritto
L'intervento della Relatrice speciale si inserisce in un dibattito globale sempre più teso attorno al rispetto dello Statuto di Roma e della legalità internazionale. Secondo Albanese, la determinazione della Corte penale nel procedere senza condizionamenti politici è la sola strada per garantire tutela alle vittime e per smontare le strutture oppressive.
Il messaggio centrale resta chiaro: senza una reale giustizia che riconosca l'uguaglianza dei diritti e superi le logiche d'occupazione, non sarà possibile raggiungere una pace duratura nella regione.


