Tra Hormuz e deficit: il conflitto con l’Iran mette sotto pressione gli USA

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Tra Hormuz e deficit: il conflitto con l’Iran mette sotto pressione gli USA

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La guerra della coalizione Epstein (USA e Israele) contro l’Iran entra in una fase sempre più complessa, segnata da costi economici crescenti, tensioni militari persistenti e un’opinione pubblica statunitense sempre più scettica. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa apertamente il Pentagono di sottostimare l’impatto finanziario del conflitto: secondo Teheran, il costo reale per Washington avrebbe già raggiunto i 100 miliardi di dollari, ben oltre i 25 miliardi ufficialmente dichiarati. Diverse analisi indipendenti confermano che la cifra diffusa dal Pentagono esclude voci cruciali, come i danni alle basi militari statunitensi colpite dalle ritorsioni iraniane.

Alcune stime interne parlano di un costo reale compreso tra 40 e 50 miliardi, mentre la studiosa di Harvard, Linda Bilmes, prevede che il conto finale possa toccare addirittura i 1.000 miliardi di dollari, considerando anche le spese a lungo termine per ricostruzioni, riarmo e assistenza ai veterani. Il peso economico si riflette anche sul piano interno nordamericano. Il senatore Bernie Sanders ha denunciato come le risorse destinate alla guerra sottraggano fondi a bisogni sociali urgenti, alimentando un dibattito che si inserisce in una crescente opposizione pubblica.

Un recente sondaggio ABC News/Ipsos mostra infatti che il 61% degli statunitensi considera l’intervento militare in Iran un errore, con livelli di dissenso paragonabili a quelli registrati durante la guerra in Iraq e nella fase avanzata del Vietnam. Sul piano militare, il confronto resta altamente instabile. Il generale Seyyed Majid Mousavi ha avvertito che qualsiasi nuova offensiva statunitense sarà seguita da risposte “prolungate e dolorose”, estendendo la minaccia anche alle navi da guerra nordamericane. Le dichiarazioni arrivano mentre l’amministrazione di Donald Trump valuta nuove opzioni militari, tra cui attacchi mirati alle infrastrutture iraniane e persino operazioni per il controllo dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, il blocco navale imposto dagli Stati Uniti continua a produrre effetti collaterali rilevanti, contribuendo all’aumento dei prezzi energetici e aggravando le tensioni economiche globali.

Teheran, dal canto suo, ha chiarito che non riaprirà lo Stretto finché le sanzioni e il blocco non verranno revocati, lasciando intravedere un prolungato stallo negoziale. Il quadro complessivo evidenzia una guerra che, oltre al rischio di escalation militare, sta erodendo consenso interno e stabilità economica negli Stati Uniti. Con costi potenzialmente paragonabili ai conflitti più onerosi della storia recente e una crescente polarizzazione politica, il conflitto con l’Iran si configura sempre più come un banco di prova strategico per il futuro equilibrio globale.


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