"Tutto ciò di catastrofico che vi dicono accadrebbe fuori, lo abbiamo già vissuto restando nell'euro". Alberto Bagnai

Il mito del "prezzo della benzina" e le carriole una volta usciti dall'euro

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"Tutto ciò di catastrofico che vi dicono accadrebbe fuori, lo abbiamo già vissuto restando nell'euro". Alberto Bagnai

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"Dobbiamo unirci perchè c'è la Cina e eliminare gli stati nazionali che si fanno la guerra. Dobbiamo creare un superstato supernazionalista che combatta la Cina, vale a dire risolvere il problema riproponendolo su scala più grande. La vera crisi della sinistra arriverà quando avremo creato un'unica moneta globale per far guerra a Marte, ma poi qualcuno dirà che non c'è vita su Marte....". Questa la premessa di Alberto Bagnai al suo intervento per la Conferenza "Un'Europa senza euro" tenutosi a Roma sabato 12 aprile. Nel resto della sua esposizione, l'economista italiano ha voluto confutare uno dei miti più indissolubili nel dibattito sull'uscita dall'euro: il costo della benzina. 


 
"Faremo il pieno della benzina con la carriola". "Intanto esistono le carte di credito, poi uno stato non è obbligato a emettere monete di un'unità....", spiega Bagnai. Ma non avremo bisogno di grandi cambiamenti perché l'aumento dei prezzi non sarà così grande. L'economista italiano ripropone un modello econometrico molto affidabile che ha sviluppato in questi giorni – scenario 15 mesi che ha avuto un margine di errore inferiore all'1%.
 
Dopo aver ricordato come circa la metà del prezzo della benzina non è determinato dal costo del barile ma dalle imposte, la variazione del prezzo del barile subisce fluttuazioni enormi frutto delle contrattazioni sui mercati mondiali, ma quelli della benzina sono molto inferiori (non certo 1 a 1). Ad esempio, l'euro si svalutò del 30% dal gennaio del 1999 al dicembre del 2000; il barile nel gennaio del 99 era di 11 dollari mentre nel 2000 era cresciuto del 100%. La benzina crebbe in quel periodo di un 87%, vale a dire di 17 centesimi. Nonostante una svalutazione del 30% e un aumento enorme del costo del barile sui mercati internazionali, le persone sopravvissero senza effetti catastrofici. "Tutto quello che vi hanno detto di catastrofico che accadrebbe una volta usciti dall'euro, lo abbiamo già vissuto restando nell'euro", sottolinea Bagnai.


 
L'elasticità del prezzo industriale della benzina rispetto ai tassi di cambio si può stimare tra lo 0,5 e lo 0,6% secondo il modello sviluppato. E, sfruttando quest'ultimo, Bagnai compie una previsione sul periodo maggio-dicembre 2015 in caso di un'uscita dell'Italia dall'euro:
 
con una svalutazione del 20%, che è quella più probabile secondo molti studi come dimostra Bagnai con alcuni grafici, e considerando che solo il 58% della variazione di cambio si trasferisce sul prezzo industriale  e che quest'ultimo pesa solo per la metà del prezzo alla pompa (28%), si avrebbe un aumento complessivo del 5,8%. La benzina arriverebbe a 1,8, vale a dire lo stesso prezzo registrato nell'estate del 2012.
 
Anche immaginando il peggior scenario possibile (Worst case) mai avvenuto in passato, vale a dire una svalutazione del 40% che avviene tutta in una notte, la situazione non sarebbe fuori controllo. Il prezzo della benzina aumenterebbe del 10% o 17 centesimi in due mesi. Il governo in questo caso può utilizzare le accise per ribilanciare la situazione e tornare a un aumento del 5% quindi 1,8, diminuendo di un centesimo al mese per sei mesi complessivi il costo. Del resto, per salvare l'euro, le accise sono state aumentate di 16 centesimi e si potrebbero diminuire di sei centesimi per salvare l'Europa. Costo totale dell'operazione: 570 milioni all'anno. Non sono pochi ma sarebbero, considerando sempre il peggiore dei scenari possibili, un piccolissimo prezzo da pagare sulla via della crescita e dell'aumento delle entrate con il rilancio dell'economia grazie al ritorno alla propria moneta.

L'euro, conclude Bagnai, è stato utilizzato come sostituto di politica industriale per costringere le piccole e medie imprese, come ha riconosciuto lo stesso Prodi, a unirsi per divenire "più grandi e produttive". Questo approccio stride con il fatto che oggi chi resta e resiste sono le Pmi, mentre le grandi, come la Fiat, se ne sono andati. Ma, inoltre, si tratta di un totale sovvertimento dei principi dell'economia: il cambio è uno strumento di gestione di breve periodo e non può forzare un cambiamento di lungo periodo industriale o politico che sia.

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