Trump, Zelensky ed i paragoni "storici" del Corriere della Sera
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
I paragoni storici, disse una volta Iosif Stalin a un intervistatore straniero che gli ricordava come qualcuno lo paragonasse a Ivan IV “il Terribile”, sono sempre arbitrari; ma questo poi, disse Stalin, mi pare addirittura assurdo. I paragoni storici sono però anche molto pericolosi, potremmo aggiungere e, se non vengono presi con la dovuta attenzione, rischiano di fare un servizio completamente opposto a quello desiderato da coloro che li mettono in campo. Ne ha fornito un esempio il Corriere della sera.
«Una scena orribile»: questo il titolo con cui, il 1 marzo, Ernesto Galli della Loggia mette a parte i lettori del Corriere, della “scena pietosa” di un liberale in lacrime per la meritata, pubblica fustigazione di un “kholop” della riva sinistra del Dnepr, irrispettoso nei confronti del padrone straniero che oggi si insedia nella Malorossija con l'intenzione di rimanerci più stabilmente di un qualsiasi pan Boleslaw polacco di qualche secolo addietro e, soprattutto, di prendersi tutto quanto ci sia da prendere.
E il liberale singhiozzante dice che no, non si fa così, non ci si deve comportare alla maniera dei dittatori, come ha fatto il cattivissimo Trump con il povero Zelenskij, un «leader coraggioso, fiero e preciso, che soltanto gli amici di Putin possono considerare umiliato», e anche di «una fermezza ammirevole», precisa Paola Peduzzi su quel rigurgito chiamato Il Foglio; quel modo di atteggiarsi lo hanno solo «i despoti, neri o rossi che siano». Despoti passati e condannati oramai dalla storia e i più distanti nel tempo, tra i «precedenti scolpiti nella memoria di coloro che ancora ricordano qualcosa dei grandi drammi vissuti dalla democrazia europea» e che il meschino piccolo-borghese associa alla sculacciata appioppata il 28 febbraio dal pan yankee al lacchè di Krivoj Rog, sono quelli «delle chiamate a rapporto da parte di Adolf Hitler nella sua villa tra le alpi bavaresi una volta di un cancelliere austriaco (si chiamava Kurt von Schuschnigg), un’altra volta del capo di Stato ungherese Horthy, per essere entrambi sottoposti a una furia di insulti e di minacce e sentirsi intimare di cedere alla volontà del Fuhrer quanto rimaneva della libertà dei loro Paesi».
Quindi, tanto perché non ci siano dubbi sulla “postura” (sembra che questo sia un termine che va per la maggiore, di questi tempi, soprattutto tra i “dem”, in riferimento all'atlantismo guerrafondaio) intellettuale del filisteo euroatlantico, insieme a quei due «precedenti scolpiti nella memoria», al lettore ne viene propinato anche un terzo, affermando che, dopo le scenate a Berchtesgaden, qualche decennio più tardi «sarebbe toccata più o meno la stessa sorte al leader cecoslovacco Alexander Dubcek convocato da Breznev a Mosca nell’estate del 1968 con l’invito a fare poche storie e accettare senza fiatare l’occupazione del suo Paese da parte dell’armata Rossa». Questo, nelle intenzioni del mellifluo liberale, per “dimostrare” che «i despoti, neri o rossi che siano», sulle Alpi, allo Studio ovale o al Cremlino, «sono sempre tentati di agire così», cioè alla maniera del signore che impone le proprie regole al servo a suon di frustate, per di più, senza lasciarsi «sfuggire l’occasione di un’imboscata umiliante», digrigna ancora la signora Peduzzi.
Ora, però, il nostro affettato liberale, nella persona del prof. Galli della Loggia, ha forse mancato di prestare la dovuta attenzione agli esempi assunti, perché, associando il nome di Zelenskij a quello di Schuschnigg e Horthy, non rende un gran servizio al beniamino di Bruxelles e di tutti i “democratici” europeisti, che da almeno tre anni tacciano di volgare propaganda russa e di filo-putinismo chiunque osi accennare, anche solo velatamente, ai metodi e alle “idee” banderiste e apertamente neonaziste delle élite ucraine uscite dal golpe majdanista del 2014 e, nello specifico, ai sistemi fascisti con cui la junta golpista di Kiev opera quotidianamente nei confronti della martoriata popolazione ucraina. E la junta opera in quel modo, esattamente come operavano i Schuschnigg e gli Horthy di novant'anni fa nell'Austria clerico-fascista e nell'Ungheria filonazista, in cui le libertà, anche quelle minimamente liberali di cui è convinto alfiere il signor Galli della Loggia, erano già alquanto staffilate, come quelle italiane, prima ancora che Hitler attentasse a «quanto rimaneva della libertà dei loro Paesi».
Dunque, se la sintassi italiana è di una qualche utilità, allora, riesumando i nomi di due personaggi apertamente fascisti e – se non nel primo caso, almeno nel secondo – diretti komplizen hitleriani, quali Schuschnigg e Horthy e associandoli alla «scena orribile» andata in onda in diretta mondiale alla Casa Bianca, non si fa che ribadire l'evidenza di un personaggio che, quanto a “comportamenti ammirevoli”, in contrasto con quelli “raccapriccianti del presidente americano” (apprezzamenti di un esponente del PD, ancora sul Corriere), non ha davvero nulla da invidiare a quell'ex cancelliere austriaco e all'ammiraglio ungherese, fanatici reazionari, anticomunisti e convinti emulatori della dittatura mussoliniana. Un bel servizio, signor Galli della Loggia, ha reso al nazigolpista Zelenskij; non c'è che dire. D'altronde, è proprio quello il posto del neo-banderista ucraino: a fianco dei ras fascisti succedutisi sulla scena europea. Un posto che lui si è “guadagnato” con un «orgoglio occidentale» (Peduzzi): in patria, mandando al macello centinaia di migliaia di giovani ucraini, su ordine di UE, NATO e amministrazione Biden e, all'estero, oggi, appioppando «mirabili sberle» (Peduzzi) a Trump e Vance, “rei” di avergli detto chiaro e tondo di star giocando con la terza guerra mondiale. Una guerra che sembra fare tanto piacere a Bruxelles e ai giornalacci reazionari e bellicisti di casa nostra.
Per quanto riguarda poi l'altro accostamento disegnato dal signor Galli della Loggia, quello Dubcek-Brežnev, ci perdonerà il lezioso liberale, atterrito dalla «scena orribile» nello studio ovale, se per parte nostra siamo tuttora affetti da una visione, da certuni detta “vetero-comunista”, secondo cui la “primavera di Praga”, il socialismo dal “volto umano” di Dubcek, le libertà democratico-borghesi, “ripristinate” in quell'epoca in Cecoslovacchia, altro non erano se non il risultato di una restaurazione già attuata nel campo dell’economia che, mentre apriva i mercati ai monopoli americani e tedeschi, tendeva a stabilizzare il potere di una nuova borghesia, meno legata agli interessi economici dell’URSS. URSS in cui, d'altra parte, “riforme” economiche di stampo liberale erano state intraprese già qualche anno prima di quelle della “primavera” cecoslovacca. Tant'è che tra i primi a chiedere che quel lontano antecedente di “rivoluzione colorata” venisse bloccato, non furono i dirigenti del Cremlino; il primo a «dichiararsi per l’intervento militare», ricordava nel 2008 Pravda.ru, fu «il leader della DDR Walter Ulbricht; poi, i leader di Polonia e Bulgaria, Wladyslaw Gomulka e Todor Živkov. Soltanto dopo, anche i dirigenti sovietici optarono per la soluzione di forza; e Leonid Brežnev non era affatto il più bellicoso tra di loro».
Soprattutto, senza bisogno e nemmeno voglia di impartire lezioni di storia ad alcun liberale anticomunista, è il caso di ricordare quanto riferito qualche anno dopo il 1968 dal diplomatico sovietico Valentin Falin, secondo cui due alti esponenti del PC cecoslovacco, come Vasil Bi?ak e Alois Indra non fossero stati i «soli a chiedere l’intervento sovietico in Cecoslovacchia: il 16 agosto 1968 Aleksander Dubcek telefonò a Leonid Brežnev e pose sul tappeto la questione dell’introduzione di truppe sovietiche. La registrazione della telefonata è conservata negli archivi russi».
Così che, anche il terzo “esempio storico”, appare come minimo arbitrario.
Povero piccolo-borghese, sbigottito dalla «scena orribile» e costretto a dire, «con la morte nel cuore», che i «despoti», non solo quelli «neri o rossi che siano», ma anche «quelli a stelle e strisce», prima o poi «sono sempre tentati di agire così», come il presidente yankee, di cui si dice che «da tre mesi tutte le sue parole sono state parole di minacce, di prepotenza, di disprezzo», del tutto in linea con «il suo programma: all’interno una democrazia senza liberalismo e dunque senza élite, all’estero un impero americano senza l’occidente e dunque senza soft power».
Perché, si sa, chi altri se non i liberali europeisti, i demoguerrafondai di Bruxelles, Londra, Parigi, Roma, Berlino possono aspirare, insieme agli Stati Uniti, a dominare «di fatto, insieme all’Atlantico, anche il Mediterraneo, sicché essi sono così in grado di tenere sotto controllo oltre uno snodo fondamentale del commercio e delle comunicazioni mondiali, oltre l’Africa, anche l’epicentro (attuale e con ogni probabilità anche futuro) dello scontro epocale tra l’islam e il mondo storicamente cristiano». Amen. Sia fatta la volontà del Corriere.
Perché, sentenzia il tagliagole liberale, infangandosi in un altro “esempio storico” che avrebbe fatto meglio a dimenticare, è solo grazie al «patrimonio gigantesco e multiforme di iniziative, di risorse umane e tecniche, di capacità intellettuali» dell'Europa, che gli USA hanno potuto «disporre di quell’arma che le permise di annichilire il Giappone nell’agosto del 1945». Non c'è che dire: un patrimonio «di capacità intellettuali», frutto della dottrina genocida hitleriana, di cui i massacratori di popoli di ogni tempo e ogni latitudine devono davvero andar fieri!
Un simile “patrimonio”, manifestato in tante altre occasioni dopo Hiroshima e Nagasaki, che è davvero quello che «fino ad oggi ha spinto tanti» bellicisti, tanti dispensatori di benedizioni a eserciti e mercenari impegnati nei massacri dei popoli ribellatisi al dominio imperialista, «a unirsi in silenzio all’antica invocazione God bless America: “Iddio benedica l’America!”. Ma l’America che abbiamo conosciuto»: vale a dire, quella dei golpe, degli assassini, dei bombardamenti a tappeto, delle stragi; «non quella che annunciano le truci parole del suo nuovo capo» che, sincero davvero fino in fondo o no, in questo momento ha comunque fustigato sonoramente un neonazista votato alla guerra e al massacro del proprio popolo.



