Terre rare: cosa prevede "l’accordo minerario" bilaterale tra Usa e Ucraina

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Terre rare: cosa prevede "l’accordo minerario" bilaterale tra Usa e Ucraina

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di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

Checché ne dica la stampa occidentale, Kiev la spunta al primo round sull’accordo minerario con la Casa Bianca. Nel testo che verrà firmato domani a Washington scompaiono le compensazioni da 500 miliardi di dollari richieste dal presidente Donald Trump, l’Ucraina riesce ad ottenere lo status di partner statunitense e  a strappare una promessa generica sulle garanzie di sicurezza. Non saranno, però, gli Stati Uniti a fornirle. Il presidente Volodymyr Zelensky ottiene un ulteriore successo: sarà lui domani ad incontrare per primo Trump, non Putin.  Era questa una sua espressa richiesta alla Casa Bianca, dopo l’annuncio dell’ineluttabile inizio dei negoziati. In un modo o nell’altro, Zelensky l’ha ottenuto.


Cosa prevede l’accordo minerario bilaterale

Zelensky aveva respinto categoricamente la proposta statunitense, presentata a metà mese dal capo del Tesoro Scott Bessent. A fronte dell’assenza di garanzie statunitensi di sicurezza, Trump tentava imporre a Kiev 500 miliardi di dollari in compensazioni per l’assistenza militare già fornita, derivanti dallo sfruttamento dei minerali di terre rare. Il Daily Telegraph aveva definito le condizioni imposte all’Ucraina più gravose delle riparazioni imposte alla Germania con il trattato di Versailles.

Un funzionario di Trump, parlando ad Axios, aveva definito l’accordo un “panino alla m*a”, ritenendo che “l’Ucraina dovrà farsene una ragione perché Trump ha chiarito che questo non è più un nostro problema”.

Il rifiuto di Zelensky aveva provocato un braccio di ferro con la Casa Bianca e il fuoco incrociato degli uomini più influenti dell’amministrazione: Musk, Vance, Waltz e persino Barron Trump. Chiedevano nuove elezioni. Ma alla fine, Kiev l’ha spuntata ottenendo condizioni decisamene più favorevoli.

Il testo dell’accordo pubblicato ieri in esclusiva dal Kyiv Indipendent fornisce il quadro per la creazione di un fondo di investimento per la ricostruzione, di comproprietà degli Stati Uniti e Ucraina. Nelle premesse si riconosce da un lato il sostegno militare degli Stati Uniti durante la guerra dall’altro la necessità di un’Ucraina libera sovrana e sicura, in cui realizzare gli investimenti congiunti. La pace duratura si lega saldamente ad una partnership di lungo periodo tra Kiev e Washington, evidentemente basata su interessi economici. Gli USA si garantiscono dunque lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle infrastrutture strategiche ucraine. Dalla partita saranno esclusi – stabilisce l’accordo - quei soggetti che “hanno agito negativamente nei confronti dell'Ucraina”, quindi partner di Mosca, come la Cina.

Questi due punti erano contenuti nel Piano di Vittoria presentato da Zelensky a Washington in autunno, prima delle elezioni presidenziali, che il Financial Times aveva definito un’esca da offrire a Trump in caso di una sua vittoria, in cambio di sostegno militare a Kiev per continuare la guerra, scriveva il Financial Times.

“Kiev contribuirà al Fondo con il 50 percento di tutti i ricavi derivanti dalla futura monetizzazione di tutti i beni di risorse naturali e infrastrutture di proprietà diretta o indiretta del governo ucraino”. Non riguarderà soltanto la gestione delle terre rare, ma più genericamente “depositi di minerali, idrocarburi, petrolio, gas naturale e altri materiali estraibili, infrastrutture, porti e imprese statali. Sono escluse dagli accordi le attuali concessioni, che non saranno revocate in favore degli Stati Uniti.


Garanzie indefinite

Fin qui il patto tra Kiev e Washington sembra andare nella direzione sperata da Zelensky, su consiglio dei neocon statunitensi, nonostante il violento pressing subito dallo staff di Trump durante il braccio di ferro con la casa bianca.

L’accordo, però, sebbene nelle sue premesse riconosca il diritto dell’Ucraina a ricevere garanzie di sicurezza  resta molto fumoso sul sostegno militare e sulla deterrenza offerta dai partner statunitensi, in particolare per dissuadere Mosca da ingaggiare nuovamente con Kiev dopo un eventuale futuro cessate il fuoco.

Nel testo si legge: “Il Governo degli Stati Uniti d'America sostiene gli sforzi dell'Ucraina per ottenere le garanzie di sicurezza necessarie per stabilire una pace duratura” con l’impegno generico dei partecipanti a identificare tutti i passaggi necessari per proteggere gli investimenti reciproci, come definito nel Fund Agreement.

A chiarire ci pensa Trump: “Faremo in modo che sia l’Europa ad occuparsene”, ha detto specificando che l’”America” intende accollare ai partner europei il costo del sostegno, sia nella guerra che nella pace, all’Ucraina. E’ il loro vicino di casa. Stessa posizione sulle garanzie di sicurezza: “L’Ucraina può dimenticarsi di entrare nella NATO”, ha dichiarato ieri ai giornalisti.

Una spada di Damocle per la Russia

Il quadro del sostegno militare e della garanzie di sicurezza, poste da Zelensky come conditio sine qua non per accettare un cessate il fuoco, così come della partnership economica, resta effimero ed è rimandato a futuri accordi sulla gestione del fondo e del finanziamento degli investimenti in Ucraina.

L’accordo resta dunque aperto alle future negoziazioni fra Washington e Kiev. Ma è soprattutto un segnale per Mosca, oltre che un punto di partenza per i rapporti che si svilupperanno tra Zelensky e Trump alla vigilia. Stati Uniti e Ucraina si sono date una base giuridica per una partnership duratura che legittimerà gli americani allo sfruttamento delle risorse ucraine e dunque garantirà una forte influenza statunitense nel Paese anche nel dopoguerra. Se non si risolverà in un nulla di fatto, l’accordo sopravvivrà a Trump e nel lungo periodo Kiev potrebbe ottenere ciò che vuole da una futura amministrazione. E questo il Cremlino lo terrà in considerazione.

 

 

 

Clara Statello

Clara Statello

Clara Statello, laureata in Economia Politica, ha lavorato come corrispondente e autrice per Sputnik Italia, occupandosi principalmente di Sicilia, Mezzogiorno, Mediterraneo, lavoro, mafia, antimafia e militarizzazione del territorio. Appassionata di politica internazionale, collabora con L'Antidiplomatico, Pressenza e Marx21, con l'obiettivo di mostrare quella pluralità di voci, visioni e fatti che non trovano spazio nella stampa mainstream e nella "libera informazione".

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