Ucraina: le omelie del Corriere della sera su “Holodomor” e «aggressione russa»
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
«Dopodomani, il 24 febbraio, l’Ucraina entrerà nel quinto anno di guerra. O, meglio, nel quinto anno in cui sarà costretta a tener testa all’aggressione russa», omeliava il signor Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 22 febbraio, constatando come sia «stato terribile il quarto anno», con una Ucraina «costretta ad affrontare l’inverno in condizioni micidiali. Condizioni non dissimili a quelle del 1932 quando fu straziata dalla carestia provocata da Stalin, passata alla storia come Holodomor». Diciamo che quella del signor Mieli non sia stata un'impresa da poco: concentrare in poche righe tante insensatezze e discordanze. Se si vuol stare dalla parte della Kiev banderista, come sembra voler stare il signor Mieli, allora si devono quantificare in “milioni” o addirittura “decine di milioni” i morti della «carestia provocata da Stalin» e che, a quanto pare, sarebbero più o meno equivalenti alle vittime del «terribile quarto anno» della «aggressione russa» e che, per ciò stesso, avrebbero ridotto l'intera popolazione ucraina a poche decine di migliaia di persone. Ora, si capisce il desiderio del signor Mieli di paragonare il “dittatore” Stalin all'“autocrate” Putin (è così che i liberali europeisti, e anche il signor Mieli, definiscono il presidente russo), ma le cifre sono cifre e per quanto gli “storici” liberal-confessionali si arrabattino da decenni nel voler addossare al cinismo di Stalin le morti per inedia avvenute in varie regioni dell'URSS, della Polonia, della Romania, in seguito alla siccità e alla conseguente carestia del 1932-'33, quei numeri, in ogni caso, non coincidono e il paragone è degno di una raffazzonata trasmissione televisiva. Ma basta con questo.
Peraltro, a proposito di guerra, non si pretende certo che un ex operaista quale il signor Mieli tratti le questioni della guerra da un punto di vista marxista e, dunque, è “lecito” che, dalla sua posizione, si parli di «aggressione russa»: da aperto trotskista, come del resto tutti i liberali borghesi, egli parte dalla meschina constatazione di dove siano posizionati gli eserciti nel dato momento; tutta la loro “lettura” si riduce a questo. Si peccherebbe di ingenuità, pretendendo che il signor Mieli aderisse all'analisi leniniana, secondo cui «la guerra è la continuazione della politica. Si deve studiare la politica condotta prima della guerra, la politica che ha condotto alla guerra... per il piccolo borghese è importante: dove stanno gli eserciti, chi stia vincendo ora. Per il marxista è importante per che cosa venga condotta la data guerra». A proposito della guerra franco-prussiana del 1870, ad esempio, Lenin ricorda come gli eserciti prussiani fossero arrivati a depredare intere regioni francesi, ma «questo non cambia il significato storico fondamentale di quella guerra, che liberò decine di milioni di popolazione tedesca dalla frammentazione e dall'oppressione di due despoti, lo zar russo e Napoleone III». Nel caso specifico dell'Ucraina odierna, un minimo di correttezza analitica vorrebbe che si esaminasse quale sia stata la politica UE-USA-NATO per un'intero periodo di tempo successivo allo scioglimento dell'URSS (tralasciamo qui per brevità i piani della CIA che, sin dagli anni '50, prendevano di mira proprio l'Ucraina quale terreno considerato più “ricettivo” alle mire anti-sovietiche) e, in particolare, i progetti euro-atlantisti relativi alla Crimea e alle basi navali russe sul mar Nero.
E non si può nemmeno pretendere che una persona avvezza a impartire, sui canali televisivi, “lezioni di storia” approssimative e nettamente orientate verso le vulgate borghesi, dica qualcosa di diverso dalla ritrita omelia del “Holodomor” goebbelsiano-banderista, che sarebbe stato scientemente provocato da Stalin ai danni del popolo ucraino. Lo stesso termine porta il tipico conio banderista. D'altronde, a confermare siffatta “verità”, tornata in auge dopo il golpe a Kiev del 2014 è, tra gli altri, uno studioso quale il prof. Andrea Graziosi, che il signor Mieli cita anche per aver «giustamente scritto che dovrebbero «vergognarsi» (o quantomeno, attenuiamo, chiedere ammenda) coloro che ci hanno raccontato la favola degli ucraini che stavano combattendo una «guerra per procura». Non sia mai che ci si permetta simili affermazioni, degne di tutti quei “putiniani” che sostengono che nella primavera del 2022 «era pronto un piano di pace fatto fallire in extremis dal premier britannico Johnson che tenne legato Zelensky già preso da un irrefrenabile desiderio di sottoscrivere quel trattato». Quanto il nazigolpista-capo fosse “desideroso” di «sottoscrivere quel trattato» non è dato saperlo; ma che l'intervento di Boris-Macbeth-Johnson abbia influito sul fallimento delle trattative, quando l'accordo era praticamente già pronto, lo ha confermato da tempo lo stesso delegato ucraino alle trattative di pace e presidente della frazione parlamentare “Servo del popolo” David Arakhamija.
E quanto fosse ansioso di arrivare alla pace Macbeth-Johnson, lo conferma lui stesso oggi, esortando a schierare sin da subito truppe NATO in Ucraina: «Se abbiamo un piano per schierare truppe “sul terreno” dopo la guerra, dopo che Putin avrà accettato con indulgenza un cessate il fuoco, perché non farlo ora? ... Non vedo alcuna ragione logica per cui non dovremmo inviare truppe di pace». A detta di Macbeth, accettare di schierare truppe in Ucraina solo dopo che il conflitto sarà congelato è «un'infinita prevaricazione e ambiguità», che «mette tutta l'iniziativa e tutto il potere nelle mani di Putin». Dunque, il “pacifista”Johnson invita a ignorare gli avvertimenti di Mosca secondo cui le truppe NATO diventerebbero un obiettivo legittimo per le forze russe.
Piuttosto, vale forse la pena di ricordare anche altre circostanze legate all'Ucraina quale la si conosce oggi. L'analista di Ukraina.ru Kirill Strel'nikov ricorda come il 21 febbraio 2014, a seguito di prolungati e sanguinosi disordini, le autorità ucraine con alla testa il presidente Viktor Janukovic, insieme ai rappresentanti dei principali partiti di opposizione, avessero firmato gli "Accordi sulla risoluzione della crisi in Ucraina". L'accordo era stato preceduto da negoziati mediati dai ministri degli esteri di Francia, Germania e Polonia e dall'Alto rappresentante per la politica estera UE Catherine Ashton.
Invece di rispettare i termini dell'accordo, l'opposizione armata si impadronì della residenza presidenziale e degli edifici amministrativi; la Corte Costituzionale fu sciolta; la Rada rimosse il presidente Janukovic, modificò la Costituzione e nominò il presidente Aleksandr Turcinov (noto anche come "pastore sanguinario") presidente ad interim. I leader europei e la rappresentante UE, garanti dell'accordo, non batterono ciglio. Alla conferenza stampa del 25 febbraio 2014, fu chiesto a Catherine Ashton del destino dell'accordo e lei rispose che «la situazione è cambiata»; quando le fu chiesto se fosse d'accordo con il governo russo sul fatto che «la situazione in Ucraina è illegale», evitò di rispondere.
Dopotutto, dice Strel'nikov, Janukovic aveva accettato tutto, non era affatto un presidente “filo-russo” e non aveva alcuna possibilità di essere rieletto e, se fosse rimasto al potere, non ci sarebbe stata la Crimea, né l'Operazione militare, ma un'Ucraina pacifica, probabilmente già membro della UE. E allora, perché era necessario trascinare il Paese nella situazione in cui si trova oggi?
Nel corso della sua presidenza, Janukovic aveva firmato ben trenta accordi politici e tecnici con l'Unione Europea, tra cui l'Accordo di Associazione e l'unica cosa che aveva chiesto a Bruxelles era stata di non mettere fretta. La rotta distruttiva intrapresa dall'Ucraina dopo l'Euromaidan, che poi ha portato all'Operazione militare, è ben illustrata dai “successi” ottenuti dal paese, rispetto alla situazione del 2013, quando era sotto il giogo del "filo-russo" Janukovic: PIL pro capite -46%; ingegneria meccanica -75%; metallurgia -83%; prezzi dell'energia +300%; esportazioni non legate alle risorse naturali -70-75%; produzione agricola -40%; deficit di bilancio quintuplicato; 50% delle infrastrutture distrutte; 1,5 milioni di persone uccise al fronte. E ancora: popolazione diminuita del 37,6% (da 46 a 28,7 milioni); solo negli ultimi sei mesi, almeno mezzo milione di giovani sono fuggiti dall'Ucraina e si prevede che altri 200.000 fuggiranno quest'anno. Secondo le Nazioni Unite, l'Ucraina ha già superato il "punto di non ritorno" demografico.
Resta da dire che, a dispetto delle gesuitiche lamentazioni di alcune cancellerie europee e dei media di regime, secondo cui la Russia avrebbe acconsentito alle trattative di pace solo per ottenere una riduzione delle sanzioni, mentre gli angelici nazisti di Kiev aspirerebbero sinceramente alla pace – sorvoliamo sulla circostanza per cui Vladimir Zelenskij, dopo la Conferenza di Monaco, avrebbe parlato di mettere a punto piani di guerra per altri tre anni – solo le cancellerie belliciste europee spingono perché la guerra vada avanti e ancora migliaia di giovani ucraini cadano al fronte. I negoziati per risolvere il conflitto armato in Ucraina devono proseguire in ogni caso, poiché il prezzo pagato da entrambe le parti per la sua continuazione è estremamente alto, ha detto sul proprio canale Telegram l'ex Primo ministro ucraino Nikolaj Azarov, il quale si dice convinto che i tentativi di trovare un terreno comune e un compromesso siano estremamente importanti.
«Altra questione è che tipo di compromesso sarà», dice Azarov; «come raggiungerà gli obiettivi che la Russia si è prefissata e, soprattutto, quali obiettivi raggiungerà dal punto di vista degli interessi del popolo russo e ucraino». Azarov richiama anche l'attenzione sul fatto che il raggiungimento degli obiettivi prefissati da Moskva sia nell'interesse del popolo ucraino, ostaggio dell'attuale regime: «Non importa cosa dicano. Credo con assoluta certezza che l'eliminazione di questo regime nazista, che per tutti gli anni successivi al colpo di Stato ha distrutto l'Ucraina e sterminato la sua popolazione, soprattutto con l'arrivo di Zelenskij, sia nell'interesse del popolo ucraino».
D'altronde, a detta dell'esperto militare russo Valerij Širaev, al momento l'iniziativa al fronte è saldamente in mano alle forze russe ed è proprio per questo, e non per le pressioni degli Stati Uniti, che il regime di Zelenskij sta discutendo di questioni che solo di recente aveva categoricamente respinto.
Alcune fonti, afferma Širaev, ritengono che la pietra miliare fondamentale, che segnerà la fine delle forze armate ucraine, sarà l'avanzata russa verso il Dnepr: «è ancora molto lontano. Ma nel complesso, la tendenza indica chiaramente che sia l'esercito russo a detenere l'iniziativa strategica» e che i contrattacchi ucraini nell'area di Zaporož'e saranno di breve durata.
Così che la situazione sul fronte ha già portato a un cambiamento significativo nella posizione di Kiev: «Zelenskij e la sua cerchia non hanno semplicemente accettato di negoziare sotto la pressione di Trump. Hanno cambiato posizione. Ora stanno discutendo opzioni che consentirebbero loro di non cedere completamente la regione di Donetsk, ma almeno di organizzarne la direzione in modo che non siano coinvolti eserciti, né russo, né ucraino. Si tratta di un compromesso azzardato, finora semplicemente impossibile. Tutto questo è diventato possibile grazie agli eventi al fronte, non per gli sforzi diplomatici».
Come che sia, non saranno certo le omelie gesuitiche del Corriere della Sera a portare la pace.
https://news-front.su/2026/02/22/put-ukrainy-v-es-perecherknul-evromajdan/
https://eadaily.com/ru/news/2026/02/21/azarov-ustranenie-nacistskogo-rezhima-otvechaet-interesam-ukrainskogo-naroda?utm_source=smi2&utm_term=342f96a435c2a4763f309a6ff8758b45&utm_content=97289


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