Tre domande che nessuno ha fatto alla Clinton sull’attacco al consolato americano di Bengasi
Le risposte incriminerebbero l'intero governo degli Stati Uniti
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Il circo è tornato in città a Washington quando giovedì una commissione del Congresso ha ascoltato la lunga testimonianza del candidato alla presidenza Hillary Clinton sul suo ruolo nell’attacco al consolato americano di Bengasi, scrive su Jake Anderson su TheAntimedia.org.
L'attacco dell’11 settembre 2012 ha portato alla morte di quattro americani, tra cui l'ambasciatore Chris Stevens, ed da allora è oggetto di scandalo politico, con i repubblicani che sostengono che l'allora segretario di Stato Clinton non ha fatto abbastanza per proteggere il consolato.
È teatro politico puro, ma purtroppo, nessuno di questa commissione ha posto le vere domande a cui gli americani meritano risposta. E questo perché il vero scandalo implica questioni che non possono essere poste, perché le risposte incriminerebbero l'intero governo degli Stati Uniti.
Qual è stata la vera motivazione geopolitica degli Usa in Libia?
I ribelli sostenuti dalla NATO che nel 2011 hanno deposto Muammar Gheddafi hanno coinvolto gli interessi di politica estera degli Stati Uniti. Come con altre recenti azioni militari in Medio Oriente, è parte di una storia profonda e intrisa di sangue e di colpi di stato, che riguarda non meno di 35 paesi.
Poco dopo l’11 settembre, l'ex generale Wesley Clark è stato informato dei piani del governo degli Stati Uniti di "rovesciare" i governi di sette paesi in cinque anni. I paesi erano Iraq, Libia, Siria, Libano, Somalia, Sudan e Iran.
Secondo molti rapporti, questo piano è stato elaborato a partire dal 1990, quando il think tank neoconservatore, Project For A New American Century - presieduto da personaggi del calibro di Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Perle, e altri - ha elaborato piani per una totale invasione dell'Iraq fin dal 1998. Tale piano prevedeva azioni militari globali in tutto il Medio Oriente, come descritto dal generale Clark.
Il rovesciamento del regime nazionalista e laico-arabo della LIbia era parte di questo colpo geopolitico per proteggere il petrodollaro e istituire una forza di occupazione permanente in Medio Oriente. Quando Gheddafi ha annunciato nel 2009 che aveva progettato di nazionalizzare le riserve petrolifere del paese, potrebbe aver segnato il suo destino.
Quindi, la domanda per l'allora Segretario di Stato Hillary Clinton dovrebbe essere questa: sostiene ancora la decisione dell'amministrazione di armare il gruppo terroristico Al Qaeda (ve li ricordate?), al fine di rovesciare Gheddafi, destabilizzare il governo, e consentire agli Stati Uniti di installare un regime fantoccio suscettibile di imperialismo economico? La risposta non sarebbe politicamente opportuno.
Qual è stato il ruolo dell’ambasciatore Stevens nella fornitura di armi alla Siria?
Una vasta gamma di fonti hanno confermato che la CIA gestiva un team di contrabbando di armi a Bengasi, al momento dell’attacco al consolato. Il giornalista investigativo, premio Pulitzer, Seymour Hersh, tra gli altri, ha più di altri approfondito su quello che stava realmente accadendo in Libia:
“In gennaio è uscito un rapporto della commissione Intelligence del Senato Usa sull’attacco del 2012 al consolato americano e alla sede segreta della CIA a Bengasi, in Libia. Un allegato top secret parlava di un accordo segreto tra i governi di Obama e Erdogan. Riguardava la “rat line”. Turchia, Arabia Saudita e Qatar erano i finanziatori. La Cia con il sostegno dell’MI6, doveva recapitare in Siria le armi degli arsenali di Gheddafi. In Libia vennero stabilite varie società di facciata, alcune come enti australiani. Furono ingaggiati militari americani veterani, a volte ignari di chi fossero i veri datori di lavoro. L’operazione era guidata da Petraeus, allora direttore della Cia (un portavoce di Petraeus smentisce)”.
Quindi la domanda per Clinton sarebbe: come descriverebbe il ruolo dell’ ambasciatore Steven nella “rat line” che riforniva di armi i ribelli siriani attraverso la Libia?
Gli Usa hanno rovesciato Gheddafi perché stava minacciando il petrodollaro adottando una moneta d’oro?
Come accennato in precedenza, il rovesciamento del dittatore libico è stato direttamente correlato alla protezione del potere dei petrodollari in Medio Oriente. Secondo il fondatore e caporedattore del “Daily Bell”, Anthony Wile, prima della sua cacciata, Gheddafi non aveva fatto segreto dell’intenzione di introdurre un dinaro d'oro, "una moneta unica africana fatta d’oro, una vera condivisione della ricchezza. "
Gheddafi possedeva circa 144 tonnellate d'oro e credeva che questo dinaro d'oro si sarebbe rivelato una grande attività finanziaria come moneta nazionale. In un'intervista con RT, Wile ha detto:
“Qualora Gheddafi avesse l’intenzione di rifare il prezzo del suo petrolio o di qualsiasi altra cosa il paese stia vendendo sul mercato globale, e di accettare qualunque altra moneta o perfino lanciare come moneta un dinaro d’oro, una qualunque mossa del genere non riceverebbe certo il benvenuto dall’élite oggi al potere, che è responsabile del controllo delle banche centrali del mondo», sostiene Anthony Wile, fondatore e caporedattore del “Daily Bell”. «Perciò sì, sarebbe certamente qualcosa che porterebbe immediatamente a scaricarlo e al bisogno di escogitare altre ragioni da portare avanti per rimuoverlo dal potere.
"Lo schema di Ponzi delle banche centrali richiede una domanda sempre crescente e il silenziamento immediato di coloro che minacciano la sua esistenza. Forse da qui la fretta nella rimozione di Gheddafi, in particolare, e di quelli che avrebbero potuto essere in sintonia con la sua idea monetaria. "
Molti analisti ritengono intento di Saddam Hussein di scambiare il petrolio iracheno in euro invece che in dollari fu l'ultima goccia prima dell'invasione americana dell'Iraq.
Nel caso di Gheddafi, il suo rovesciamento potrebbe aver protetto il petrodollaro da un dinaro d'oro alternativo, ma ha fatto sprofondare il Nord Africa nel caos e ha permesso alle milizie islamiche di prendere il controllo su Tripoli.
Quindi la domanda finale alla Clinton sarebbe: quanti civili innocenti sono morti per proteggere i petrodollari?


