Trattativa Stato­-mafia: come cambia il processo dopo la deposizione (o quello che era) di Napolitano

L'analisi delle poche parole del Presidente della Repubblica punto per punto

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 Trattativa Stato­-mafia: come cambia il processo dopo la deposizione (o quello che era) di Napolitano

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di Simone Nastasi
 
Adesso che il Capo dello Stato Giorgio Napolitano è stato ascoltato dai giudici, che cosa succederà nel processo sulla cosiddetta Trattativa Stato­mafia? La domanda sorge spontanea visto il clamoreche ha fatto la richiesta dei Pm di Palermo di ascoltare l'attuale capo dello Stato come personainformata sui fatti. Non è chiaro invece, a giudicare dal contenuto dei verbali di deposizione, qualepotrà essere la risposta. 
 
L'impressione è che Napolitano abbia detto quello che era naturale che dicesse. Cioè il minino indispensabile. Non una parola di più. E quando sono arrivate le domande più “scomode” come quella del Pm che gli chiedeva se fosse a conoscenza della decisione dell'allora ministro della Giustizia Conso di non rinnovare il regime di “carcere duro” per i mafiosi reclusi, sono intervenuti i giudici della Corte d'Assise ad interrompere immediatamente il Pm, per bollare la domanda come “non ammessa” aggiungendo inoltre che “le conoscenze del presidente della Camera non sono rilevanti”. Perché all'epoca dei fatti Giorgio Napolitano era il presidente della Camera. E per questo le sue conoscenze, o almeno una parte di essere, non sarebbero rilevanti ai fini del processo. 
 
Ma se questa è stata l'opinione dei giudici di Corte d'Assise, un'altra domanda sorge spontanea: se le sue conoscenze sono irrilevanti, perché Giorgio Napolitano sarebbe stato ascoltato? E ancora, che cosa avrebbe detto allora l'attuale capo dello Stato che potrebbe invece risultare “rilevante” ai fini del processo sulla Trattativa? La risposta a queste domande può essere cercata soltanto all'interno dei verbali della sua deposizione partendo da una prima importante premessa, ricordata dallo stesso Napolitano durante la sua deposizione, e cioè che esiste una “linea sottile” tra quello che un Capo dello Stato può dire e quello che invece “la Costituzione prevede che non dica”. Ai sensi di quelle che sono “le prerogative di riservatezza” di un Presidente della Repubblica.
 
Stando così le cose, va da sè che una possibile risposta, quando non viene direttamente data, può essere soltanto dedotta e peggio ipotizzata. Fino ad oggi Giorgio Napolitano è rimasto l'unico, tra le cariche istituzionali dell'epoca, ad eccezione dell'allora presidente del Senato Giovanni Spadolini morto nel 1994, a non essere ancora stato ascoltato. Oscar Luigi Scalfaro che era il capo dello Stato, è stato tra i primi ad essere sentito nel 2010 insieme a Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1993 era il presidente del Consiglio. E allora l'unico a mancare, tra le cariche istituzionali rappresentative del sistema democratico, vale a dire la Presidenza della Repubblica, del Senato e della Camera dei Deputati, era proprio lui: Giorgio Napolitano.
 
Il punto da cui partire è necessariamente il motivo principale, o come lo chiama il Pm Vittorio Teresi all'inizio dell'audizione, il “nucleo centrale” della richiesta di testimonianza di Napolitano formulata dai magistrati della Procura di Palermo. Che avrebbe avuto come oggetto, la lettera che il consigliere Loris D'Ambrosio scrisse al capo dello Stato nel 2012. D'Ambrosio, morto d'infarto nel luglio di quell'anno, prima di morire aveva rassegnato le dimissioni in seguito alla pubblicazione delle intercettazioni di telefonate intercorse tra lui e il senatore Nicola Mancino, oggi imputato nel processo per falsa testimonianza, ma ieri, all'epoca dei fatti che gli vengono contestati, cioè nel 1992, ministro degli Interni. In quella lettera, di cui Napolitano parla rispondendo alle domande dei magistrati, D'Ambrosio avrebbe confidato al Presidente, di essersi sentito “un utile scriba per indicibili accordi” che sarebbero avvenuti tra il 1989 e il 1993. Ma quali fossero questi “indicibili accordi” Napolitano non può dirlo in quanto, ed è lui stesso a riferirlo, D'Ambrosio a lui non lo disse. Se la deposizione terminasse qui basterebbe la parola “accordi” per dare manforte alle convinzioni dei Pm di Palermo, che costituiscono la base dell'ipotesi investigativa: ovvero che tra esponenti dello Stato e dell'organizzazione criminale “Cosa Nostra” sia avvenuta una vera e propria trattativa, con reciproci vantaggi per le parti. 
 
Per essere precisi bisogna ricordare che di “trattativa” effettivamente avvenuta, hanno scritto anche i giudici della Corte d'Assise di Firenze, nella sentenza che ha portato alla condanna all'ergastolo di Francesco Tagliavia per le stragi del 1993. Di più, in quella sede i giudici stabilirono che “una trattativa ci fu e ad iniziarla furono gli uomini dello Stato”. Non è tuttavia questa la sede per raccontare tutti i passaggi di questa vicenda giudiziaria sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, dato che ciò che interessa qui ed ora, sono le deposizioni di Giorgio Napolitano.
 
Il quale, a proposito dello stato d'animo che avrebbe condotto D'Ambrosio a scrivere quella lettera, riferisce “di ansietà e di indignazione” che lo stesso D'Ambrosio avrebbe manifestato per essere finito in “un certo tipo di movimento di opinione o campagna giornalistica che lo stavano ferendo a morte”. Non bisogna essere necessariamente degli esegeti, del pensiero del Presidente della Repubblica, per capire i significati di questa affermazione, pronunciata nel linguaggio felpato che si addice ad un Capo dello Stato, per indicare invece quella che di solito viene definita altrimenti “macchina del fango”. Una definizione che Napolitano si è guardato bene dall'utilizzare per non correre il rischio di infiammare una conversazione che infatti, come poi avvenuto, doveva essere necessariamente tenuta sui toni bassi, data l'importanza e la delicatezza del luogo e del contesto in cui si verificava: la testimonianza di un presidente della Repubblica in un processo per mafia. Ed è infatti su questo binario, dei toni bassi e concilianti, che si è svolta l'intera deposizione di Giorgio Napolitano al quale, oltre alla lettera di D'Ambrosio, è stato chiesto che cosa sapesse a proposito di tutta quella serie di fatti che si verificarono tra il 1992 e il 1993, e che oggi sono diventati l'oggetto di interesse da parte della magistratura.
 
Un periodo quello a cavallo tra il 1992 e il 1993 in cui in Italia di fatti ne avvennero davvero tanti, e non soltanto di rilevanza penale. Solo per aprire una parentesi fu proprio a settembre del 1992, dunque subito dopo le stragi di mafia di Capaci e via D'Amelio che il governo di allora, presieduto da Giuliano Amato, dovette decidere per l'uscita temporanea dallo Sme (il sistema monetario europeo anticipatore della moneta unica), in seguito ad un attacco speculativo alla lira italiana, che poi si seppe essere stato mosso da quel principe della speculazione che risponde al nome di George Soros. Mettendo in ordine i fatti, partendo dalle stragi di mafia che indebolirono la tenuta del sistema politico-­istituzionale, fino ad arrivare all'attacco speculativo contro la lira, un'altra domanda sorge spontanea: può esserci un nesso tra tutti questi fatti che accaddero?
 
Tornando alla deposizione di Napolitano, dei fatti che gli sono stati chiesti, per alcuni il capo dello Stato ha detto di non ricordare “benissimo” a differenza invece di altri. Sull'approvazione del decreto sul “41 bis”, meglio noto come “carcere duro”, i Pm volevano sapere se in qualità di Presidente della Camera, avesse avuto conoscenza di possibili contrasti tra i partiti politici sulla conversione in legge di quel decreto. La risposta dell'attuale capo dello Stato, quand'anche non risulti utile ai fini del processo, potrebbe comunque essere inserita nei manuali di diritto pubblico: “Il Presidente della Camera – ha detto Napolitano­ non entra nel merito dei provvedimenti sottoposti all'esame del Parlamento né si confronta con i singoli gruppi parlamentari sui contenuti delle loro posizioni” . Non si confronta ma “incoraggia”. Ed è infatti questo che avrebbe fatto Napolitano, da presidente della Camera, verso le parti politiche che avrebbero dovuto convertire in legge le norme contenute nel decreto: come da lui stesso dichiarato avrebbe infatti “incoraggiato una rapida soluzione con un voto in Parlamento”.
 
Poi, sulla richiesta formulata da Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo condannato per mafia, di essere ascoltato dalla commissione antimafia, ai Pm che volevano sapere se ne fosse a conoscenza, Napolitano risponde di essere stato informato “molto probabilmente” dal collega di partito Luciano Violante, che all'epoca presiedeva la commissione.
 
Per quanta riguarda le bombe del 1993, gli attentati che la mafia compì nel “continente” cioè fuori dalla Sicilia, a Firenze Milano e Roma, che secondo i Pm dovevano servire come strumento di pressione finalizzato ad ottenere un allentamento del carcere duro, Napolitano risponde che “ la valutazione comune fu che si trattava di una strategia stragista dell'ala più aggressiva della mafia.. per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut..che potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure sopratutto di custodia cautelare dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione del Paese” . 
 
Una campagna destabilizzante che, secondo Napolitano, individuava nell'azione del governo di allora “il fulcro delle responsabilità”. Governo che nel 1993 era presieduto da Carlo Azeglio Ciampi il quale, quando venne ascoltato dai Pm, ammise di aver avuto timori di un colpo di Stato nel luglio del 1993. Lo stesso anno in cui, l'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso, decise “in piena autonomia” di non revocare i summenzionati decreti di carcere duro per i mafiosi reclusi. Che nell'ottica dei Pm, è stata la prova del cedimento dello Stato alle stragi della mafia. Ma di questo, a Giorgio Napolitano, non può essere chiesto. Lui era il presidente della Camera. E come hanno detto i giudici di Corte d'Assise, le “sue” conoscenze non sono rilevanti.

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